la Repubblica, 13 febbraio 2017
Potere e capitalismo, i pericoli per Pechino
TUTTI e due governano una superpotenza militare ed economica. Uno di loro è un sostenitore del libero scambio e ha affermato che è un errore incolpare la globalizzazione di tutti i mali dell’umanità. L’altro sostiene che i commerci internazionali sono nocivi per il suo Paese e ha annunciato di voler tassare le importazioni. Il primo, difensore della globalizzazione e del commercio, è il segretario generale del Partito comunista più grande della storia (80 milioni di iscritti); è anche il presidente della Cina, la seconda potenza economica del pianeta. L’altro, il protezionista che attacca i commerci internazionali ogni volta che può, è Donald Trump, che guida la più importante economia capitalistica di tutti i tempi.
In questo strano mondo al rovescio, le decisioni di questi due presidenti, e quello che succederà ai rispettivi Paesi, influenzeranno tutti noi. Dei due, a catturare tutta l’attenzione in questo periodo è il nuovo presidente degli Stati Uniti, che ogni giorno infrange qualche regola, insulta qualcuno o aggredisce qualche istituzione, nazione o categoria di persone. Ma la grande attenzione che ci concentra su Trump ci impedisce di seguire più da vicino quello che sta succedendo nella Cina di Xi Jinping. Il colosso asiatico potrebbe essere in procinto di entrare in un periodo di forti convulsioni economiche e politiche, con ripercussioni internazionali ancora più gravi di quelle prodotte dai comportamenti imprevedibili del presidente americano.
La crescita dell’economia cinese ha rallentato, e di conseguenza ha rallentato anche la creazione di posti di lavoro. L’indebitamento incombe minaccioso, c’è una fuga di capitali e in generale la Cina soffre di una serie di squilibri che richiederanno l’assunzione di misure molto impopolari. Il Paese deve passare da un’economia basata sulle esportazioni e sugli investimenti, imponenti e indiscriminati, in infrastrutture, a un modello più sostenibile alimentato dai consumi interni, con maggiore disciplina nella spesa pubblica, negli investimenti e nell’indebitamento.
Su questo c’è consenso. Ma quel che non è chiaro è se sarà possibile condurre in porto le riforme necessarie con la velocità e l’efficacia necessarie. E non è chiaro nemmeno se questa transizione economica di ampio respiro potrà essere realizzata senza creare conflitti sociali e politici di gravità tale da destabilizzare il regime o addirittura mettere a rischio la permanenza al potere del Partito comunista cinese.
A questo proposito, il professor Minxin Pei, uno dei sinologi più apprezzati del pianeta, ha appena pubblicato un libro dal titolo China’s Crony Capitalism, “Il capitalismo dei compari in Cina”. Il crony capitalism si basa sulla complicità fra imprenditori e politici. I “compari” (e spesso i familiari) dei politici accumulano grandi ricchezze con l’aiuto del governo, mentre i politici ottengono e mantengono il potere grazie al denaro e all’influenza degli imprenditori amici. È un tipo di capitalismo corrotto che esiste in molti Paesi, ma in Cina, secondo Pei, ha assunto proporzioni colossali. L’opinione di Pei è che il crony capitalism mette in pericolo la sopravvivenza del regime e che l’egemonia del Partito comunista è destinata a finire.
Il professor Pei comincia il suo eccellente saggio citando il presidente Xi Jinping contro il malaffare, poi documenta la presenza diffusa e le conseguenze debilitanti di questa corruzione sistemica, e dimostra come la struttura del potere che si è venuta a creare sia al tempo stesso insostenibile e resistente al cambiamento. È una pessima combinazione. Le dimensioni e la complessità di un Paese di oltre un miliardo e trecento milioni di abitanti, con un’economia che si è decuplicata e un reddito pro capite cresciuto di tredici volte dal 1990 a oggi, rendono molto difficile accentrare il potere. Ma è proprio quello che sta cercando di fare il presidente Xi. Paradossalmente, il presidente cinese sta sfruttando l’indispensabile campagna contro la corruzione per eliminare i rivali e consolidare il suo potere.
Pei non crede che questa strategia possa funzionare. Secondo lui, l’attuale struttura di potere in Cina ha molte delle caratteristiche di un regime leninista in avanzato stato di decomposizione. Se Minxin Pei ha ragione e la Cina è destinata a destabilizzarsi, la presenza di Donald Trump alla Casa Bianca diventa ancora più nefasta.