la Repubblica, 11 febbraio 2017
Tre generazioni sulle barricate i 40 anni di convivenza infelice tra la città e i suoi studenti
BOLOGNA In via Zamboni i libri hanno paura degli anniversari. Vent’anni fa, proprio qui, un corteo in memoria di Francesco Lorusso, studente ammazzato da un carabiniere nel marzo ’77, sostò davanti alla libreria Feltrinelli e la omaggiò del suo “inchino”: scaffali devastati, libri rapinati. Su Repubblica, Alberto Arbasino parlò sarcastico di “lutto con scasso”. Vent’anni dopo, stessi giorni stessi luoghi, solo che questa volta gli studenti del corteo hanno già i libri in mano prima delle cariche della polizia. Bologna, libri, cortei, scontri. Da tre giorni la città della prima università dell’Occidente rimescola il suo cocktail classico.
Poco più giù sulla stessa strada, al 36, dietro le porte divelte della Biblioteca di Lettere la scena è quella di un terremoto. Sedie ribaltate, fogli sparsi, astucci abbandonati sui tavoli. Il prorettore Mirko Degli Esposti, desolato: «Abbiamo fatto il possibile per parlare con tutti, ma ora abbiamo perso tutti». Occupata giovedì da un collettivo studentesco, poi sgomberata da una carica di agenti in tenuta antisommossa. Una cosa che non si vedeva da anni, caschi e manganelli dentro l’Università. Ma nella pasta madre di questa città c’è un lievito che si gonfia misteriosamente ogniqualvolta si avvicina l’occasione simbolica giusta. L’11 marzo una piccola folla si riunirà sotto il portico di via Mascarella, dove da quello stesso giorno di 40 anni fa i buchi dei proiettili incidono il muro, evidenziati da cerchietti di gesso. Il gesso è labile, ma ci hanno messo sopra una lastra di vetro. Ora il sindaco Virginio Merola ammonisce: «Non c’entra il ’77, guai se la storia si ripete in farsa». Intanto, a un mese dal quarantennale, propone di sfrattare l’ultimo centro sociale giovanile, XM24, regolarizzato da anni, per mettere al suo posto una caserma dei carabinieri.
Vent’anni più vent’anni, un salto di tre generazioni studentesche. Ma l’altra sera le campane del vetro, rovesciate in piazza Verdi per farne barricata, buffe come enormi capsule del caffè, erano grottescamente rabbiose come 40 anni prima le forme di parmigiano “espropriate” dal ristorante Cantunzèin e fatte rotolare sul pavè. Due sere fa, dopo le cariche in strada, il selciato riluceva di schegge di vetro come i frantumi della “vetrina infranta” che Roberto Roversi, poeta senza compromessi, si trovò sotto le scarpe 40 anni fa, nella Kristallnacht in cui intravide la sorte della “rabbia del popolo invisibile”.
Echi di un ’77 lontano. Per questi ragazzi è storia da reduci, o “criminalizzazione retrospettiva”. Eppure a Bologna il conflitto fra un pezzo del mondo giovanile e le istituzioni sembra avere radici più robuste che altrove, forse esclusa la Val di Susa. Alimentato dalla rivalità tra gruppi dell’arcipelago disobbediente, Cua, Hobo, Assemblea di Scienze Politiche, talvolta ai ferri corti tra loro, minoritari ma compattati da periodici esercizi di stile: clamorose le lezioni interrotte ad Angelo Panebianco, politologo e docente.
Ma i luoghi di allora sono gli stessi di oggi, e sembrano spugne ancora zeppe di simboli acidi. Da 40 anni piazza Verdi non è una piazza, è un “problema”. Si dice, per colpa dei bivacchi birraioli e del mercatino di stupefacenti, che infastidiscono le signore alle prime del Teatro Comunale e tolgono il sonno ai residenti demoralizzati. È questo il degrado che assediava la biblioteca del civico 36, soprattutto dopo la decisione di tenerla aperta fino a mezzanotte: stufi di bagni trasformati in magazzini dello spaccio, di cani a passeggio tra gli scaffali, hanno messo le porte col badge per proteggere un luogo da usi impropri. Divelte dal Collettivo Universitario Autonomo in nome di un diritto allo studio che nessuno ha negato. O forse divelte in nome di un altro diritto: il controllo del territorio. Chi comanda qui?, è la vera domanda. Quando il sindaco poche settimane fa ha dichiarato «ci riprenderemo piazza Verdi» ha ammesso di averla persa. Chi se l’è presa? Il degrado? Ma i fronti di guerra sono sempre devastati. E piazza Verdi è la posta di una battaglia che sembra tramandarsi da decenni con la forza di un’epica. “Dalla zona universitaria non ce ne andremo mai!”, “La gente come noi non molla mai!”, cantano in corteo nel tardo pomeriggio i militanti del Cua (ricevendo però una quantità imprevista di sfottò sulla loro pagina Facebook, e una petizione di dissociazione firmata da 4mila studenti). «Su questo pezzo di città vogliamo decidere noi» grida nel megafono lo speaker del corteo serale, dopo gli scontri quotidiani. Cambiano le generazioni della protesta, ma tutte hanno considerato piazza Verdi la propria fortezza. Lo ha capito Matteo Salvini che si è divertito a sfidarla nella campagna elettorale più fortunata per la Lega (45% al ballottaggio del giugno scorso), trovandosi di fronte barricate di rotoballe di fieno e lanci di ortaggi.
Per il Comune piazza Verdi è suolo irredento, ma è anche una grana da declassare volentieri a questione di ordine pubblico. Da 40 anni Bologna è una città con la popolazione universitaria tra le più imponenti in proporzione agli abitanti (quasi 80mila iscritti, oltre metà fuorisede residenti), che sugli studenti campa; però gli studenti le fanno paura, e sottilmente li detesta. Una città di affittacamere anche a 400 euro al mese, dove però a una studentessa camerunense può capitare di sentirsi dire (storia di pochi giorni fa) che «non si affitta ad africani». In questa convivenza infelice sta l’eredità della ferita del ’77, che costò al Pci la rottura con una generazione intera. Strappo mai rimarginato, solo coperto di biacca, come i graffiti di via Zamboni. Incistato nel subconscio di un’intera città. Ma chi non elabora il lutto, finisce per subire lo scasso.