Corriere della Sera, 11 febbraio 2017
Wally, provocatoria e zingaresca. La Toscanini che ribaltò gli anni 20
Nulla meglio delle immagini dell’arte è in grado di raccontarci come a cavallo fra Ottocento e Novecento, nel breve giro di un trentennio, fosse cambiato il ruolo della donna. Se nel 1893 simbolo della Belle Èpoque erano le starlette del Moulin Rouge come la Jane Avril dei manifesti di Toulouse Lautrec, preda degli uomini della Parigi bene a caccia di trasgressioni, dieci anni dopo le donne erano già diventate pericolose dominatrici come la Giuditta di Klimt. Ancora il balzo di un decennio ed ecco che la donna scopre le gambe, taglia gonne e capelli alla garçonne, accende sigarette in pubblico, guida l’auto e si lascia andare a balli sfrenati come il charleston. L’immagine di questa donna, che in molti Stati europei ha da poco conquistato il diritto di voto, è il ritratto che nel 1925 Alberto Martini fece di Wally Toscanini, «l’unica opera che non ho mai saputo dirigere», diceva di lei suo padre, il direttore d’orchestra Arturo.
Wally aveva carnagione chiara e capelli neri: una bellezza zingaresca di cui era consapevole e che accentuava dipingendo di rosso le labbra. A 25 anni, quando Martini la ritrasse, era una ragazza spregiudicata e un’icona di stile. Per posare scelse l’abito di seta giallo, indossato per un ballo in costume in casa Visconti, con il quale aveva suscitato scandalo a causa delle braccia scoperte. Il copricapo con lunghe file di perle evocava i modelli russi diffusi nei costumi dei Balletti di Djagilev. In un Paese, l’Italia, che negli anni Venti contava una popolazione agricola ancora intorno al 50 per cento e in cui alle donne veniva vietato insegnare nei licei filosofia, storia, lettere italiane, latine e greche perché fosse chiaro il loro compito, e cioè incrementare le nascite dei figli per la Patria, incentivate dalla tassa fascista sui celibi, la regola di vita di Wally era «Vivi, ama e ridi». Filosofia che le procurò stuoli di ammiratori, compreso Charlie Chaplin.
Nella lista non poteva mancare Gabriele D’Annunzio che, intuendo di non essere all’altezza di quella bellezza consapevole, chiese un bacio «all’eroe nazionale». Che lei rifiutò, per nulla intimorita, ricordando nelle sue memorie come «neppure il più alto amor patrio avrebbe potuto convincermi al supremo sacrificio, a superare l’orrore di quella bocca. Era brutta, oscena». Disgusto simile a quello provato da un’altra seduttrice, la pittrice polacca Tamara de Lempicka. Non solo anche Tamara mandò in bianco il Vate, ma entrambe le donne gli preferirono il conte Emanuele Castelbarco. Costui era l’anima della galleria milanese Bottega di Poesia, fondata assieme a Walter Toscanini, fratello di Wally. Fu lui a offrire a Tamara la sua prima mostra personale e a presentargli il Vate. Nella scuderia dei suoi artisti c’era anche Alberto Martini, cui il conte commissionò il ritratto di Wally, sembra, proprio per approfittare di farle visita durante le sedute di posa. All’epoca, Wally e il conte erano legati da una relazione segreta iniziata quando lei aveva 17 anni e lui era già sposato con tre figli.
Alla fine però, nonostante l’opposizione di Arturo Toscanini, i due riuscirono a ufficializzare il loro amore diventando ungheresi, cioè seguendo l’escamotage suggerito proprio da D’Annunzio.