il Fatto Quotidiano, 12 febbraio 2017
Strage di Berlino, nessuno vuole seppellire Amri
Il suo nome ha fatto il giro del mondo. Per cinque giorni è stato l’uomo più ricercato, il latitante numero uno. Braccato ha girato mezza Europa. Lo ha fatto armato. Dalla Germania all’Olanda, fino in Francia, poi in Italia, davanti alla stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni, hinterland a nord di Milano. Qui Anis Amri, 24enne jihadista reclutato dall’Isis, autore della strage del 19 dicembre a Berlino (un camion lanciato sulla folla ai mercatini di Natale 12 vittime), è stato ucciso da due agenti coraggiosi della Polizia. Eppure oggi, a oltre un mese da quella sparatoria (era la mattina del 23 dicembre) nessuno reclama la salma. Non i parenti in Tunisia. Non il Consolato. Il corpo del terrorista giace sul tavolo di ferro dell’obitorio di Milano in piazzale Gorini.
Il referto sull’autopsia non è ancora concluso. Alla scadenza dei 60 giorni di legge manca poco. Un problema, perché, al netto dei contenuti investigativi in fondo abbastanza scontati, ora l’emergenza è la sepoltura del corpo di Amri. Dove sarà la tomba del terrorista? E chi, oggi, sta pagando gli 11 euro giornalieri per il deposito del corpo in obitorio?
La regola vuole che se il corpo non viene reclamato da qualcuno, l’incombenza tocchi al Comune nel quale la persona è deceduta. In questo caso Sesto San Giovanni. La vicenda, però, appare un po’ più complicata, visto il personaggio. “Come è evidente, questo è un caso straordinario e quindi non rientra nelle ordinarie competenze del Comune”. La posizione di Monica Chittò sindaco Pd di Sesto è più che netta. Il ragionamento del primo cittadino è chiaro: seppellire l’uomo del Califfato nel territorio dell’ex Stalingrado d’Italia metterebbe a rischio la stessa cittadinanza. Il pericolo è duplice: da un lato, infatti, non è tollerabile l’ipotesi che il luogo di sepoltura di Amri possa diventare meta di pellegrinaggio o peggio di emulazione. Dall’altro c’è un rischio di atti vandalici. “Stiamo parlando – prosegue la sindaca – di una vicenda delicatissima che non riguarda solo Sesto o l’Italia, ma l’intera comunità internazionale, io devo tutelare prima di tutto la mia gente”. Per questo motivo e sottolineando che nessuno da Roma si è fatto sentire, Monica Chittò solo pochi giorni fa ha inviato una lettera al nuovo prefetto Luciana Lamorgese. Il documento, dunque, porta il caso al rappresentante territoriale del governo. Il punto più delicato resta, ovviamente, il luogo di sepoltura.
L’idea di fondo è che altri organi istituzionali si occupino di Amri, visto che proprio la sua morte è stata sbandierata come una medaglia dal governo italiano, unico paese in Europa a uccidere un uomo dell’Isis. Ma poi ci sono anche le spese del deposito in obitorio. Nessuno, a ora, ha sborsato un euro, perché tutto, pagamenti e sepoltura, deve andare insieme. A oggi, però, la lettera non ha avuto risposta da parte della Prefettura. Ufficialmente la posizione è: le indagini sono ancora aperte aspettiamo quello che decideranno in Procura. Decisioni che, addirittura, potrebbero slittare, se, come previsto, i medici legali chiederanno una proroga. Le analisi ora puntano a capire se Amri fosse un consumatore abituale di droga e se la sera della strage avesse assunto ecstasy o cocaina.
Attenzione, però, e su questo il sindaco è molto chiaro, il caso non ha e non deve avere alcuna connotazione politica. La vicenda della salma di Amri recentemente è stata affrontata, in chiave tutta politica, dall’assessore regionale alla Città Metropolitana Viviana Beccalossi. “Se fosse per me – ha commentato l’esponente di Fratelli d’Italia – farei di tutto per evitare che la sepoltura avvenisse in Italia”.
Politica o meno, il caso resta aperto. La linea è intransigente: non a Sesto. In Comune, qualcuno ipotizza, che il corpo di Anis Amri venga trattato come avvenne per la salma di Erich Priebke, il gerarca nazista che pianificò la strage delle Fosse Ardeatine. Tumulazione in un luogo che resti per sempre top secret. Come in vita così da morto, il giovane tunisino resta solo. Attorno a lui nessuno. Come dimostrano, fin ad ora, le indagini della Digos di Milano. Un lupo solitario senza storia. Se non quella della strada, degli incontri casuali, del carcere, della piccola criminalità, di ladri e spacciatori annotati nelle rubriche dei suoi cinque telefoni cellulari. Non c’è nulla di speciale nella vita di Amri, se non la disperazione e la solitudine, la stessa del 2011 quando arrivò in Italia a bordo di un barcone, la stessa di ora con nessuno a reclamare il suo corpo.