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 2017  febbraio 11 Sabato calendario

L’imbarazzo per lo yen

Si sa che la Banca del Giappone di Hahuriko Kuroda è molto audace, tanto che il governatore si è guadagnato da alcuni broker il nomignolo di “kamikaze Kuroda”.
Ieri è riuscita a sorprendere il mercato con un’altra dimostrazione di mancanza apparente di timori: ha aumentato l’offerta di acquisire in open market titoli di stato “superlong” fino a 320 miliardi di yen, il che ha dato una immediata spinta a un deprezzamento dello yen (da 1,5 yen sul dollaro, tra 113 e 114) e di riflesso al Nikkei (+2,5%).
Tutti avrebbero scommesso che la BoJ se ne stesse quatta a poche ore dal vertice tra il premier Shinzo Abe e Donald Trump, in cui il neopresidente americano potrebbe accusare il Giappone di manipolazioni valutarie attraverso la sua politica monetaria ultraespansiva. Dopotutto, sono passati solo alcuni giorni da quando Trump – en passant, durante una riunione con dirigenti di case farmaceutiche – ha messo sullo stesso piano Cina e Giappone per le politiche del cambio, sostenendo in particolare che Tokyo per anni ha svalutato lo yen «mentre noi siano stati fermi lì come fessi». È assodato che l’idea del Giappone che ha Trump non si discosti molto da quella che aveva quasi 30 anni fa. Kuroda – come molti altri esponenti dell’establishment giapponese – certamente deve aver letto in questi giorni l’intervista – disponibile su Internet – rilasciata da Trump alla rivista Playboy nel 1990, in cui si era espresso in un linguaggio ancora più colorito, della serie «ci stanno fregando apertamente, ci fanno l’inchino e ci dicono quanto siamo grandi per poi borseggiarci e ridere della nostra stupidità».
Eppure la Nippon Ginko non ha esitato a scegliere di lanciare un preciso segnale al mercato – difesa feroce del mantenimento dei tassi giapponesi intorni ai minimi storici – che diventa anche un segnale politico di indisponibilità a cambiare linea. Questo anche se – in presenza di un trend rialzista dei tassi Usa – la strategia introdotta a settembre di «controllo della curva dei rendimenti» focalizzata nel mantenere i tassi sui JGB decennali più o meno a zero non può che esser interpretata come depressiva per il cambio dello yen. La mossa di ieri fa il paio con le indicazioni provenienti dagli ambienti governativi giapponesi, secondo cui il Giappone è disposto a venire incontro a Trump su molti punti ma non fino ad accettare di mettere in discussione la “prima freccia” dell’Abenomics: la politica monetaria deve restare iperespansiva fino al raggiungimento dell’inafferrabile target del 2% di inflazione o almeno finché la BoJ lo riterrà conveniente e le pressioni deflazionistiche siano debellate. La scusa è pronta: nel 2016, includendo i prezzi dell’energia, l’indice dei prezzi al consumo è tornato sottozero, anche se il massiccio “QQE” ha già portato la banca centrale a detenere oltre il 40% del totale dei titoli di Stato (ieri c’è stato un timido segnale positivo: per la prima volta in 22 mesi, a gennaio i prezzi all’ingrosso sono tornati a salire, del +0,5% rispetto a un anno prima). Vari analisti, peraltro, ritengono che se la BoJ si dovesse ritrovare al centro di polemiche politiche, il mercato cercherà ancora di testare il suo “commitment” a mantenere a zero i tassi sui decennali. Per Tokyo un forzato accordo che obblighi a non cercare di influenzare il cambio in qualsiasi circostanza non è accettabile, al pari dell’inclusione di clausole valutarie in intese commerciali.