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 2017  febbraio 12 Domenica calendario

Arvo Pärt nella hit-parade

In un testo di Dionigi l’Areopagita si legge, a proposito della gerarchia degli angeli, che più si sale, meno parole si hanno a disposizione. L’angelo più in alto ha una sola sillaba. E dopo di lui il supremo verbo si compie nel silenzio. Il compositore estone Arvo Pärt (classe 1935), che per il sesto anno consecutivo, secondo il portale Bachtrack, è il musicista vivente più eseguito, davanti a John Williams e John Adams, ha sempre sostenuto che gli «piacerebbe un giorno scrivere un pezzo con un’unica nota». Non lo ha ancora fatto ma ci è andato vicino. Togliendo, scarnificando. Cercando, per così dire, l’essenza più pura della musica. Che nel suo caso non è incanto dell’immediato ma fascinazione a rilascio lento, omeopatico. E che nella sua atemporalità sembra incarnare qualcosa di lontano, qualcosa che abbiamo irrimediabilmente perduto. La sua musica intrisa di «una disperata malinconia cui si unisce una non meno disperata grazia» (Franco Masotti), sembra metterci in un’attesa perenne.
Pärt, nato nella città di Paide e formatosi al Conservatorio di Tallinn sotto la guida di Heino Eller, ha raggiunto la notorietà internazionale con il suo primo disco «occidentale», quel Tabula rasa del 1984 fortemente voluto da Manfred Eicher, storico e visionario produttore della tedesca Ecm, al quale il compositore, da quel momento in poi, ha affidato la stragrande maggioranza delle sue partiture. All’incisione storica di Tabula rasa parteciparono Gidon Kremer e Keith Jarrett, Tatiana Gridenko e Alfred Schnittke. Cantus in Memory of Benjamin Britten è ritenuto un capolavoro, come lo sono Fratres e, nei dischi successivi, Summa, Arbos, la Berliner Messe e Für Alina. È proprio con quest’ultima, pagina pianistica del 1976, di disarmante semplicità ma di vertiginosa intensità, che Pärt si libera del suo passato dentro l’avanguardia e l’organizzazione dodecafonica per approdare al suo stile personalissimo, il Tintinnabuli, dal latino «campanelli»: «Un giorno mi accorsi che la mia musica possedeva molte cose, ma non la cosa importante. Così cercai di eliminare qualsiasi cosa le fosse estranea», si legge nel denso saggio a cura di Enzo Restagno Arvo Pärt allo specchio, pubblicato da Il Saggiatore nel 2004.
Il suo nuovo disco, The Deer’s Cry (Il pianto, o il grido, del cervo), raccoglie 13 composizioni vocali (dal ’77 al 2012), sia a cappella che con accompagnamento strumentale, eseguite dalle voci apollinee dei Vox Clamantis di Jaan-Eik Tulve. Quest’incisione ha da poco vinto l’Estonian Music Award, come il «miglior disco di musica classica del 2016», ed è stata presentata anche all’interno dell’Arvo Pärt Festival di Portland, in Oregon, che si conclude proprio oggi, domenica 12 febbraio, dopo una settimana di concerti, incontri e proiezioni, che hanno reso omaggio a un compositore che assomiglia più a un asceta che non al musicista che piace tanto a Björk quanto a Nanni Moretti (che ha usato le pagine incantatorie di Pärt per il suo Mia madre) e Paolo Sorrentino (nel film La grande bellezza si ascolta My Heart’s in the Highlands con la voce di Else Torp con Christopher Bowers all’organo).
Pärt, dopo tanti anni vissuti a Berlino, è tornato, insieme all’inseparabile moglie Nora, a vivere in Estonia, dove nel 2010 ha fondato a Laulasmaa un centro culturale che porta il suo nome.
Maestro, qual è il luogo ideale per ascoltare la sua musica? Una volta disse che per farla arrivare meglio bisognerebbe stare nella stanza a fianco.
