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 2017  febbraio 12 Domenica calendario

APPUNTI SUL FESTIVAL DI SANREMO DOPO L’ULTIMA SERATAREPUBBLICA.ITIl Sanremo di Carlo Conti e Maria De Filippi si chiude col botto

APPUNTI SUL FESTIVAL DI SANREMO DOPO L’ULTIMA SERATA

REPUBBLICA.IT

Il Sanremo di Carlo Conti e Maria De Filippi si chiude col botto. La finale che ha incoronato vincitore Francesco Gabbani è stata vista da una media di 12.022.000 telespettatori con il 58,4% di share. Il dato migliore per una finale dal 2009, l’anno del 59esimo Festival presentato da Paolo Bonolis con Luca Laurenti

La prima parte della serata finale di Sanremo (dalle 21.14 alle 23.54) ha avuto 13 milioni 553 mila spettatori pari al 54.28%, la seconda (dalle 23.58 all’1.45) 9 milioni 680 mila con il 69.66%.

Sorpresa Gabbani, sul podio il ballo col gorilla di ’Occidentali’s Karma’

Boom anche per i primi minuti del Dopofestival (dall’1.45 all’1.51), ospiti i protagonisti del podio Gabbani, Fiorella Mannoia e Ermal Meta: 4 milioni 901 mila spettatori con il 64.81%. Un anno fa la prima parte della serata finale del festival aveva fatto segnare 12 milioni 694 mila spettatori pari al 48.76% di share, la seconda 8 milioni 710 mila con il 64.99%.

Anche nella divisione tra prima e seconda parte dello spettacolo andato in onda su RaiUno ieri sera si evidenziano risultati notevoli negli ascolti. La prima parte, tra le 21,14 e le 23,54, è stata seguita da 13 milioni 553mila spettatori con share del 54,28%, con un incremento rispettivamente di 859mila spettatori e di 5 punti e mezzo di share. La seconda parte, in onda dalle 23,58 fino all’1,45, è stata vista da 9 milioni 680mila spettatori con share del 69,66%, superiore rispettivamente di 970mila spettatori e del 4,67%. Quanto al Dopofestival, i primi minuti della trasmissione, quindi a vincitore appena annunciato, gli spettatori sono stati 4 milioni 910mila con share del 64,84%.

Le cinque serate del festival di Sanremo 2017 hanno raggiunto in media il 50.7%, miglior share dal 2005, con 10 milioni 848 mila spettatori, generando oltre 40 milioni di contatti. Su 5 serate, Sanremo ha avuto oltre il 52% sul pubblico delle ragazze 15-34 anni, il 56.9% sulle ragazze 15-24 anni. Carlo Conti conclude così un trittico da record, con il 50.7% dell’edizione 2017, il 49.6% del 2016 e il 48.6% del 2015.

"Incredibile boom della serata finale di #sanremo2017!!!! 58,4% di share e 12 milioni di spettatori!!!!". Lo scrive su Twitter il direttore di RaiUno, Andrea Fabiano, commentando i risultati degli ascolti.

CLASSIFICA DEI FESTIVAL IN BASE AGLI ASCOLTI DELLA SERATA FINALE

1. 1987, Pippo Baudo, Morandi-Ruggeri-Tozzi, “Si può dare di più”, 77,50% (è la prima edizione i cui ascolti sono rilevati dall’Auditel)
2. 1990, Johnny Dorelli-Gabriella Carlucci, i Pooh, “Uomini soli”, 76,26%
3. 1989, Rosita Celentano, Paola Dominguin, Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi, Anna Oxa-Fausto Leali, “Ti lascerò”, 75,43%
4. 1995, Pippo Baudo, Giorgia, “Come saprei”, 75,22%
5. 1988, Miguel Bosé-Gabriella Carlucci, Massimo Ranieri, “Perdere l’amore”, 71,07%
6. 1992, Pippo Baudo, Luca Barbarossa, “Portami a ballare”, 69,62%
7. 1993, Pippo Baudo, Enrico Ruggeri, “Mistero”, 69,17
8. 1997. Mike Bongiorno, Jalisse, “Fiumi di parole”, 68,29
9. 1999. Fabio Fazio, Anna Oxa, “Senza pietà”, 64,08
10. 1996. Pippo Baudo, Ron-Tosca, “Vorrei incontrarti tra cent’anni”, 62,86
11. 1991. Andrea Occhipinti, Riccardo Cocciante, “Se stiamo insieme”, 60,11
12. 2017. Carlo Conti, Francesco Gabbani, “Occidentali’s Karma”, 58,4%

