La Stampa, 13 febbraio 2017
La Nord Corea lancia la sfida a Trump. Nuovo test missilistico verso il Giappone
La provocazione della Corea del Nord, che tutti gli esperti stavano aspettando, è arrivata. Sabato sera, proprio mentre il presidente Trump cenava col premier giapponese Shinzo Abe nella sua residenza della Florida a Mar a Lago, Pyongyang ha lanciato un missile verso il mare che la separa da Tokyo.
Il vettore di medio raggio, un Musudan, ha viaggiato per circa 500 chilometri, prima di esplodere. Poco dopo i due leader sono apparsi davanti alle telecamere, per condannare il test. «Il lancio appena fatto dalla Corea del Nord – ha detto Abe – è una violazione intollerabile delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che Pyongyang deve rispettare. La difesa da questi atti è una priorità». Trump lo ha seguito con una dichiarazione ancora più breve e chiara: «Il mondo deve capire che noi siamo al cento per cento dietro al nostro alleato giapponese». Ieri il consigliere per la sicurezza nazionale Flynn ha chiamato la sua controparte a Seul, accordandosi di adottare tutte le misure necessarie per evitare altri lanci.
La provocazione della Corea del Nord, per mettere alla prova la nuova amministrazione, era attesa dagli esperti del settore. Il primo viaggio all’estero del nuovo capo del Pentagono, Mattis, era stato pochi giorni fa proprio a Seul e Tokyo, per dare garanzie sulla loro difesa davanti alla minaccia di Kim. Tre giorni fa poi il presidente aveva parlato al telefono col collega di Pechino Xi, confermando la «One China Policy», e riaffermando la necessità di lavorare insieme per la stabilità globale. Nel giro del prossimo mese sono in programma le esercitazioni annuali condotte da Usa e Corea del Sud, che il Nord vede come le prove della sua invasione, e quindi una provocazione di Pyongyang veniva messa in conto. È arrivata in occasione dell’incontro fra Trump e Abe, proprio per mettere alla prova in particolare la tenuta dell’alleanza con il Giappone, ma è probabile che si ripeta nel prossimo futuro.
Il missile lanciato era di medio raggio, ma Kim ha l’ambizione di costruire un vettore intercontinentale, capace di colpire gli Usa e l’Europa trasportando le testate nucleari già realizzate. Trump non ha specificato come intende reagire, ma il test lo obbliga a farlo in una maniera diversa e più efficace rispetto a Obama.
Le amministrazioni precedenti avevano puntato sulle sanzioni Onu e la pressione della Cina. Non è bastato, e per quanto sia probabile un’altra condanna del Palazzo di Vetro, il nuovo presidente non può fermarsi qui. Secondo Harry Kazianis, Director of Defense Studies al Center for the National Interest di Washington, le opzioni sono tre: «Accelerare la consegna delle difese anti missile Thaad a Seul e Tokyo; spingere la Cina ad essere più attiva per fermare Kim, nonostante il timore di un’ondata di rifugiati; aumentare lo schieramento di truppe nella regione, inviando i bombardieri invisibili B-2 in Corea del Sud».
Scott Snyder, direttore del Program on US-Korea Policy al Council on Foreign Relation, pensa che «la replica alla provocazione dovrebbe essere finalizzata a chiarire che il regime rischia la sua stessa sopravvivenza, se non cambierà corso», quindi non escludere l’intervento militare. Proprio per questo Joseph Cirincione, presidente del Ploughshares Fund, ritiene che ci sia anche spazio per trattare: «Pyongyang vuole la garanzia di non essere attaccata e la fine delle sanzioni; Washington vuole che congeli il programma nucleare e missilistico, e lo stop alla proliferazione. Su questa base, considerando che Trump aveva detto di essere disposto a parlare con Kim, e si vanta di essere un deal maker, ci potrebbe anche essere un’intesa».