La Lettura, 12 febbraio 2017
Tags : Politica Elezioni 2017 Olanda
Arriva un terremoto nelle urne: i partiti di governo vanno a picco. Vola lo xenofobo Geert Wilders ma nessuno vuole allearsi con lui
Il 15 marzo i cittadini dei Paesi Bassi, una monarchia che è tra le più solide democrazie parlamentari europee, saranno chiamati alle urne. Sarà un interessante banco di prova tanto per testare la tenuta del tradizionale sistema consociativo olandese, quanto per valutare l’entità dell’ondata populista che sta attraversando l’Europa, cavalcata nel Paese dei tulipani da Geert Wilders e dal suo Partito per la Libertà (Pvv). Anche in virtù di un sistema elettorale proporzionale puro, che costringe le forze politiche ad ampie coalizioni per formare governi stabili, la competizione in Olanda è variegata, le opzioni sul campo sono le più disparate e il panorama politico risulta frastagliato. Tuttavia le dinamiche che stanno caratterizzando questa tornata elettorale sono legate a un’alta e inconsueta volatilità.
Secondo gli ultimi sondaggi, i due partiti alla guida dell’attuale coalizione di governo, il Partito popolare del premier uscente Mark Rutte (Vvd) e i laburisti del PvdA guidati dal vice primo ministro Lodewijk Asscher, verrebbero fortemente ridimensionati. Al momento, il Vvd si attesterebbe poco sopra il 15 per cento dei voti, mentre il PvdA supererebbe appena la soglia del 7. Se confermate, queste cifre rivelerebbero una drammatica sovversione dei rapporti di forza. Quattro anni fa, infatti, PvdA e Vvd insieme ottennero più del 51 per cento e 79 dei 150 seggi a disposizione.
Questa dispersione andrebbe ad avvantaggiare una serie di partiti distanti tra loro, inclusi i liberali europeisti del D66, i cristiani conservatori della Cda, gli ultra-conservatori calvinisti dell’Sgp, il partito ecologista della GroenLinks e, in parte, i centristi del 50Plus, che fanno della tutela dei pensionati la propria priorità. Ma il principale beneficiario di questo smottamento sarebbe Wilders, uomo che ha fatto dell’iper-nazionalismo, del populismo e della xenofobia le sue principali bandiere. Il Pvv parrebbe guadagnare oltre una ventina di seggi rispetto ai 12 ottenuti nel 2012 e andrebbe ad affermarsi come partito di maggioranza relativa.
Le ragioni di questo terremoto sono complesse. In primo luogo, il governo uscente paga, in termini di popolarità e consenso, i controversi risultati delle politiche di austerità a tratti pedissequamente difese dal titolare dell’Economia Jeroen Dijsselbloem. Nell’ultimo quadriennio, infatti, l’economia reale ha subito una contrazione tanto della crescita nazionale quanto della ricchezza individuale. I tagli agli investimenti pubblici hanno avuto serie ripercussioni sull’accesso al welfare; il progressivo smantellamento di diverse forme di tutela del lavoro a tempo indeterminato e la continua riduzione dei sussidi di disoccupazione hanno alimentato la precarietà; il drastico ridimensionamento dei contributi all’istruzione si è riverberato in maniera negativa sulla ricerca scientifica e tecnologica.
In secondo luogo, il governo viene criticato per una gestione contraddittoria delle politiche migratorie. Dal 2012 l’Olanda ha visto aumentare esponenzialmente le richieste di asilo sul proprio territorio e il governo ha dovuto far fronte alla necessità di predisporre adeguate misure di accoglienza. Le frizioni tra i popolari di Rutte, favorevoli alla chiusura dei confini europei, e i laburisti del PvdA, ideologicamente legati a politiche tolleranti e condizionati da un elettorato composto in gran parte da immigrati, hanno prodotto un compromesso inadeguato, costoso e disomogeneo, dipendente in larga misura dalla collaborazione delle varie comunità locali.
Infine, il governo uscente è da molti considerato responsabile di una lenta e progressiva erosione dell’identità nazionale. La mancanza di un punto di riferimento identitario forte e autorevole ha, secondo molti osservatori, favorito la crescita del fondamentalismo islamico, testimoniata dal numero di giovani foreign fighter olandesi, uno dei più alti in Europa. Inoltre, l’abbattimento in Ucraina del volo Mh-17, costato la vita a 193 cittadini dei Paesi Bassi, è stato vissuto come un dramma collettivo, caratterizzato da un diffuso senso di frustrazione e impotenza.
Buona parte degli olandesi sta verosimilmente formulando le proprie preferenze sulla base di queste considerazioni. Lo sa bene Rutte, che di recente ha provato a catturare l’interesse di questa porzione di popolazione pubblicando una lettera aperta dai toni nazionalisti e protezionisti che, pur comprensibili in termini elettorali, mal si adeguano alla tradizione liberista del suo partito. Ma lo sa bene soprattutto Wilders, la cui retorica intrisa di richiami xenofobi, esplicitamente anti-islamica e marcatamente anti-europeista non convince soltanto gli elettori della destra radicale, ma risulta appetibile anche a chi addebita al governo uscente le colpe principali della crisi.
Gli elettori del Pvv non rientrano esclusivamente nella piuttosto stereotipata caratterizzazione del maschio bianco arrabbiato e poco istruito. Ne fanno parte madri quarantenni rimaste senza lavoro, giovani impelagati in una snervante successione di impieghi temporanei, anziani preoccupati per la fruizione dei servizi loro dedicati, artigiani e imprenditori interessati a tutelare i loro interessi, lavoratori dipendenti impauriti dall’assottigliamento e dalla perdita di potere d’acquisto della classe media. È a questo composito corpo elettorale che Wilders ha saputo rivolgersi, fornendo capri espiatori, promettendo una maggiore sicurezza, sia individuale che collettiva, e rispolverando uno sciovinismo forse anacronistico, ma politicamente molto efficace.
Ad oggi, i leader degli altri partiti, inclusi i più conservatori, sembrerebbero voler arginare Wilders attraverso l’isolamento e più volte hanno dichiarato (da ultimo in un dibattito tra i capilista tenuto a Groningen l’8 febbraio) la loro assoluta indisponibilità a formare un governo con il Pvv. Così verrebbe a riproporsi una situazione simile a quella del 1977, quando l’allora primo ministro uscente, il laburista Joop den Uyl, non riuscì a creare una coalizione governativa pur avendo vinto le elezioni con oltre il 30 per cento dei voti. Una strategia, questa, che sarebbe dettata più dalle circostanze che dalla condivisione di un programma politico, ma potrebbe funzionare contro il dilagare del populismo, in Olanda e altrove.