La Lettura, 12 febbraio 2017
Gli spacciatori di cibo
E forse l’anatra importata illegalmente dall’Asia non era nemmeno un’anatra. Come del resto agli investigatori non è apparso per niente scontato che i pezzi di maiale fossero appartenuti a un maiale oppure che il latte per bambini fosse in verità latte, e ugualmente è rimasto e rimarrà un mistero la carne di quale animale – sempre che di un animale si stesse parlando – componesse i würstel, e infine se le lumache gialle selvatiche fossero in precedenza realmente esistite. Sicché l’analisi sulle 21 tonnellate sequestrate a dicembre a Milano in un’inchiesta della Procura (valore complessivo: 200 mila euro), in una delle principali operazioni in Italia sia per quantità sia per «importanza strategica», ci permette di capire non tanto e non soltanto il drammatico livello di alcune cucine etniche cittadine ma anche e forse soprattutto quanto forte e dominante sia il «sistema» dei trafficanti di cibo.
Un «sistema» planetario che fa forza sull’assenza, all’origine, di qualsiasi tipo di controllo, su nazioni deboli all’interno dell’Unione europea utilizzate dai mercati illeciti d’ogni sorta compreso quello alimentare, e sull’influenza progressiva e determinante della domanda. È sempre la domanda che modula l’offerta. La gente affolla i ristoranti dove con prezzi bassi si mangia fino a gonfiarsi a sproposito? Eccola servita.
I punti di partenza fantasmaQuell’anatra o presunta tale (per la cronaca sotto la forma di una zampa) si trovava all’interno di una confezione di plastica ricoperta di scritte cinesi. È dalla Cina che dobbiamo partire per questo viaggio. La medesima Cina dove – addossare le colpe a un’unica nazione è un esercizio di propaganda oltre che un punto di vista profondamente erroneo – i grandi produttori di diserbanti, anche italiani, che si sono visti i loro prodotti proibiti nella Ue, stanno andando per fare affari. I vincoli e i limiti laggiù sono facilmente aggirabili. Regole formali che spesso valgono meno di zero. Terra libera e abbondante, nessun divieto. Gli imprenditori lo sanno bene e ovviamente ne approfittano (ma legalmente, adeguandosi al mercato).
Centinaia di pezzi di zampe d’anatra erano state caricate all’interno di un container su una nave in un porto della Cina meridionale. Quale porto esattamente non è mai stato stabilito. Per gli investigatori europei risalire alla base, alla tana dei trafficanti, è un mestiere impossibile: non c’è alcuna collaborazione in Asia. La nave aveva preso la via del mare con l’obiettivo di entrare nell’Unione europea poiché il committente di quelle 21 tonnellate, una ditta di import-export di Milano ufficialmente specializzata in frutta e verdura, vende qui i prodotti. E quale canale più «efficace» e «sicuro» della Grecia? Fragile e permeabile, la Grecia è già tragicamente alla ribalta per l’afflusso massiccio di profughi in fuga dal Medio Oriente. E i criminali albanesi, che organizzano il trasporto di marijuana e di armi in Puglia, hanno preso l’abitudine di evitare la solita baia di Valona, monitorata anche dalla nostra Guardia di finanza, trasferendosi nelle prime isole greche subito dopo il confine, per poter lanciare i gommoni con i carichi a folle velocità anche in presenza di mare in tempesta. Sulle isole, sparse e numerose, la vigilanza è oggettivamente difficile e di conseguenza allentata o assente; e alla fine comunque i traffici sono così vari che è impossibile star dietro a tutti.
In Grecia, la nave proveniente dalla Cina era approdata nel grande porto del Pireo, ad Atene. Il carico era rimasto fermo una settimana. Il tempo necessario per espletare le procedure di sdoganamento.
Le sentinelle della burocraziaOra, nel mondo reale, al di là di slogan, promesse, al netto di protocolli istituzionali e insistenti tentativi per convincere i cittadini e tenerli tranquilli, non esiste nessun fenomeno criminale che possa essere osservato nella sua interezza. Si procede con interventi a campione, sicuramente ci si avvale del fiuto e delle capacità degli investigatori, e lo studio del territorio e della tipologia del reato aiuta nell’opera di prevenzione, sì, d’accordo. Dopodiché, e prendiamo proprio il porto di Atene invaso a un ritmo frenetico da tonnellate di prodotti da ogni dove, immaginare di poter individuare le «navi canaglia» con a bordo merci illegali è pura utopia, o peggio. A maggior ragione se, come avvenuto con quella nave cinese (e mille altre, ieri come oggi), nel porto ci sono stati compagni, anzi complici, dei trafficanti di cibo che curano le operazioni di sdoganamento.
Attenzione però: quei complici, magari non per forza si debbono avvalere di mazzette per ungere il funzionario o l’impiegato che seguirà la pratica del carico e non si farà dubbi e non segnalerà ai superiori la necessità di indagini più approfondite. Non c’è il tempo, per dedicare eccessivi sforzi e passaggi burocratici a una nave anziché un’altra. O meglio: ce n’è se i referenti, ossia i complici, sono volti nuovi e inesperti, non sanno a chi e come rivolgersi, brancolano e azzardano. Se invece sono esperti e conosciuti...
Raccomandazioni, complicità, connivenze: di fatto, l’ingresso nell’Ue delle 21 tonnellate era stato convalidato e registrato. La simil-anatra, il simil-maiale e il resto avevano ricevuto il permesso di raggiungere l’Italia.
