Corriere della Sera, 12 febbraio 2017
Se lo sci diventa Formula 1. Tute speciali per sfidare la resistenza dell’aria e andare sempre più forte
ST. MORITZ Evocato anche da Friedrich Nietzsche, che soggiornò da queste parti, e nel film «Sils Maria» di Olivier Assayas, il «serpente del Maloja» ha inghiottito la discesa maschile. Il mostro di Loch Ness non c’entra, il serpente di cui sopra è un fenomeno meteo che blocca una striscia di nebbia a una certa quota: ieri ha scelto di annidarsi nella zona della pista. Il paradosso è che c’erano un bel sole e un cielo blu: pare incredibile che dopo snervanti rinvii si sia dovuto capitolare. Ci si riprova oggi e, come nel 2007, la razione sarà doppia: donne alle 11.15, uomini alle 13.30. In un solo giorno si celebrerà dunque il fascino della gara show dello sci, piatto forte di un Mondiale che sul fronte dei materiali e dell’high tech è all’avanguardia.
Di mezzo c’è l’air bag – ormai in uso dal 30% di atleti e in via di perfezionamento – ma soprattutto c’è la tuta dell’Italia, prodotta dalla Kappa, ispirata alla F1 e sviluppata nelle gallerie del vento della Ferrari e della Pininfarina. Si chiama 400 Kombat ed è pensata per ridurre la resistenza all’aria. Vi ricordate quando gli svizzeri, con uno stratagemma contestato, indossavano le sottotute? Si è partiti da lì. «Quella soluzione – spiegano alla Kappa – serviva a comprimere il corpo e a limitare l’interferenza aerodinamica delle parti molli. Noi, invece, abbiamo ragionato sulla tuta reale e sugli standard delle norme, come la quantità d’aria che deve filtrare (30 litri per metro quadrato al secondo, ndr)».
La scelta chiave, che ricorda le diavolerie di Adrian Newey, guru della Red Bull di F1, è stata di creare aperture sul retro, senza violare le regole. «Nella parte posteriore ci sono inserti realizzati con materiali differenti: l’aria che entra anteriormente, esce in modo più veloce».
Cambia così la scia e la maggiore compressione sulla tuta crea l’effetto «sotto vuoto»: l’atleta è spinto in avanti. Il disegno ricorda la struttura a celle esagonali del grafene. Ma quel materiale non c’entra, la scelta è solo grafica per sottolineare lo sforzo tecnologico: le tute sono costruite con diverse fibre accoppiate con membrane a varia permeabilità. E sono adattabili alle singole esigenze, incluse quelle di chi usa l’air bag. Eccoci, appunto, al giubbotto che si gonfia in caso di crash. A che punto è la sua evoluzione? A un passo cruciale negli studi, condotti anche con alcune Università, per completare l’opera e arrivare a proteggere pure le gambe. «La criticità – spiega Marco Pastore della Dainese – è che i movimenti delle ginocchia e degli arti inferiori sono più difficili da rilevare».
Le strade sono due: o sviluppare un secondo per le gambe, o lavorare sullo sgancio dell’attacco. «Occorre capire a che cosa legare il segnale di attivazione. Non è semplice, ma entro 2-3 anni dovremmo farcela». Intanto già qualcuno all’air bag deve la pelle: tra questi, due big, Mayer e Guay. Non è poco.