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 2017  febbraio 11 Sabato calendario

Il Censis predica bene, ma caccia metà del personale

Quando il 2 dicembre scorso, alla presentazione del Cinquantesimo rapporto annuale sulla situazione sociale del paese, il Presidente del Censis Giuseppe De Rita puntava il dito contro un’Italia bloccata e una classe dirigente che pensa solo a se stessa, il dramma interno si era già consumato, senza che nessun media ne avesse notizia. Il 31 ottobre scorso, infatti, 15 lavoratori della Fondazione Censis su 37 sono stati licenziati in tronco: tre commessi, quattro amministrativi, due centraliniste, sei segretarie. I licenziati hanno accettato di non divulgare l’accaduto perché stanno regolando la questione attraverso una contrattazione sindacale e temono che una fuga di notizie potrebbe danneggiarli.
Ma come ha confermato la Filmcams Cgil, che sta seguendo il caso, oltre al licenziamento i dipendenti non hanno potuto ricevere la disoccupazione (Naspi), perché l’azienda non ha versato all’Inps i contributi necessari. Questo perché al Censis è stato permesso, in quanto “ente morale”, di versare i contributi dei lavoratori all’Inpdap (il fondo dei dipendenti statali), oltre che far firmare ai lavoratori un contratto privato, e non collettivo, senza che questi ultimi, tuttavia, fossero informati della perdita di ogni forma di sussidio in caso di licenziamento.
Non risulta invece che siano stati ridotti, nonostante l’evidente stato di crisi (dopo i tagli in pratica sono rimasti solo ricercatori), gli stipendi dei vertici: quello del Presidente Giuseppe De Rita (circa 200 mila euro lordi l’anno che versa però all’Inps), del Segretario generale, e figlio di Giuseppe, Giorgio De Rita (150 mila circa), del Responsabile del Settore Area Politiche Sociali Francesco Maietta (75 mila circa), del Direttore generale Massimiliano Valerii (100 mila circa).
Interrogato dal Fatto Quotidiano, il Censis non ha né confermato né smentito quanto accaduto in merito a licenziamenti, contributi e stipendi dei vertici. Silenzio anche sul bilancio del Censis, e sull’entità delle commesse. Di queste ultime, così come del bilancio, non c’è alcuna traccia sul sito. Eppure si tratta di collaborazioni o commesse di peso, sia da parte di aziende private (tra le tante: Farmindustria, Sidief, Pfizer, 3 Italia, Mediaset, Mondadori, Rai e Telecom Italia, Novartis, Expo 2015, Fondazione Generali, Eni, British American Tobacco, Fondazione Cariplo, Federchimica), che di istituzioni pubbliche. Per citare solo alcune tra le ultime: 113.216 euro sono arrivati nel 2017 dal ministero dell’Interno per un rapporto sull’immigrazione; 126.000 euro dal ministero dello Sviluppo Economico per una ricerca sul fenomeno della contraffazione; 300.000 euro dal ministero dell’Istruzione per il triennio 2014-2016. Ma gli enti pubblici che risultano aver commissionato ricerche al Censis sono tantissimi, tra Ministeri, Province, Comuni e Regioni.
Perché, allora, questa scarsa trasparenza? All’accusa Giuseppe De Rita ha sempre risposto sostenendo che il Censis sarebbe un ente del tutto privato, al pari di un’azienda. La stessa argomentazione è stata usata per difendersi dalla critica di nepotismo per la nomina a Segretario generale del figlio Giorgio De Rita avvenuta due anni fa (in quel frangente aggiunse che non si trattava di una scelta “in famiglia” perché votata dal Consiglio direttivo, di cui lo stesso De Rita è però presidente, e perché il curriculum di Giorgio De Rita era il migliore, pur non essendoci stata alcuna gara).
Ma oltre alle massicce commesse pubbliche, oltre al considerarsi “ente morale”, fino all’anno scorso il Censis sul proprio sito si autodefiniva come “una Fondazione riconosciuta con Dpr n. 712 dell’11 ottobre 1973, anche grazie alla partecipazione di grandi organismi pubblici e privati”. Peccato che quest’ultima frase – “anche grazie alla partecipazione di grandi organismi pubblici e privati” – sia stata recentemente stralciata e non compaia più. Un escamotage per rafforzare la difesa delle scelte del Presidente in nome, appunto, della “privatezza” del Censis, che del tutto tale, però, non è (tant’è che i lavoratori versano i contributi all’Inpdap, come tutti gli statali)? Ad ogni modo, oggi, la situazione è questa: Giorgio De Rita diventerà probabilmente il nuovo Presidente del Censis (“anche per tutelare la continuità del marchio De Rita”, ha detto De Rita), il fratello Giulio potrà continuare a fare ricerche per l’ente del padre/fratello. I licenziati invece, senza santi in paradiso, resteranno tali. E a noi cittadini toccherà continuare a sentire ogni anno la morale del Censis su un paese privo di meritocrazia, giovani intrappolati in lavoretti precari e una classe media sempre più schiacciata verso la povertà.