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 2017  febbraio 11 Sabato calendario

Banche, un rosso da 18 miliardi

MILANO Quasi una manovrina: ad esclusione di Intesa, le perdite cumulate delle prime quattro banche su cinque sfiorano i 18 miliardi. Una serie di fattori ha contribuito a deprimere i loro conti: il margine di interesse generalmente in calo (i tassi sono rimasti bassi e i volumi degli impieghi sono saliti poco e solo verso la fine dell’anno); le turbolenze dei mercati finanziari, che hanno compresso i ricavi da commissioni sul risparmio gestito (sempre positivi, ma non in crescita rispetto allo scorso anno); gli oneri per soccorrere il resto del sistema bancario (dal Fondi di risoluzione ad Atlante) e gli oneri per la riduzione di personale e filiali. Ma la “colpa” maggiore se la portano dietro i non performing loans, i crediti deteriorati che si sono accumulati negli anni e su cui ora la Bce non fa sconti. Nel caso di fusioni (Banco- Bpm insegna, con i suoi 16 miliardi di crediti deteriorati netti, che hanno portato a rettifiche di valore cumulate per quasi 3 miliardi) ma anche per i piani industriali che sono stati varati a suo tempo per aumentarne le coperture (come nel caso di Ubi, che ha chiuso con un rosso di 830 milioni, su cui hanno pesato anche i costi una tantum per la nascita di una banca unica al posto del modello federale).
Un po’ per tutte le banche, la cessione (con perdite) o l’aumento delle coperture ha fatto da filo rosso in questi bilanci da post crisi, dopo anni di recessione. La punta dell’iceberg è Unicredit, che ha varato la maxi-ricapitalizzazione e nel frattempo ha fatto altrettanto maxi-accantonamenti, che hanno spinto il Cet1 (il principale indicatore di patrimonializzazione) sotto l’8% per quella manciata di giorni che passa tra la chiusura del bilancio e la conclusione dell’aumento di capitale da 13 miliardi (in corso). Ma la buona notizia è che – in generale – l’ingresso di nuovi crediti in difficoltà dalla categoria “in bonis” sta rallentando (e i forti accantonamenti hanno ridotto ovunque i crediti deteriorati netti). Visti da vicino, i forzieri delle banche rassomigliano più a colabrodi che a dispensatori di credito: ancora una volta fa eccezione Intesa, che ha visto salire del 16% le nuove erogazioni a medio lungo termine, mentre per esempio Ubi ha ridotto gli impieghi alla clientela.
Altri oneri straordinari hanno pesato sui bilanci per le spese per la riduzione del personale e il taglio delle filiali. In prospettiva di banche più snelle e con meno organici (l’ultimo atto è stato il maxi accordo appena raggiunto da Unicredit su quasi quattromila persone) ma per ora i conti economici soffrono.
L’altra costante del 2016 è stata la forte incidenza delle “spese di sistema”, di quella serie di interventi a favore delle altre banche che, più o meno “spintaneamente” e più o meno in misura massiccia, hanno riguardato tutti. Persino Mps (nonostante si avvii alla nazionalizzazione) ha dovuto versare 241 milioni tra Fondo di risoluzione unico, Fondo di risoluzione nazionale e altri balzelli simili. Per Intesa il conto di “tributi e altri oneri riguardanti il sistema bancario” è stato pari a 559 milioni netti: la voce comprende anche 227 milioni di rettifiche di valore riguardante Atlante.
La partecipazione in Atlante è stata oggetto di trattamento diverso da parte dei vari istituti: Unicredit ha avuto probabilmente la mano più pesante (la svalutazione dovrebbe essere intorno al 60% e forse più), ma anche Banco Bpm ha svalutato l’investimento di quasi 60 milioni mentre Ubi ha ridotto il valore della sua quota di 73 milioni lordi (52,9 netti). Il conto per la messa in sicurezza delle due banche venete è decisamente salato e, soprattutto, non è ancora definitivo: la nuova ricapitalizzazione degli istituti è alle porte.