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 2017  febbraio 11 Sabato calendario

La seconda vita del bambino fantasma. Chiuso in casa 7 anni. «Rivoglio mamma»

TORINO Il 17 gennaio Paolo (il nome è di fantasia) ha compiuto otto anni. Nella comunità protetta dove vive da qualche mese gli hanno fatto trovare una torta al cioccolato con le candeline. Lui le ha spente con un soffio e ha espresso il desiderio: «Vorrei rivedere mamma, almeno qualche volta».
In un’altra comunità, poco distante, Cinzia, la madre, sta seguendo un lungo e travagliato percorso di recupero. Solo quando lo concluderà potrà riabbracciare il figlio. Cinzia non è un’alcolista, non è una tossicodipendente, ma non può continuare a vivere con il bimbo perché fin dal giorno del parto lo ha nascosto a tutti. Non lo ha denunciato all’anagrafe, non lo ha iscritto a scuola, non lo ha fatto vaccinare e neppure visitare da un pediatra. Per sette anni Paolo è rimasto chiuso in casa: «Dalla finestra vedevo altri bambini che a scuola ci andavano. Anch’io lo desideravo. Ho sognato di possedere uno zaino colorato».
Un desiderio che si è realizzato. Uno zaino colorato e l’astuccio per la scuola gli sono stati regalati da Sergio, un carabiniere della stazione di Moncalieri che quasi per caso aveva scoperto il «bambino che non c’è». «Mi ero recato in quella casa per eseguire una notifica, ho visto Paolo e ho compreso che dietro quegli occhi spenti, c’era un dramma». La verità è emersa quasi subito e il bambino è stato affidato al personale esperto di una comunità protetta piemontese. Ha cominciato a vivere come quei ragazzini che scorgeva dalla finestra di casa. Il papà è irreperibile, vive in Germania e di figlio e compagna non ne vuole sapere. Entrambi i genitori sono stati denunciati e dovranno rispondere dell’accusa di inosservanza dell’obbligo di istruzione. Ma questa è un’altra storia e i sette anni trascorsi all’interno di quattro mura a sbirciare fuori dalla finestra o guardando i cartoni in tv, fanno parte del passato.
«Ora c’è Sergio – dice Paolo accennando a un sorriso – che mi viene a trovare spesso e mi regala i modellini delle macchinine. Per Pasqua mi ha promesso quella dei carabinieri». Ci sono gli operatori della comunità che lo coccolano come fosse figlio loro e ci sono i compagni di classe, perché finalmente il piccolo Paolo ha cominciato a frequentare la scuola: «Sono in prima elementare – racconta —, ho due maestre che mi hanno insegnato a leggere, scrivo il mio nome. Ma la cosa che mi piace di più è colorare i disegni con i pastelli». Il bambino si è inserito gradualmente, ma molto bene, in un ambiente completamente nuovo: «Qualche volta chiede della madre – spiega un operatore —, ma senza insistere, come se percepisse che un incontro ci sarà, ma solo quando la mamma “sarà guarita”». Poi c’è la figura di Sergio che colma un vuoto, ma senza sostituire quella paterna: «A quel bambino mi sono affezionato e quando sono libero dal servizio vado a trovarlo, per quel che posso cerco di dargli una mano». Paolo sembra avere le idee chiare ed esprime i suoi desideri: prima la scuola, lo zaino e l’astuccio. Poi l’incontro con la mamma («Le voglio bene, ma la sera piangeva quasi sempre, mi abbracciava e poi ci addormentavamo insieme») e ora già pensa a quando sarà grande: «Farò il carabiniere, come Sergio. Anch’io voglio portare i bambini a scuola e regalare le macchinine». Paolo sta bene, nonostante non fosse mai stato vaccinato o visitato da medici, la sua salute è ottima: «È stato subito sottoposto a controlli – sottolineano gli operatori della comunità – e non sono state riscontrate anomalie o le conseguenze di una cattiva nutrizione».
Dalla struttura, però, esce con qualche difficoltà, si sente più sicuro quando è in casa. «Mi piace – dice Paolo – guardare gli altri che giocano a calcio, ma non ho ancora capito bene quali sono le regole. Sergio mi ha promesso che mi insegnerà a fare gol». Paolo saluta, torna nella sua stanzetta a colorare un disegno: c’è una casa grande con tante finestre, ci sono gli alberi, una strada che si perde all’orizzonte e in cielo un sole grande. «Lo colorerò di rosso».