Corriere della Sera, 13 febbraio 2017
«Credevo nel coach. Mi ha violentato per oltre tre anni»
Ian Ackley oggi ha 48 anni, è sposato, ha quattro figli e una vita normale. È uno degli ex calciatori che ha deciso di raccontare la sua storia fatta di tre anni e mezzo di abusi subiti in silenzio, per paura di non essere creduto e buttare al vento il sogno di diventare un professionista.
«Tutto comincia all’inizio degli anni Ottanta – racconta Ian al telefono —, quando gioco per una squadra locale nell’Inghilterra del Nordovest. Barry Bennell assiste alle partite e m’invita a sostenere il provino con i White Knowl che lui allena. Lo supero ed entro a far parte della squadra». Bennell chiede subito ai genitori di Ackley, che ha 11 anni, di lasciarlo dormire a casa sua il venerdì sera. Si sarebbe riposato meglio in vista della partita, è la scusa che usa. «Da lì si passa ai weekend – racconta Ian – e molto rapidamente mi trovo a dormire da lui anche i giorni di scuola e a trascorrere insieme alcune vacanze. Mi porta anche a dei campus estivi di allenamento in Galles e in Spagna. Durante tutto quel periodo, per tre anni e mezzo, Bennell abusa di me continuamente, per più di 500 volte».
Il tecnico sembra in grado di aprire le porte giuste ad Ackley: il sabato mattina lo porta ad allenarsi con il Manchester City. «Ma non vengo ammesso». Provini e abusi, il programma continua fino a quando Ian compie 14 anni. «Bennell allenava solo ragazzi fino a quell’età. A quel punto smetto finalmente di giocare per lui». L’incubo sembra finito. Ian è in una squadra dei dintorni di Manchester, quando arriva la chiamata dello United. La vita può svoltare. «Sto per firmare un contratto da professionista con i Red Devils, quando, in un incidente stradale, muore mio fratello. Sono un giovane uomo arrabbiato, che ha subito in silenzio indicibili abusi e che ha appena perso suo fratello: un giorno insulto pesantemente l’arbitro e prendo una squalifica di 6 mesi. Sono disperato: non posso nemmeno allenarmi. Chiedo ai miei genitori un consiglio e loro, ignari, mi suggeriscono di rivolgermi a Bennell».
Ian per avere un’altra chance si rivolge ancora al suo aguzzino che lo indirizza verso il Rochdale Football Club. «Tutto ciò che volevo era diventare un calciatore professionista: Bennell mi fa ottenere un contratto di un anno senza aspettare la fine della squalifica. Ma a Rochdale c’è un ragazzo che aveva giocato insieme a me nei White Knowl per Bennell, senza essere vittima di abusi; racconta a tutti i suoi sospetti su di me. Gli altri compagni e l’allenatore iniziano a deridermi e umiliarmi. L’allenatore sotto la doccia si insapona e simula di masturbarsi sopra la mia testa. Una volta, in inverno, lanciano i miei scarpini fuori, così si congelano. Dico basta. Vado dal manager, Vic Hallam, per dirgli che non voglio più rimanere. Carriera finita».
Ma si chiude col calcio, non con il proprio dolore: Ackley entra in un tunnel fatto di depressione, di problemi a rapportarsi con il proprio corpo e con gli altri. Riesce a vincere la tentazione di farla finita grazie alla donna che è diventata sua moglie. Alla denuncia pubblica degli abusi subiti, arriva solo nel 1998: «Un ragazzo di 13 anni viene violentato da Bennell durante un tour calcistico negli Usa: torna a casa e racconta l’accaduto al padre, ufficiale di polizia. Iniziano a indagare ma non trovano testimoni. Qualcuno fa il mio nome alla polizia che mi contatta: a quel punto, parlo e racconto quanto mi è accaduto. Bennell viene arrestato». Solo allora Ackley racconta tutto ai genitori: il padre da quel momento inizia a scrivere centinaia di lettere alla FA e alle squadre per chiedere giustizia per suo figlio.
«Non ho ancora avuto modo di parlare con alcuna di quelle squadre; ogni volta che io o mio padre abbiamo scritto, non hanno risposto. Solo dopo che il mio avvocato li ha contattati, il Manchester City ha deciso che mi incontrerà. Ma so già come andrà: esalteranno il loro comportamento per tutelare i ragazzi. A me non interessa. So che la proprietà è cambiata, ma quando compri una squadra di calcio, compri anche la sua storia: i trofei e il marcio. Non essendoci per legge l’obbligo di denuncia, non posso fare causa ai rappresentanti del board dell’epoca. L’unica cosa che posso fare è agire contro il club stesso. Faranno le loro indagini interne, ma se anche trovassero delle colpe non le perseguiranno». Berry Bennell è sotto processo per la quinta volta per abusi su minori, ma ha subito sempre pene irrisorie. «Siamo solo all’inizio dello scandalo, bisogna fare di più per tutelare i nostri figli».