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 2017  febbraio 12 Domenica calendario

«Basta italiani cazzoni, non facciamoci scippare la creatività degli antenati». Intervista a Elio

Nel teatro più antico di Firenze, a Stefano Belisari in arte Elio viene in mente una vecchia storia: “Era il gennaio del 1979, avevo 17 anni e stavo andando a scuola. C’era una macchina arancione ferma ad un incrocio, una bomboletta che eruttava fumo verde al centro della strada e un uomo impalato, palesemente sotto choc, fermo a guardare. ‘Hanno sparato a un uomo’ diceva. Lo superai, mi avvicinai e vidi il giudice Emilio Alessandrini appena ammazzato da un commando di Prima Linea”. Elio ricorda “il traffico delle auto che continuava indifferente” a due passi da Porta Romana, “i buchi” sul corpo del magistrato e gli altri buchi “che come a tutti quelli della mia generazione, per colpa dell’eroina, portarono via 3 o 4 amici almeno”.
Al Niccolini, fiore quasi nascosto in una via intitolata alla famiglia di un barone, Ricasoli, che all’anagrafe si chiamava Bettino e ben prima di garofani e gigli magici fu sindaco della città toscana e Presidente del Consiglio, Elio ha speso due settimane intense parlando d’opera e raccontando: “Donizetti, Bellini, Rossini, Verdi e Campogrande. Non la solita storia dei compositori descritti come statue immobili di due secoli fa o testimonial di una banconota, ma un esperimento che grazie al dialogo e all’improvvisazione con il pubblico li restituiva come persone. Fuori dal tempo, dai pregiudizi, dall’oblio. C’era l’ambizione di affascinare i ventenni con una meraviglia, l’opera, ormai dimenticata da tutti”.
Come è andata?
Prima di andare in scena mi è venuto il dubbio di aver fatto una cazzata. Operazioni a vario titolo per coinvolgere i giovani e riavvicinarli al mondo della cultura sono in piedi da anni, ma trasudano muffa e paternalismo. Questa è stata una storia diversa.
Perché diversa?
Non solo non c’è stata una diserzione di massa, ma la gente è aumentata sera dopo sera. Molti ragazzi curiosi, molto interesse, molta partecipazione. Non era scontato.
Ha detto che l’opera è dimenticata.
Che l’opera, una delle più straordinarie creazioni italiane degli ultimi 200 anni, sia abbandonata e dimenticata a me, a Francesco Micheli, il regista con il quale ho messo in piedi questo “cantiere” e alle persone che hanno lavorato in nome di un’idea, con passione e pochissimi soldi, sembrava inaccettabile. Una mano ce l’hanno data la Fondazione Teatro Toscana e quella Pavarotti con Nicoletta Mantovani, Parmaconcerti, un pianista e qualche cantante lirico. Così siamo partiti.
Perché si è lanciato nel racconto dell’opera?
Perché sono un entusiasta e credo nelle imprese impossibili. Come le dicevo, non esiste niente di più conosciuto al mondo dell’opera italiana. E mentre ci facciamo le pippe sulla Raggi, sulle nostre menate provinciali di cui interessa niente a nessuno, sulle stronzate che esclusi i danni permanenti al nostro fegato e al nostro cervello, nel mondo hanno un impatto pari a zero, in Oman o negli Emirati Arabi investono sui teatri d’opera un miliardo di dollari.
E non va bene?
Noi italiani siamo dei cazzoni. Magari simpatici, senz’altro velleitari. Altri aggettivi in mente non mi vengono. Ma per continuare filologicamente con il cazzo, mi sono anche un po’ rotto il cazzo che vengano considerati soltanto dei cazzoni superficiali esclusivamente capaci di fare solo robe alla cazzo di cane. Sogno un salto, anche nel pragmatismo. Se non possiamo ascriverci i meriti dei nostri antenati, possiamo almeno difenderli, divulgarli, evitare di farci scippare la creatività.
Ce la scippano?
In questi anni di Medioevo di cui incolpo Berlusconi insieme a tutti quelli che lo hanno aiutato, ci siamo fatti scippare tutti. Quel coglione – e la prego di scrivere coglione – che proprio in quell’epoca disse: “Con la cultura non si mangia” avrebbero dovuto incarcerarlo. La cultura potrebbe essere il petrolio d’Italia con la differenza che il petrolio a un certo punto finisce e la cultura, se non contribuissimo ad affossarla tutti i giorni, potrebbe essere inesauribile.
La affossiamo?
Incensiamo artisti che valgono un’unghia dei nostri e riempiamo le orchestre italiane di musicisti che vengono dall’estero. Una storia davvero demenziale, altro che il rock di Elio e le Storie Tese.
Iniziaste a Milano, davanti a 10 persone, all’alba degli 80.
Mi era venuta l’idea di fondare un gruppo e raccattavo qualunque occasione ci desse l’occasione di esibirci. Quando non ti conosce nessuno avere un qualsiasi palco è complicato. Il batterista frequentava il Caf e ci disse “Vi va?”. Ci andava.
Immagino che Caf non stesse per Craxi-Andreotti-Forlani.