CARLO CONTI DONA 100.000 EURO AI TERREMOTATI
La Rai tira le somme del Festival appena concluso con la vittoria di Francesco Gabbani e del suo brano, già tormentone, Occidentali’s Karma. L’ultima serata, registrando un sonoro 58,4% di share, ha concluso trionfalmente la sua trilogia di Sanremo, grazie anche alla conduzione congiunta con Maria De Filippi, che ha permesso di battere record che resistevano da anni. Fabiano: "Il Festival unisce il Paese"
Il nuovo direttore di RaiUno alla prima esperienza festivaliera, traccia il bilancio dell’edizione: "Il sorriso è decisamente più smagliante del solito, - esordisce - una serata magica che ci ha reso sempre più contenti. Il 58,4% è lo share più alto degli ultimi 15 anni. Ieri sera sono stati oltre 27 milioni gli italiani che hanno passato con noi un pezzo della loro serata. Il Festival si è dimostrato ancora una volta in grado di unire il Paese, trasversale anche tra i titoli di studio dei telespettatori, e tra le età dei telespettatori. Oltre 40 milioni di contatti, quasi sette italiani su 10 hanno visto almeno un pezzetto di Festival. Picco di ascolto in numero di telespettatori con il finale della copertina di Crozza, picco di share con la proclamazione del vincitore che ha sfiorato l’80% e il bellissimo gesto di Gabbani che ha tributato la vittoria a Fiorella Mannoia. Il Festival di quest’anno è stato l’evento televisivo più social che c’è stato finora nel nostro Paese. Record anche per il Dopofestival, che ieri sera ha toccato le vette del 65% di share e quasi 5 milioni di spettatori. La scelta di proporlo anche il sabato è stata premiata. "
Il direttore conclude con il doveroso ringraziamento a Carlo Conti e a Maria De Filippi e a tutta l’organizzazione, compreso il suo predecessore Giancarlo Leone. In conclusione di conferenza stampa, Fabiano svela i conti di Sanremo: "La raccolta pubblicitaria lorda del festival è stato di 26 milioni di euro, più 7% sull’anno scorso, più un milione di altri introiti commerciali. Diciamo che i ricavi netti sono di circa 22-23 milioni di euro. Contanto che i costi del festival sono di circa 15,5 milioni di euro, il festival 2017 è un attivo di 6-7 milioni di euro".

De Filippi: "Oscar a Carlitos"
Maria De Filippi inizia i suoi ringraziamenti dai giornalisti: "Per me è stato importante quello che avete scritto. Ho portato me stessa al Festival, e ho cercato di essere al servizio dell’unico vero evento che c’è in televisione. Mi sono messa alla prova su una cosa lontana da me, ma mai avrei pensato che potesse essere così: entri in un frullatore e non capisci più neppure come ti chiami."
Ringraziamenti a Giancarlo Leone "determinante nella scelta", alla Rai "si pensa sempre che sia un gran carrozzone senza passione, ho visto una grande squadra unita, tutta la Rai concentrata sull’evento, dovremo tutti imparare questa coesione di intenti" e infine a Conti: "Carlo è stato generoso, un compagno importante, eravamo complementari. Mi ha dato serenità, prima di iniziare mi ha detto ’vedrai che è una passeggiata’, beh, è una passeggiata stancante." E poi il colpo di scena finale, dopo il portachiavi arriva la statuetta di Conti in formato Oscar: "Volevo dargli l’Oscar di Sanremo. Il terzo Oscar, è una cosa rara, ce l’ha solo lui non è stato replicato. Questo è Carlitos. "
Maria De Filippi parla anche della musica: "Sulle canzoni non ho fatto alcuna scelta. Complimenti a Carlo per le sue scelte. La Mannoia è stata bravissima e coraggiosa a venire a Sanremo, tutti i cantanti della sua levatura dovrebbero avere il coraggio di venire. Anche nella cover non ha fatto una scelta popolare. Secondo me l’importante è cantare il proprio pezzo, la musica va oltre il Festival, non importa se ti eliminano dalla gara è un condizionamento che Sanremo non dovrebbe avere "

La commozione di Carlo Conti: "Centomila euro ai terremotati"
E la parola passa a Carlitos: "Ho pochissimo da dire. Per darvi la sensazione come quando ci sono i fuochi di artificio, quando c’è il grande botto finale. Ringrazio Maria, la sua presenza è stata esattamente come l’avevo immaginata."
E dopo aver concluso la lunga lista dei ringraziamenti, visibilmente commosso Carlo Conti spiega: "Ho una fortuna incredibile, ho il dovere di aiutare chi è sfortunato, questo è il netto di quello che ho guadagnato per il Festival, centomila euro alla protezione civile. Non dovete applaudire, questo è normale. E’ bello quando fai del bene e non lo dici, doverlo dire mi ha fatto perdere un po’ di questa forza, ma dovevo farlo perché all’inizio è mancato un po’ di rispetto"
Circa il prossimo Sanremo, non ci sarà sicuramente un Carlo IV: "Basta, basta, basta. La risposta è semplice come faccio a fare il quarto Sanremo? Devo andare a Mediaset". Con ironia e giocando sui rumors dei giorni scorsi, Conti azzera la possibilità di una sua quarta conduzione al festival di Sanremo: "Seriamente non ci sarà un quarto festival. Devo fare lo Zecchino d’oro".

