La Stampa, 12 febbraio 2017
La Germania affida il suo futuro a “Sua efficienza” Steinmeier
Le chiavi dello Schloss Bellevue – il Quirinale tedesco – passano nelle mani del figlio di un falegname e di una profuga. A meno di improbabili sorprese, Frank-Walter Steinmeier verrà eletto oggi presidente della Repubblica federale e prenderà il posto di Joachim Gauck.
Per il socialdemocratico Steinmeier si tratta del coronamento di una carriera tutt’altro che predestinata: il padre era un falegname originario di una famiglia di contadini di Brakelsiek, mille abitanti, profonda provincia occidentale tedesca; sua madre era fuggita nel gennaio 1945 da Breslavia, nell’odierna Polonia, per scampare all’avanzata dell’Armata Rossa (un destino che la lega ai 12-14 milioni di Vertriebenen, i tedeschi costretti a lasciare le regioni orientali del Reich tra 1945 e 1950) e aveva trovato lavoro prima come operaia in una fabbrica di pennelli, poi come forestale. «A casa non c’era una biblioteca, né un pianoforte», racconta Steinmeier, il primo, in famiglia, a frequentare un liceo. A 24 anni, poco prima dell’esame di Stato per giuristi, rischia di perdere la vista: i medici gli diagnosticano un’ulcera corneale e lo sottopongono al trapianto della cornea. I suoi capelli, fino a quel momento biondi, diventano all’improvviso bianchi. Non solo, ma da allora Steinmeier porta sempre con sé un tesserino per donatori di organi – che userà anni dopo: nel 2010 si ritira temporaneamente dalla politica per donare un rene alla moglie, Elke Büdenbender, una giudice dalla quale ha una figlia oggi ventenne. Una decisione accolta con enorme rispetto dai tedeschi e che rappresenta uno dei pochissimi dettagli della sua vita privata diventati pubblici.
Tanto estroverso e trascinante il suo mentore Gerhard Schröder, tanto riservato il suo pupillo Steinmeier. Impossibile pensare l’uno senza l’altro. La simbiosi tra i due inizia nel 1991: Schröder, allora governatore della Bassa Sassonia, lo assume come esperto di diritto dei media e lo nomina presto capo della sua segreteria. Steinmeier divora atti su atti. È in quel periodo che nascono i suoi soprannomi «efficienza grigia» e «Sua Efficienza». Nel 1998 Schröder lo porta con sé a Berlino come capo della cancelleria federale e coordinatore dei servizi segreti. Sulla sua scrivania finiscono i dossier più complessi, alcuni dei quali restano legati ancora oggi al suo nome: è lui l’architetto dell’«Agenda 2010», il piano di riforme sociali che consentì alla Germania «malato d’Europa» di ripartire, ma che spaccò la Spd e continua a essere visto dai critici come un programma che ha distrutto il welfare state. Un’accusa che probabilmente lo accompagnerà nei suoi viaggi in Germania da presidente. Nel 2009 si candida – più per disciplina di partito che per convinzione – a cancelliere contro Angela Merkel e incassa una cocente sconfitta: la Spd raccoglie il 23%, il peggior risultato del dopoguerra.
La sua nomina a Capo dello Stato la deve al leader uscente della Spd Sigmar Gabriel, riuscito nell’impresa di imporlo a Merkel malgrado la Cdu/Csu abbia più delegati nella speciale assemblea che elegge il presidente: dopo aver incassato diversi no, la cancelliera era rimasta senza candidati propri.
Steinmeier, 61 anni, di religione protestante, è il perfetto anti-Trump: accorto e misurato (al punto che alcuni lo accusano di essere noioso), sempre attento a ponderare le parole ed evitare scontri, caratteristiche che ha affinato nei sette anni trascorsi a trattare coi grandi del mondo come ministro degli Esteri. Il carisma e il contatto con l’uomo della strada non sono invece tra i suoi punti forti.
Si conosce un solo episodio in cui abbia perso la pazienza in pubblico: nel 2014 a Berlino, di fronte a un gruppetto di dimostranti che lo chiamarono in coro «guerrafondaio», urlò al microfono: «Se avessimo dato ascolto a gente come quelli lì, che hanno detto: “Via la Grecia! Via il Portogallo! Torniamo al marco!” o sciocchezze simili, oggi l’Europa sarebbe distrutta!».