A quel punto, incassate le «buone» novità dalla Grecia, la ditta milanese di import-export aveva preso accordi con una società di trasporti, sempre greca. Un Tir aveva caricato il cibo, aveva attraversato l’Adriatico su un traghetto, era sceso a Bari e aveva risalito l’Italia per arrivare in città. Va da sé che la Procura aveva già scoperto il malaffare ma, anziché bloccare subito il camion, aveva deciso di seguirlo per scoprire l’ultimo approdo. Che per appunto era la ditta di import-export.
È una grossa realtà con centinaia e centinaia di clienti: ristoranti e anche market etnici di Milano e provincia. E non c’erano unicamente le specialità delle quali abbiamo detto. C’erano anche confezioni di uova dei cent’anni, costose, amatissime dai cinesi, presenti sulla tavola delle cerimonie che contano (i matrimoni); la fase di trattamento in Cina di queste uova prevede che vengano interrate, lasciate per mesi, estratte e consumate, con la logica conseguenza di marcire. Ma c’era pure del pesce, non conservato in nessun frigo: c’erano gamberetti che luccicavano d’un colore vivo, e questo perché era (è) pratica diffusa iniettare delle sostanze nocive che agevolano la conservazione ed «esaltano» le caratteristiche cromatiche. C’erano quintali di parti d’animale già in avanzata decomposizione eppure destinati a pranzi e cene, come la carne bovina che era stata essiccata con metodi non convenzionali. C’erano lattine di latte per bimbi che, come appurato da successivi esami, contenevano diossina. C’erano confezioni di meduse in salamoia che non lo erano affatto poiché l’etichetta riportava «rapanello conservato a fette». C’erano le lumache selvatiche spacciate per lumache che non sono mai state «identificate». C’erano würstel probabilmente assemblati con materiale di risulta da animali macellati e già trattati.
Non soltanto l’AsiaLe inchieste sul fronte alimentare confermano che i traffici non sono una prerogativa dei cinesi. A voler essere sinceri, spiegano gli inquirenti esperti dell’alimentare, andrebbe messo in discussione tutto il settore. Senza distinzioni. Per buona pace dei produttori, che a volte reagiscono alle ispezioni e alle successive sanzioni con una violenta campagna di fuoco difensiva, obbligando figure influenti a muoversi nei palazzi del potere con l’obiettivo di convincere il consumatore che le accuse investigative sono invenzioni prive di fondamento. E però, come tacere sulla pasta prodotta in zone radioattive dell’Ucraina? E il mangime per i pesci d’allevamento, qual è la sua origine? E il tema vasto e articolato del bio: quant’è attendibile l’autocertificazione nella filiera di un alimento biologico, chi verifica chi? Le etichettature offrono agli occhi del cliente il percorso dettagliato e veritiero oppure ingannano? Le fette di bovino a prezzi stracciati in certi supermercati come possono offrire una garanzia di qualità? E il cibo per cani e gatti (è boom di aziende e negozi) è un mondo inesplorato che rivelerà clamorosi segreti? Domande, domande, domande.
Per tentare di scoprire le risposte, potremmo tornare a quel carico di 21 tonnellate. In una determinata fascia di locali etnici, la disparità tra il «valore» reale di un prodotto – ad esempio il pesce, basta ricordarsi il suo costo al mercato e in pescheria – e quanto viene effettivamente fatto pagare, sconfessa perfino la logica. I conti, per i ristoratori, non possono tornare. Qualcuno potrebbe obiettare: i suddetti locali hanno anche mille coperti e con una tale quantità di clienti rientrano in ogni modo delle spese, anche se offrono menù low-cost. L’obiezione non regge: generalmente su ogni tavolo viene ordinato e portato del pesce, ci si siede proprio per soddisfare il desiderio di pesce crudo. Che costa. A meno che non sia illegale e abbia avuto già in partenza una spesa minima che consenta di tenere basso il «listino» dei prodotti nel ristorante.
Connessione, scambio e condivisioneSpiega un investigatore, premettendo di non voler essere banalizzato, che il contrasto ai traffici alimentari subisce gli stessi problemi della (non efficace) lotta europea al terrorismo. Non c’è condivisione tra Stato e Stato o, meglio, ce n’è in modo estemporaneo. Le differenze nell’«approccio», nelle risorse e nella gestione dei fenomeni tra le singole nazioni sono troppo accentuate. Il lavoro di squadra è soltanto sulla carta. Se l’oggetto o la persona è in transito e non diverrà stanziale sul territorio – questa è la sintesi dell’investigatore – forse chi indaga decide che non è il caso di preoccuparsi più di tanto. Magari se i greci si fossero «accorti» delle 21 tonnellate le avrebbero fermate avviando una meticolosa indagine; magari no, e dopo aver saputo che la meta era l’Italia e che la «noia» sarebbe stata presto dirottata altrove, hanno «finto» di non vedere. E comportamenti del genere sono diffusi e su larga scala. Insieme alle rotte marittime, ci sono quelle su strada. Se le sentinelle nei porti capiscono che non è aria e che l’operazione può diventare rischiosa, anziché sulle navi il cibo avariato viene sistemato su camion che con calma attraversano Asia ed Europa. Con calma. E con infinita lentezza.
In assenza di informazioni confermate sul luogo e anche sui tempi di partenza di quel carico dalla Cina, si può ipotizzare il lasso temporale servito perché la confezione di anatra approdasse nel piatto d’un cliente a Milano: un mese, forse quaranta giorni, non meno. Ed era già troppo rispetto alle «necessità» di conservazione dell’alimento. Figurarsi con il chilometraggio d’un Tir.