Corriere della Sera, 13 febbraio 2017
Mister Orco
I numeri prima di tutto: 248 squadre coinvolte (dalla Premier League agli amatori), 184 potenziali pedofili identificati, 1.016 chiamate di denuncia alle autorità, 526 vittime dai 4 ai 20 anni (il 97% maschi). Ecco di cosa parliamo quando parliamo del «più grande scandalo che ha investito il calcio nel Regno Unito», per dirla con Greg Clarke, presidente della Federazione inglese.
Un fenomeno incredibilmente esteso, anche grazie a una serie di sottovalutazioni sulle quali l’Inghilterra oggi si interroga. Non esistendo obbligo di denuncia (così come in Italia), nella maggior parte dei casi i club hanno raggiunto accordi privati con le vittime senza dare pubblicità allo scandalo. Un po’ quello che è accaduto nei casi di pedofilia nella Chiesa Usa. L’ex calciatore Gary Johnson ha rivelato che il Chelsea lo ha pagato 50 mila sterline per chiudere la sua vicenda. Il dibattito è aperto. Il gruppo Mandate Now ha raccolto 200 mila firme, consegnate a Downing Street perché venga introdotto l’obbligo di denuncia in certe attività che riguardano i bambini. La materia è delicata, il rischio delazioni alto.
Dino Nocivelli è un avvocato trentenne, associato presso il Bolt Burdon Kemp di Londra che ha seguito la maggior parte dei casi di abusi sessuali sui minori. Il vaso di Pandora è stato rotto da Andy Woodward, ex calciatore professionista che, in dieci anni di carriera, ha indossato le maglie di Crewe Alexandra, Bury e Sheffield United: il 16 novembre 2016 ha raccontato al Guardian di aver subito abusi sessuali da parte dell’allenatore Barry Bennell al Crewe Alexandra. Ha rotto l’omertà, è partita la valanga. «Molti altri sono stati spinti a parlare – spiega Nocivelli —. Il mio cliente Ian Ackley ha iniziato a scrivere alla FA e alla Fifa per raccontare quello che aveva subito dallo stesso Bennell». Non con grandi risultati: la Federazione inglese gli ha risposto con due righe sbrigative: «Finora non è stato legalmente possibile effettuare una nostra analisi interna». «Ora la FA farà la propria indagine, pagherà una campagna di protezione dei minori, ma è un po’ tardi. La maggior parte degli allenatori che hanno commesso abusi sono stati ritenuti idonei, seguivano i ragazzi per grandi club, come City e Chelsea».
E in Italia? «Perché dovrebbe essere diversa dagli altri Paesi? Manca qualcuno che trovi la forza di denunciare», la conclusione di Nocivelli. I dati sono scarsi, inadeguati a descrivere un fenomeno che resta per lo più sommerso. I casi più recenti parlano di un allenatore di una squadra del Tortonese, Tonino Marci, arrestato con l’accusa di aver abusato di minori per trent’anni, suicida in carcere, e di un presidente di un club dilettantistico di calcio arrestato a Cremona. Secondo l’Istat in Italia nel 2014 ci sono state 494 denunce per atti sessuali con minorenne. Da gennaio a dicembre 2015, i casi di pedofilia gestiti da Telefono Azzurro sono stati 241 (in crescita). «Le segnalazioni che riceviamo – spiega il presidente di Telefono Azzurro Ernesto Caffo, neuropsichiatra infantile – sono la punta del fenomeno: i bambini vittime non parlano, hanno paura dello stigma. A una certa età poi l’allenatore conta più dei genitori, decide se giochi o no, regala o toglie la felicità». Continua Nocivelli: «L’ambiente maschilista del calcio non aiuta. E secondo i nostri dati ci vogliono almeno vent’anni perché un bambino abusato parli». Non solo: «Le società anche in Italia vogliono tutelare il loro “buon nome” e spesso non denunciano – conferma Massimiliano Frassi, presidente dell’associazione Prometeo —, non accade solo nel calcio: io, per esempio, ho gestito casi nel karate, non sempre con grande collaborazione».
Cosa fanno le società per prevenire? La chiave è migliorare la qualità di chi è a contatto con i bambini. Il presidente Carlo Tavecchio vuole imporre alle oltre 60 mila squadre iscritte alla Figc di avere un allenatore dotato di patentino, il che dovrebbe garantire una certa selezione. «Per ottenerlo si studiano varie materie, la psicologia, la comunicazione con i giovani – spiega Renzo Ulivieri, presidente Associazione allenatori —. Noi per evitare guai diciamo all’allenatore di non restare mai da solo con i ragazzi». Ma non basta per Caffo e Frassi: «Oggi non c’è una valutazione psicologica sul tecnico, possono persino essere assunte persone con precedenti o già condannate in primo grado».