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 2017  febbraio 13 Lunedì calendario

A Sanremo la rivincita dell’ironia

La scimmia nuda dice la nuda verità. Come al solito, l’insulso Sanremone dà concrete indicazioni sullo stato d’animo del Paese. Nulla è più serio delle futilità. La vittoria di «Occidentali’s Karma», la canzone che Francesco Gabbani strilla accanto a un gorillone saltellante, indica che forse in Italia, nonostante tutto, c’è bisogno di ottimismo, di ironia, di leggerezza. Se c’è poco da ridere, c’è però voglia di sorridere.
Invece quest’anno tutte le canzoni del Festival andavano dal serio al luttuoso, con il danno collaterale di farlo sembrare ancora più lungo di quanto non fosse. Tempi lenti, talvolta morti, ritmi mesti, temi seri, interpreti seriosi, amori regolarmente andati a male o che l’avrebbero fatto presto. Una lagna, un patema, uno sconforto. Sapesse quanto soffro, signora mia. Ah, non lo dica a me, va tutto malissimo.
L’unica canzone irriverente e ironica, che non soffre ma s’offre ai quattro salti con astuta naturalezza, furbetta ma non pretenziosa, di una leggerezza quasi (esageruma nen) calviniana era il nonsense «colto» dell’ottimo Gabbiani, che infatti ha vinto nella classifica finale e stravinto nel televoto. Il popolo bue, mai come di questi tempi cornuto e mazziato, ha deciso di rispondere alla colata di lagrime che tracimava dall’Ariston nei tinelli nazionali con uno sberleffo. E una risata, in effetti, l’ha seppellita. Gabbani e la sua scimmia (Gabbani era quello a destra guardando il teleschermo) hanno fatto il pieno di sms, scaldando il cuore e i polpastrelli degli italiani e soprattutto delle italiane, non insensibili, si dice, al baffo malandrino del Nostro e anche alla circostanza che fosse uno dei pochi eterosessuali presenti su quel palco.
Ancor più significativo che l’elevazione agli altari del nazionalpopolare di Gabbani abbia coinciso con la rottamazione di Fiorella Mannoia. La Mannoia è il Grande Classico: canta sempre la stessa canzone più o meno dai tempi del Pentapartito, con tutti i suoi bravi perbenismi di sinistra e relativi luoghi comuni dell’impegno, oggi ovviamente grillina, adorata dalla kasta dei critici (che però sono subito corsi in soccorso al vincitore: i soliti voltaGabbani). La sua canzone era forse più «bella» e certamente meglio interpretata di quella vincitrice; anzi, ironia della sorte, è anche fra le meno pessimiste del lugubre catalogo sanremese.
Ma, evidentemente, è meno in sintonia con il mood profondo del Paese, stufo di questa continua autoflagellazione. Inutile scomodare l’ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione, o antiche sventatezze canzonettistiche modello «canta che ti passa» (il karma nazionale, appunto). L’ironia di Gabbani non risolverà certo gli innumerevoli guai italiani, europei e mondiali, ma aiuta a sopportarli. Se Apocalisse dev’essere, che sia almeno allegra. In fin dei conti, anche sul Titanic l’orchestrina continuò a suonare fino alla fine.