«Per i concerti desidero e cerco luoghi con acustiche particolari, diciamo pure, con un’eco che sia in grado di prolungare il suono. Queste situazioni particolarmente favorevoli si hanno molto spesso nelle chiese».
In questo preciso momento della sua vita che significato assume il suo Arvo Pärt Centre di Paide?
«La vecchiaia porta sempre con sé un desiderio di ordine con se stessi. Non solo ordine delle cose ma anche ordine dei pensieri e dei ricordi. Il centro, perciò, mi aiuta in questo lavoro di archiviazione di me stesso».
Compone sempre?
«In questo periodo molto poco, quasi niente, ma lavoro comunque moltissimo sulle mie partiture».
Dove ha «cercato» e dove ha «trovato» la musica che ha composto? Ha dichiarato in diverse occasioni che a volte «bisogna aspettare lungamente che la musica arrivi».
«La maggior parte delle volte sono i testi che mi portano alla musica. Ogni parola, ogni punto, ogni virgola, sono importantissimi per me. Mi sono sempre fatto guidare dai testi, ai quali mi sono sentito più vicino».
E quali sono?
«Quelli che per me si portavano dentro un profondo significato esistenziale. Soprattutto le Scritture Sacre. Contengono verità che hanno un grande valore da secoli. E per me sono comunque sempre fortemente attuali».
La sua è la musica classica più eseguita di un compositore vivente. Ha qualche controllo sulle esecuzioni più importanti?
«Le composizioni sono come i bambini. Hanno bisogno dei genitori fino a quando sono ancora piccoli ma poi viene il tempo nel quale si emancipano. E in quel momento non sempre i bambini fanno quello che piace ai genitori. Ma ciò nonostante rimangono sempre i nostri figli. In altre parole, quando una composizione è nuova, la accompagno fino a che non diventa matura, adulta, autosufficiente».
Quanto tempo serve?
«Può accadere tutto molto velocemente in alcuni casi, ma questo processo può durare anche molto tempo».
Negli ultimi anni lei ha scritto nuovi arrangiamenti per la sua musica. Cosa l’ha portata a un ripensamento? Per esempio, parlando del suo ultimo disco, il brano «Summa», viene eseguito dalle voci di Vox Clamantis. In passato invece questo stesso brano è stato inciso in un’altra versione dall’Hilliard Ensemble. Quali differenze ci sono?
«Confesso che spesso scopro io stesso i miei brani come nuovi, quando li rielaboro e li orchestro. Ed è un’esperienza di grande soddisfazione. Per rispondere alla sua domanda, Summa, incisa a distanza di anni, da Hilliard Ensemble e Vox Clamantis, è in fondo lo stesso brano, anche se con colori diversi».
Com’è cambiata negli anni la sua tecnica compositiva, il Tintinnabuli?
 «La base della mia tecnica compositiva è la sostanza musicale stessa. Per cui il colore sonoro può diventare secondario. Da tutto ciò si sviluppano delle libertà legate ad alcune scelte, che possono indurre successivamente a una serie di sviluppi e a infinite rielaborazioni. Anche se poi ogni nuova interpretazione deve essere comunque autorizzata da me. Aggiungo che non tutte le combinazioni fra strumenti diversi possono però funzionare bene in ogni partitura. È un lavoro lungo».
Tornando al suo disco più recente, ci parli del suo rapporto con gli esecutori, l’ensemble vocale Vox Clamantis.
«Con Vox Clamantis ho lavorato molto negli ultimi anni. A prescindere dalla pulizia delle loro voci, dalla precisione delle loro esecuzioni, per me è di grande aiuto il fatto che hanno una lunga esperienza con la musica antica e con il canto gregoriano. Questa loro profonda conoscenza li aiuta a entrare meglio nel mio pensiero musicale, a riconoscerlo e a capirlo a fondo. Tutto ciò offre loro la possibilità di trovare facilmente l’interpretazione più giusta, quella necessaria, a seconda dei casi».
Quali sono i compositori ai quali si sente più vicino? 
«La musica di Bach, Mozart e Schubert mi ha accompagnato nel corso di tutta la vita e lo fa tuttora».