Significava Centro antifascista. Avevano organizzato un festivalino, ma non venne nessuno. C’era questo palco, ‘ste nonne con i bimbi, due passeggini. Ero contento lo stesso, avevo inventato quei pezzi, volevo cantarli, esprimermi, farli ascoltare.
Nel giorno della scelta dello strumento musicale, sua madre non la accompagnò a scuola. Le altre mamme si presentarono compatte e a lei, Calimero, toccò il flauto
Volevo suonare il piano e mi ritrovai con il flauto tra le dita. Con quello strumento mi sono anche diplomato in Conservatorio, ma mi è servito a poco. Nel gruppo non lo sfioravo.
Che adolescenza ha avuto?
Grandi fatiche e qualche problema psicologico, quelli che a quell’età, nello scontro con la realtà hanno tutti. Fu anche un bel periodo in cui ho fatto tante cose. E fare tante cose mi è sempre piaciuto. Son nato così, probabilmente. Praticavo molti sport, frequentavo la scuola, mi facevo qualche canna con gli amici, mi riunivo con i lupetti e restavo fuori tutto il giorno soprattutto, prendendo i mezzi pubblici, già a 10 anni. Adesso vedo che si fa fatica a concepire ‘sta roba qui. I genitori, i miei coetanei che allora erano ragazzi, sono diventati iperprotettivi. Credo sia un errore. Fare i conti con la violenza del mondo e con le cose che non vanno, in qualche strano modo, aiuta.
C’è una ragione per tanta iperprotettività?
Ci sono stati anni difficili. Prima le raccontavo di Alessandrini. Ecco, noi uscivamo di casa la mattina con la consapevolezza che quel giorno, in un punto ignoto della città, qualcuno sarebbe stato ammazzato o gambizzato. Oggi una sensazione simile è persino difficile da spiegare e mi rendo conto che ‘sta roba è come se non fosse mai esistita. Però è esistita e mi ha segnato.
Erano anni di conformismo intellettuale?
Madonna! A casa di politica non parlavamo, ma in compenso fuori non si faceva altro. Trovavo tutto molto stupido e anche molto italiano.
In che senso?
Nel senso che tra quelli che facevano politica, 9 su 10 sventolavano l’impegno a un solo scopo: avevano una gran voglia di chiavare. Il resto, come ha detto lei, era puro conformismo. Non potevi osare fare un passo al di là dell’ortodossia che subito piovevano le accuse di fascismo. I compagni di classe che arrivavano a scuola con l’impermeabile invece che con l’eskimo erano fascisti, Montanelli era fascista, tutti erano fascisti. Una cosa insopportabile. Sa chi fu geniale?
Chi?
Nanni Moretti con Ecce Bombo. Immaginarsi quella roba lì, in quegli anni, richiede un’intelligenza e un coraggio da leoni. Mettendo in scena un giovane Minzolini che vuole solo giocare a pallone, Moretti dà dignità intellettuale al tema di prima: nella stragrande maggioranza dei casi, l’impegno politico era farlocco. Poi naturalmente c’era anche chi militava in modo sincero, ma in generale si parteggiava – e da un solo lato della barricata – perché conveniva.
Artisticamente che anni furono?
Una delle spinte che mi mosse a scrivere canzoni fu la reazione al vergognoso stato della musica leggera italiana di fine Anni 70. Bisognerebbe fare un salto indietro per ricordare certe canzoni così brutte, ma così brutte che finivi per ascoltarle per pura simpatia. Volevo creare un gruppo che desse una scossa sotto ogni aspetto, ma eravamo scalcagnati. Suonammo per qualche anno nell’underground e poi incontrammo Claudio Dentes con il quale lavoriamo ancora oggi e che ci accompagnerà in un lungo tour europeo da marzo. Dentes credette in noi, portò il master del disco ovunque, si fece chiudere molte porte in faccia, impegnò i suoi soldi e infine approdò alla Cbs, la Sony di adesso, dove trovò parziale ascolto nel direttore artistico perché quello generale, va detto, ci avrebbe mandato in miniera. Il primo disco cambiò tutto, ma il vero salto fu a Sanremo, nel 1996, con La terra dei cachi.
Arrivaste secondi, dopo Ron.
Di vincere non mi è mai fregato niente. È bello per la mamma o per il papà, ma noi andammo a Sanremo leggeri e convinti di arrivare ultimi in classifica.
Ispirazioni?
Insieme a tanta immondizia, la musica italiana di fine Anni 70 germogliò anche qualche fiore come gli Skiantos. Con sperimentazione, libertà e voglia di stupire c’era chi provava a lasciare una traccia. Oggi non c’è né trasgressione né provocazione e di conseguenza, nessuno azzarda a muovere un passo. Se fai qualcosa che evade dal sentiero già scritto da altri, vieni subito linciato su internet. Gli idoli dei ragazzini sono gli Youtuber e quindi forse ci meritiamo sia la pavidità che il piattume.
Lei alcuni di questi Youtuber li ha ascoltati?
