Corriere della Sera, 13 febbraio 2017
Il killer di Nicholas dai domiciliari: «Graziatemi, donerò gli organi»
Si è sposato, ha messo al mondo due figli, abita con la famiglia al Nord e fa l’operaio in una fabbrichetta di elettrodomestici.
È la nuova vita dell’ergastolano Michele Iannello. Calabrese di Vibo Valentia con un passato da soldato e killer della ’ndrangheta, il quarantanovenne Iannello non è un detenuto qualsiasi. Si tratta del pregiudicato che la giustizia ha condannato in via definitiva per aver ucciso il piccolo Nicholas. Sarebbe stato lui a premere il grilletto il 29 settembre 1994 contro la Y10 dei coniugi americani Green scambiandola per quella di un gioielliere da rapinare. Nicholas morì, l’Italia si emozionò e la Corte d’assise d’appello di Catanzaro decise per Iannello il massimo della pena (condanna confermata in Cassazione).
L’anomaliaUn ergastolo esemplare ma anche decisamente anomalo, almeno per gli sviluppi che sta avendo. È successo infatti che un paio d’anni fa, senza tanto clamore, quasi alla chetichella, Iannello ha fatto la sua valigia ed è uscito dal carcere. Non è stata una beffarda evasione. No, l’ha disposto il giudice di Sorveglianza di Torino ritenendolo meritevole di scontare il resto dei suoi giorni ai «domiciliari». Cioè, un ergastolo fra le mura di casa. Possibile? «Ha collaborato con la giustizia in modo pieno e attendibile», scrive il Tribunale di Sorveglianza di Torino riconoscendo tuttavia l’«importante criticità» del caso Iannello. Al quale vengono naturalmente imposti dei limiti: «Non potrà frequentare bar, discoteche, ristoranti e luoghi pubblici se non per il tempo autorizzato...», elencano i giudici. Un ergastolo «casalingo», una detenzione perpetua negli ottanta metri quadrati che divide con moglie e figli.
Tutto nasce dal fatto che il pentito calabrese, capace di ammettere delitti di mafia e incastrare affiliati della cosca di Vibo, si è sempre protestato innocente rispetto all’omicidio Green. «Se il mio cliente avesse confessato anche quello avrebbe evitato l’ergastolo e avuto i benefici di legge, oltre al programma di protezione. Ma non poteva farlo visto che non l’ha commesso», sostiene l’avvocato Claudia Conidi, difensore di Iannello, che interpreta così la decisione dei giudici: «Hanno comunque dimostrato che la condanna a vita è da prendere con beneficio d’inventario».
La domanda di graziaLa scarcerazione ha avuto una ricaduta positiva sulle speranze del pentito. Al punto da pensare a una domanda di grazia al presidente della Repubblica.
Iannello ha scritto la lettera al capo dello Stato proprio in questi giorni. Giorni nei quali la vicenda Green è tornata alla ribalta delle cronache per la morte di Andrea Mongiardo, l’adolescente che ha vissuto 22 anni con il cuore di Nicholas. Dopo la tragedia la famiglia Green sorprese infatti tutti decidendo di donare gli organi del figlio che furono impiantati a sette cittadini italiani. Una lezione di civiltà, capace di scuotere l’Italia dei trapianti e di sollevare un’onda di commozione nel Paese. Nicholas divenne un simbolo. A lui vennero intestate piazze, scuole, canzoni. Sulla sua storia in America girarono un film, «Il dono di Nicholas», con Jamie Lee Curtis e Alan Bates. E mentre la storia varcava i confini nazionali, in Italia calava il sipario su quella giudiziaria e Iannello finiva in carcere a scontare l’ergastolo.
«Ho ucciso ma non lui»«Signor presidente – scrive ora il condannato – lo giuro, io non c’entro. Fu mio fratello a commettere l’omicidio del bambino, usando la mia autovettura. Non me la sentii di accusarlo in prima battuta... non sono quel mostro che hanno dipinto». Non il mostro di Nicholas, almeno. «È vero, ho commesso omicidi ma li ho confessati tutti e sono stati delitti di mafia, fatti per non essere a mia volta ucciso, perché nelle faide funziona così: o uccidi per primo o sei tu a morire». Pagine sorprendenti, nelle quali il pentito abbraccia Reginald e Maggie Green, i genitori di Nicholas: «Mi stringo al loro cuore, capendo ora da padre quanto dolore possano avere. Ogni giorno Nicholas è nei miei pensieri». Infine, il colpo a effetto: «Alla mia morte, se qualcosa del mio corpo sarà ancora buona, donerò gli organi per salvare la vita a qualche persona, almeno sarò utile a qualcuno». Invoca la libertà piena: «La prego, signor Presidente, mi dia la possibilità di tornare un uomo libero. Per dare ai miei figli quel sorriso che un giorno si è spento sul volto di Nicholas».
Per la follia di uno sparo, in una notte di mafia.