il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2017
Aiuto, il mio migliore amico (e amante) ora è un robot
A Peccioli, 5 mila anime in provincia di Pisa, i robot-badanti sono di casa: “utilissimi per disabili o anziani. Rispondono ai comandi vocali, fanno la spesa, ricordano le medicine”. Maurizio Ferraboli, 74 anni, ha apprezzato le virtù di Doro, Coro e Oro. I tre robot funzionano a staffetta: il primo si muove in casa, il secondo nel condominio, il terzo per le strade. “Se servono medicine, Oro le ritira in farmacia e le consegna a Coro, all’ingresso del palazzo, che le passa a Doro, sull’uscio di casa, che le porge all’anziano, sul divano”. Paolo Dario, direttore dell’Istituto di Biorobotica del Sant’Anna, ha guidato il progetto Robot-Era: centocinquanta anziani, tra il 2011 e il 2015, hanno sperimentato la vita con le macchine.
I robot-badanti sono una priorità, in Europa: la vita si allunga, le nascite diminuiscono, la percentuale degli over 65 raddoppierà entro il 2050. “Non si può continuare a deportare donne dall’Est Europa – dice Paolo Dario –. E l’assistenza costa troppo allo Stato. Bisogna mettere insieme uomini e macchine”. Filippo Cavallo, ricercatore del Sant’Anna, ha seguito da vicino anziani e robot: “Si dice che la tecnologia isola le persone. Non sempre. I robot-badanti rendono autonomi gli anziani e li connettono alle famiglie”.
L’invecchiamento della popolazione è un dramma, in Giappone, dove un cittadino su 4 supera i 65 anni, piuttosto che aprire agli stranieri, il Sol Levante investe sulle macchine. Il premier Shinzo Abe, nel 2013, ha stanziato 24 milioni di dollari. Così Paro, foca meccanica, nel 2010 ha ottenuto il diritto di cittadinanza: “Un gesto simbolico dal sapore nazionalista. Per dire: è uno di noi, made in Japan”. Iside Gjergji, giurista, studia l’impatto della robotica industriale sui lavoratori, inclusi i migranti; per loro, la cittadinanza giapponese è un miraggio. Intanto, crescono i movimenti per i diritti dei robot: “Chiedono che siano riconosciuti come persone; meccaniche, ma persone. Governo e media premono per la diffusione dei robot sociali”. Non sono ancora un fenomeno di massa; i più diffusi sembrano peluche, ma simulano emozioni e richieste d’affetto. Come Paro.
“È popolarissimo, Paro. Lo trovi nei musei, nelle scuole, negli ospedali – racconta Patrizia Marti, docente all’Università di Siena –. In Giappone sono abituati alle macchina da compagnia: ti accolgono nei locali, non è un tabù nemmeno il robot domestico”. Paro è un supporto terapeutico per persone sole: gradisce le carezze, muove occhi grandi e dolci. Una cura per autistici, malati di Alzheimer o demenza senile. È il principio della pet-therapy: al posto del cagnolino, un robot. Il vantaggio è che non dà allergie, non sporca, non mangia, non beve e non muore. Se gli parli, risponde pescando da un lessico di 500 parole. Patrizia Marti credeva che i pazienti italiani lo avrebbero rifiutato, si sbagliava: “Tutti lo amano, giovani e anziani: vengono nel mio laboratorio, lo accarezzano”. Mr. Robin: così Mina Ralli, romana, chiamava il suo robot-badante, un Giraffplus di marca svedese. Tra il 2012 e il 2014, cinque anziani della capitale hanno ospitato il robot scandinavo nelle loro case: “Mia madre ha 83 anni e gira col deambulatore, potevo sempre sapere come stava, verificare pressione e glicemia”. Al Sant’Anna, invece, si lavora sui robot-spazzini e negli uffici pubblici. Già nel 2010, all’expo di Shangai, Peccioli si è meritata il titolo di capitale della robotica.
“Per i compiti noiosi o faticosi le macchine vanno benissimo – dice Filippo Cavallo –. Per lenire la solitudine, servono le persone”. David Levy, autore del libro Love and Sex with the robots, non è d’accordo. Le macchine potrebbero diventare il miglior amico dell’uomo: “L’amore con i robot sarà normale come con le persone – scrive Levy –, il numero di atti e posizioni sessuali aumenterà, perché i robot insegneranno”. Karley Sciortino, trentenne scrittrice newyorchese, è andata a letto con Gabriel, pelle in silicone e addominale definito. Nel documentario di Vice, esprime gran soddisfazione: “Identico a un uomo”; solo un filo remissivo. Come Roxxxy, disponibile in 5 versioni, da Farrah la frigida a Wendi la selvaggia. In ogni caso, porta la sesta e simula l’orgasmo: costa poco meno di 10 mila dollari.
Kathleen Richardson, ricercatrice di roboetica alla De Montfort University di Leicester, dal 2015 conduce una campagna contro i robot erotici. “L’industria ci punta sempre di più – ha dichiarato alla BBC – mettendo a rischio le relazioni tra individui”. “Se il sesso si riduce a meccanismo, oscurando il legame umano, nasce un problema etico”, concorda Patrizia Marti. Roxxxy è obbediente e sempre pronta. Non avrà la pelle di pesca, ma è perfetta per gli amanti del controllo.
“È possibile che nel giro di pochi decenni l’intelligenza artificiale superi l’intelletto umana”: non è Blade Runner, ma un documento ufficiale del Parlamento europeo, datato 25 maggio 2016. Il rischio? “La sopravvivenza della specie”.
“Che accadrà quando un robot prenderà decisioni autonome? Non è questione di se, solo di quando”, avvisa Amedeo Cesta, ricercatore del CNR e presidente dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale. Il Parlamento europeo suggerisce, per i robot, lo status di Persona elettronica. Ma allerta: “Si dovrà considerare se e quando i robot sostituiranno le cure e la compagnia umane”. Maurizio Feraboli, da Peccioli, non è preoccupato: “Mi viene da ridere, è come affezionarsi al televisore, c’è sempre il telecomando”. Premere off, per qualcuno, è un problema. I casi di dipendenza da internet si motiplicano.