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 2017  febbraio 13 Lunedì calendario

Un treno per la notte. Quei nuovi poveri sul regionale dormitorio

Salvatore, 36 anni, sporge le brioches e i panini ai compagni di vagone: «Ho preso quelli senza prosciutto così anche Aziz, che è musulmano, può mangiarli». Li ha recuperati in stazione, tra i rifiuti: sono gli scarti della carrozza ristorante di un treno con le poltrone in pelle e la rivista patinata di bordo.
Non come questo regionale, che puzza di cene rigurgitate, toilette intasate e calze sporche: dall’1 di notte diventa un dormitorio, l’alternativa alla Caritas. È un Trenord: lascia Milano alle 23,25 e arriva ad Alessandria a mezzanotte e 55, cinque minuti prima che lo scalo ferroviario e gli uffici della Polfer chiudano. Resta sul binario 3, acceso e caldo perché è il primo a partire al mattino, alle 5,11. Il passaparola è stato più rapido del suo lento viaggiare.
Un posto al caldo
E così, se l’anno scorso non più di una decina di disperati lo usava alla notte per dormire, quest’anno il numero si attesta sulla cinquantina. Pochi i clochard e gli stranieri, tanti i nuovi poveri, disoccupati, ex ferrovieri (possono viaggiare gratis), padri divorziati schiacciati dalle spese dei divorzi, ragazzi che avrebbero bisogno di aiuto, gente che aveva conto in banca e casa fino a pochi mesi fa. Per loro appisolarsi in carrozza deve sembrare un po’ come proseguire un viaggio, più accettabile dell’impatto con le brandine della Caritas: «Lì ci sono le bande, ci rubano i vestiti, scoppiano le liti, qui invece è tranquillo e più sicuro». Non sempre: tre settimane fa i carabinieri hanno arrestato Iulian Frunza, un romeno di 35 anni, che alle 2,30 della notte aveva trascinato a bordo una ragazza di 19 anni per tentare di violentarla. Ma la norma, qui, è la drammaticità dei casi umani, più che la ferocia.
Giovanni Civi Lino è tra gli ultimi arrivati, ha 30 anni, sale ogni sera a Tortona, il cappuccio in testa, nel contenitore di stagnola il tiramisù che gli ha dato un’amica con un impiego in un ristorante: «Ho lavorato per 10 anni alla Ruberto Scavi», ditta poi travolta da guai giudiziari. «Ho il patentino da escavatorista, so usare il muletto: ho solo bisogno che qualcuno mi assuma». Accetta di lasciarci il cognome perché spera che possa servirgli per essere contattato: «Ma non ho il cellulare, me l’hanno rubato». È sparito, in una notte di queste, anche l’I-phone di Mustapha El Hassani, 37 anni e 4 bimbi da mantenere in Marocco: «Guardi, le mostro la mia carta di identità, ci sono le prove che sono una persona per bene, aiutatemi: per 13 anni ho lavorato a Milano, facevo l’operaio». I documenti dicono che risulta ancora residente in una bella via del centro storico: «Guadagnavo 1200 euro al mese, e riuscivo a pagare l’affitto del mio alloggio, 500 euro, ma così non posso più». Aziz Uly invece, 38 anni, avrebbe anche i parenti ad Alessandria, ma preferisce il treno: «Non voglio e non posso pesare su di loro: è un anno che dormo qui, per 14 anni ho fatto il metalmeccanico in una fonderia di Brescia che poi ha chiuso». Parla bene l’italiano. E quando al mattino ritorna a Milano «vado in biblioteca a spedire il curriculum via e-mail».
La dignità
Con lui spesso c’è Salvatore, quello che gli offre le brioches: «In genere di giorno andiamo al McDonald’s, pranziamo all’associazione Pane Quotidiano, poi ci ripariamo dal freddo al passante suburbano di Treviglio o in biblioteca». Arriva da Siracusa, per anni ha lavorato in una cementeria. Un giorno non gli hanno rinnovato il contratto. È il più elegante dello scompartimento, maglioncino di marca e borsone scozzese con dentro il beauty: «Non so dove andare a dormire, ma sono pulito e ho dignità». Per questo l’esperienza dell’elemosina non ha funzionato: «Ho provato, ma ho resistito un mese: tiravo su 20 euro al giorno, ma dovevo fare il muso e gli occhi tristi, era umiliante», lo racconta con una solarità così spontanea che è facile credergli. Nel vagone dopo c’è Mauro Moio, 55 anni. Si toglie le scarpe, allunga le gambe, la giacca a vento rimane addosso, al posto del cuscino c’è l’appoggia-testa del regionale, la federa è la tendina blu del finestrino. «Sono qui da 2 mesi, da quando mi hanno detto di questo treno. È silenzioso, riesco a riposare e non ho paura». Ha sempre fatto il cameriere: «Per tutta la vita, a Como, e spero di poter tornare al lavoro a marzo, con i matrimoni. Spero cioè che questa sia una parentesi». Una fermata. Prima del fischio del capotreno, quando il sole comincia a (ri)sorgere e su quel convoglio, affianco ai pendolari della disperazione, salgono anche gli altri passeggeri.