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 2017  febbraio 11 Sabato calendario

Rifugiati e xenofobi. La miscela esplosiva che spaventa Merkel

C’è una frase che ritorna in molti interventi di Angela Merkel da quel 20 novembre in cui annunciò la sua candidatura a un quarto mandato alle prossime politiche: «Sarà la campagna elettorale più difficile dalla riunificazione». Una frase inusuale per una cancelliera che ricorre raramente ai superlativi. Ma di usuale, questo 2017, ha ben poco per la Germania: un Paese che ha fatto del realismo una delle sue costanti («chi ha delle visioni dovrebbe andare dal medico», amava ripetere Helmut Schmidt) e della stabilità politica uno dei suoi valori portanti, deve fare ora i conti con una fase densa di incognite e trasformazioni. Un dato su tutti: nel prossimo Bundestag potrebbero sedere per la prima volta sette partiti.
Una cesura che si innesta su un quadro internazionale zeppo di rischi per Berlino: con la vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali francesi la Germania potrebbe ritrovarsi senza il suo partner storicamente più importante nell’Eurozona; la Brexit non rischia solo di accelerare lo sfaldamento della Ue, ma priverà Berlino di un alleato chiave a Bruxelles sui temi del libero scambio; l’ennesimo record del surplus commerciale tedesco consegna nuovi argomenti a Trump per giustificare eventuali barriere doganali, che colpirebbero pesantemente la Germania. Per non parlare del pericolo cyberattacchi e fake news, che incombe sulla campagna elettorale. In questo contesto la Germania andrà alle urne, il 24 settembre. Un contesto le cui direttrici possono essere riassunte in tre parole chiave: Merkel-Müdigkeit («stanchezza nei confronti di Merkel»), Projektionsfläche («superficie di proiezione») e Provokationen.
Stanchezza
Quanto, del vento del 1998, spira in questo 2017? A spazzar via Helmut Kohl dopo 16 anni di Cancelleria contribuì quella che venne chiamata «Kohl-Müdigkeit». Dopo 12 anni la Germania è davvero stanca di Merkel? E quanto è stanca la stessa Merkel? Tra percezione esterna e interna si è aperta una frattura: se all’estero la Bundeskanzlerin viene celebrata – suo malgrado – come ultimo difensore dei valori occidentali, in patria dici Merkel e pensi a «crisi dei rifugiati» e «politica delle porte aperte», due temi che nell’estate-autunno 2015 hanno risuscitato un partito allora in declino come la AfD.
Merkel ha diverse difficoltà strategiche. Per vincere ha bisogno del voto bavarese, ma il leader della Csu, Horst Seehofer, ha un problema di credibilità: dopo averla attaccata per un anno e mezzo sui rifugiati, deve convincere i suoi elettori che la cancelliera è la candidata ideale. Non tutti lo seguiranno. Inoltre, nell’attuale contesto, Merkel non può più ricorrere alla strategia della «smobilitazione asimmetrica» che le aveva assicurato la rielezione nel 2009 e 2013: evitare qualsiasi scontro, per non mobilitare gli elettori Spd. Il messaggio che la Cdu/Csu trasmette oggi si limita a un generico «avanti così», versione moderna del «Keine Experimente» di Konrad Adenauer nel 1957: i conservatori rischiano all’improvviso di apparire vetusti di fronte a un candidato dinamico come Martin Schulz, proprio quello che era successo nel 1998 a Kohl con Gerhard Schröder.
La novità dell’avversario
I non pochi tedeschi tentati di votare per la prima volta la Cdu per sostenere Merkel in funzione anti-AfD hanno ora una seria alternativa. Schulz è riuscito a ridare alla Spd qualcosa che la socialdemocrazia aveva dimenticato dai tempi di Schröder: l’euforia della campagna elettorale. Ma quanto durerà la sua ascesa nei sondaggi? Il candidato cancelliere ha un vantaggio: non ha mai fatto politica a livello nazionale, viene percepito come volto nuovo. In tedesco si parla di unbeschriebenes Blatt, letteralmente un «foglio non scritto». E, siccome ha evitato finora con abilità di precisare le sue posizioni, Schulz è assurto a Projektionsfläche, cioè una superficie su cui si può proiettare di tutto, a partire dalle aspettative di chi spera in una maggiore giustizia sociale. Presto dovrà però chiarire i suoi piani.
La provocazione
La AfD viaggia nei sondaggi al 10-12%. Una vittoria di Geert Wilders in Olanda (metà marzo) e Le Pen in Francia potrebbe dare nuovo slancio ai populisti tedeschi. I quali, rivela un documento interno, vogliono costruire la campagna intorno a «provocazioni pianificate». Il partito vuole essere «in modo continuo, cosciente e mirato politicamente scorretto». Una strategia che la AfD – più divisa al suo interno di quanto voglia apparire – ha affinato, sconfinando nel vocabolario di sapore nazista («traditori del popolo»), scandalizzando gli altri partiti e aumentando la fama di formazione anti-sistema. Un’altra novità per un Paese da sempre attento a non violare tabù verbali.