Certo. Con loro hai due opzioni: o li lodi perché hanno capito lo spirito dei tempi e ne sfruttano la decadenza o li leggi attraverso il vuoto cosmico, pneumatico, e assoluto che dimostrano nelle loro esibizioni. Non c’è un pensiero, un lampo, qualcosa che mi faccia dire “meno male che ci sono i giovani”. È terrificante.
Duro.
Se da giovane non osi, che cazzo fai? Un giovane dovrebbe inventare, rischiare, magari sbagliare. Sa a che età Rossini scrisse Il Barbiere di Siviglia? A 24 anni. Uno pensa a Rossini come a un anziano signore, a un ciccione con il bastone. No, quello era il Rossini che aveva già scritto tutto e si godeva la vita in Francia. Non voglio fare il trombone o il rompicoglioni, ma un po’ di preoccupata meraviglia c’è. Quando avevo 16 anni gli adolescenti erano vulcani. Oggi mi pare che il fuoco sia spento. Kubrick e Dalla ci avevano fatto pensare al futuro indicando il 2000 come un approdo a metà tra la fantascienza e la promessa di progresso. Siamo nel 2017 e facciamo schifo al cazzo. Qualcosa deve essere andato per il verso storto.
A vent’anni si è stupidi davvero sostiene Guccini.
Un po’ coglioni si è, mica ha torto. Ero il massimo dell’insicurezza e della timidezza e nonostante 20 anni non li abbia più da un pezzo, non è che la situazione sia poi tanto migliorata.
La sua balbuzie rappresentò un problema?
Certamente. Uno di quei casini che infestano la giovinezza. Mi ha aiutato molto il palco. È terapeutico.
Sarà anche stato timido, ma ai tempi in cui preparava volantini per farvi conoscere, al posto dei vostri veri volti incollava quelli degli attori porno delle riviste di settore.
Eravamo un po’ goliardi, chi lo nega? Di tutte le questioni, anche delle più drammatiche, mi è sempre piaciuto vedere l’aspetto comico. Per questo amo la grande commedia all’italiana: lo sguardo era severo o feroce, ma un aspetto ilare c’era sempre. E quell’aspetto scuoteva il pubblico, lo costringeva a pensare, a guardarsi dentro. Accadeva anche nel cabaret, penso al Derby di Milano o nel Paolo Villaggio che maltrattava gli ospiti in tv ai tempi del professor Kranz.
In tv, a fine Anni 80, lavoraste con Antonio Ricci a un paio di esperimenti folli nelle tv di Berlusconi.
Rispetto a Internet, la tv di ieri sembra quasi un luogo sano. Ricci era abile e capace, ma puntava al grande pubblico. Giocavamo ovviamente su due piani diversi.
Il Berlusconi editore?
C’è il Berlusconi del prima e c’è quello dopo. Sono sempre stato montanelliano e mi ricordo che Montanelli parlava di lui elevandolo al rango di imprenditore illuminato. Quando Berlusconi ha tolto la maschera tutti hanno capito quale fosse il vero progetto.
In tv, proprio sulle reti Mediaset, lei animò una finta rissa in un lontano Night Express condotto da Tamara Donà.
Discutemmo fino allo scontro fisico con gente che ci accusava di voler fare gli alternativi sfruttando a piene mani la vetrina televisiva. Era tutto finto naturalmente, ma mi interessava capire fino a che punto arrivasse la credulità dello spettatore. Pensi che in rete qualcuno si chiede ancora se la rissa sia vera.
E qualche operazione alimentare in questi anni sente di averla fatta?
Cosa vuole che le dica? Quando la macchina parte poi va fatta andare. Da me dipendono 50 persone, i conti vanno fatti, li fanno tutti. Però, se stiamo alle date ufficiali, dall’89 siamo ancora qui.
L’anno scorso abbiamo riempito il Forum di Milano e il 21 maggio di quest’anno ci ripeteremo. Un anno fa a vederlo stracolmo mi sono commosso.
Non ci crediamo. Elio – dicono – è antipatico: “Ispido come le sue sopracciglia”.
E chi lo dice? La stampa? Wikipedia? È falso, ma quando una cosa è scritta, è scritta. Convincere la gente del contrario a posteriori è come scalare una montagna.
Al concerto del 1° maggio 1991, ben prima di Tangentopoli, intonaste Cassonetto differenziato con i nomi dei politici di allora.
Usciti dal palco incontrammo l’organizzatore. Era in tutti gli stati: “Non lavorerete mai più” urlava. Per fortuna si è sbagliato.
Una cosa che le ha insegnato l’opera?
Per esprimere al meglio arte e talento, giura Rossini, bisogna ridursi all’ultimo momento prima del debutto. Nonostante fosse un genio lo trattavano da lazzarone e nelle ore che precedevano il debutto, l’impresario che aspettava disperato i fogli dell’overture lo faceva controllare a vista da 4 energumeni: “Se non consegna, buttatelo dalle scale”.
Fa impressione pensare a Rossini nei panni di un lazzarone.
A 37 anni aveva fatto tutto. Oggi molti ragazzi pensano a cosa combineranno nella vita a quell’età e ovviamente non combineranno un cazzo. A 37 anni, vent’anni non li hai più.