la Repubblica, 11 febbraio 2017
Zucchero: «Ho scoperto il mondo con il blues»
UN MUSICISTA BLUES ha due cose alle quali non può rinunciare: la sua chitarra e le sue scarpe per andare di città in città a raccontare le sue storie. E così è anche per Zucchero che, quasi per definizione, è un artista viaggiatore, che dalla sua Reggio Emilia si è mosso per andare a conquistare il mondo con la musica. Anzi, ha costruito una intera carriera sulla sua natura al tempo stesso provinciale e internazionale. «Ah, ma non sono l’unico», dice ridendo, «a essere nato in campagna e aver scoperto il mondo. Pavarotti, ad esempio, era più planetario di me, ma quando era in viaggio si portava dietro le tagliatelle fatte in casa dalla moglie del suo miglior amico. Chi è nato in provincia ha le radici lì. Ma non lo facciamo solo noi italiani: le leggende della musica fanno spesso una vita diversa quando i riflettori cambiano. Clapton vive in campagna e va a pescare, Peter Gabriel abita a Bath, molti producono olio e vino. Poi prendono l’aereo o la macchina e viaggiano in ogni angolo del pianeta. Così anch’io: il mio piccolo mondo di provincia non ha mai avuto confini. Volevo fare musica fin da quando avevo otto anni, non sentivo la necessità di scappare perché avevo buoni amici, ma ho cominciato a viaggiare subito seguendo la famiglia a Forte dei Marmi. Mio padre voleva farci fare una vita migliore, non la vita del paesello. Io invece all’inizio soffrii, perché non mi piaceva. Poi andammo a Carrara, c’era più gente reale, frequentavo il ricco e il povero e stavo bene. Ma ancora non capivo le dimensioni del mondo, avevo già la mia chitarra ma non avevo ancora messo le scarpe per viaggiare». La scoperta del mondo per Zucchero avviene nel 1988 quando, a 29 anni, va negli Usa. «Suonavo nella mia band e non riuscivo davvero a stare fermo. Facevamo le grandi balere, la Capannina, la Bussola, le Rotonde di Garlasco, lo Sporting di Bologna, e poi presi per la prima volta l’aereo alla metà degli anni Settanta, per andare in Sardegna. Poi i primi album, i primi successi, e arriviamo alla metà degli anni Ottanta. È lì che faccio il mio vero viaggio, quello che mi ha trasformato profondamente, a San Francisco. Avevo inciso tre album ma non succedeva niente. La casa discografica, come ultima spiaggia, mi disse “vai, ti diamo questi pochi soldi, portaci qualcosa che vale la pena”. Andai a San Francisco con un biglietto vinto a un concorso da un amico, lo comprai facendomi fare un prestito. Sapevo che lì c’era Corrado Rustici, che era entrato nel giro dei grandi, Aretha Franklin, Narada Michael Walden. Con un amico andai a incontrarlo, arrivammo alle 4 di mattina e andammo in un hotel enorme, sul Pier 39. Prendemmo una pizza, la più buona che ho abbia mai mangiato, era tutto grande, i gelati immensi, tutto fantastico. È stato il mio primo vero viaggio e il vero inizio: Rustici ha messo in piedi la band e in una settimana abbiamo fatto le basi di “Blue’s».
Da allora Zucchero è diventato un “viaggiatore provinciale”, globale e locale, in grado di mettere in sintonia Reggio Emilia e il Sud degli Stati Uniti. E ogni città ha impresso un segno: «Memphis è stata una bella botta, avevo già fatto “Blue’s», lavoravamo su “Oro, incenso e birra”, e Rufus Thomas mi porto in una chiesa a sentire una messa gospel, fu un’esperienza incredibile. Il giorno dopo venne il sindaco e mi diede la cittadinanza onoraria, andai agli studi della Sun Records e della Stax, mangiavo a Beale Street, era l’88 e vedevo l’America che avevo solo immaginato, la musica che avevo sempre desiderato». Da allora oltre alle scarpe il viaggiatore Zucchero porta con sé tutto per una vita da randagio del blues: «In tour mi porto un flight case dove ci sono dieci paia di scarpe, dieci giacche, magliette, pantaloni, l’aggeggio per misurare la pressione. Una volta avevo il vizio di portarmi valigioni pieni, volevo avere la casa con me. Adesso vado via con un trolley semplicissimo. Ma sempre con la chitarra, più piccola del normale, acustica, e quindi più maneggevole». Macchine fotografiche, blocchetti per gli appunti, lo smartphone o l’iPad... «Si, ma non sono molto tecnologico. Sono una spugna, mi riempio la testa di immagini, le orecchie di suoni, il naso di odori. Se non viaggiassi la mia musica non avrebbe lo stesso respiro». Ma c’è anche la casa. Una famiglia numerosa quella di Zucchero, tre figli. E una, Irene, che fa lo stesso mestiere: «Non deve essere facile essere mio figlio, io non sono un padre tradizionale. Devono trovare una loro identità, al di là di ciò che sono io». Tanti viaggi, tanti giri del mondo, ma si torna anche a Sanremo, come stasera: «Al Festival ci torno quando mi sembra divertente farlo, non per le classifiche o i like. La musica è la mia vita. Ogni palco vale la pena di essere calcato se ci puoi suonare la musica che ami».