Le percentuali di voto
Il festival di Sanremo ha consegnato la vittoria finale a Francesco Gabbani con il 36% di preferenze (tra televoto, giuria demoscopica, giuria degli esperti). Seconda la Fiorella Mannoia con il 33% dei voti, terzo Ermal Meta con il 31%. Il risultato finale è stato determinato da televoto (che ha pesato per il 40%), giuria degli esperti (30%) e giuria demoscopica (30%), che hanno espresso graduatorie diverse. Per la giuria demoscopica prima Mannoia (38%), secondo Gabbani (33%), terzo Meta (29%). Per gli esperti Meta primo (44%), Gabbani secondo (29%), Mannoia (27%). Per il televoto Gabbani primo (44%), Mannoia seconda (33%), Meta terzo (23%). Maria De Filippi è intervenuta esprimendo il suo parere: "Abbiamo sempre detto che il televoto era ad appannaggio delle bimbominchia, sulla giuria di qualità... che mettano la faccia non solo in televisione ma dicendo anche per chi hanno votato. Vediamo come operano in campo musicale"

DICHIARAZIONE DI GABBANI
"Non mi aspettavo assolutamente di vincere. Credo che di Occidentali’s Karma abbia funzionato la melodia ma anche un testo che fa riflettere sul nostro modo di appropriarci delle filosofie orientali distorcendole". Francesco Gabbani, a caldo, commenta in diretta FbLive sulla pagina di Repubblica la vittoria al 67mo festival di Sanremo. E a proposito del suo testo spiega: "Le filosofie orientali, Marx, Shakespeare sono tutte provocazioni. Facciamo gli intellettuali, ma siamo delle scimmie e abbiamo istinti animali"

LA SCIMMIA NUDA DI DESMOND MORRIS

PANTA REI DI ERACLITO

PANTA REI E SINGING IN THE RAIN

TUTTI TUTTOLOGI COL WEB

TESTO DELLA CANZONE DI GABBANI
DI di Fr. Gabbani - F. Ilacqua - L. Chiaravalli - Fr. Gabbani - Fi. Gabbani - L. Chiaravalli

Essere o dover essere
Il dubbio amletico
Contemporaneo come l’uomo del neolitico.
Nella tua gabbia 2x3 mettiti comodo.
Intellettuali nei caffè
Internettologi
Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi.
L’intelligenza è démodé
Risposte facili
Dilemmi inutili.
AAA cercasi (cerca sì)
Storie dal gran finale
Sperasi (spera sì)
Comunque vada panta rei
And singing in the rain.
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Piovono gocce di Chanel
Su corpi asettici
Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili.
Tutti tuttologi col web
Coca dei popoli
Oppio dei poveri.
AAA cercasi (cerca sì)
Umanità virtuale
Sex appeal (sex appeal)
Comunque vada panta rei
And singing in the rain.
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Quando la vita si distrae cadono gli uomini.
Occidentali’s Karma
Occidentali’s Karma
La scimmia si rialza.
Namasté Alé
Lezioni di Nirvana
C’è il Buddha in fila indiana
Per tutti un’ora d’aria, di gloria.
La folla grida un mantra
L’evoluzione inciampa
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma.
Occidentali’s Karma
La scimmia nuda balla
Occidentali’s Karma


SIGNIFICATO

Uno scimmione vince Sanremo, anche questa è una novità. Francesco Gabbani, 31 anni, di Carrara, cresciuto nel negozio di strumenti musicali dei genitori, rappresenterà l’Italia all’Eurofestival in Ucraina. “Dovrò ripassare l’inglese”, ridacchia a tardissima notte nella conferenza post-premiazione. Ancora incredulo si gode il successo inatteso, a un anno dalla vittoria tra i giovani con il tormentone “Amen”. “Non me l’aspettavo. Ci speravo in un angolino del mio cuore – confida – Devo ancora realizzare. Non ho parole. È stato un anno molto emozionante e pieno di soddisfazioni. Questa è la più grande e spero di riuscirla a gestire dal punto di vista emotivo. Mi auguro di continuare a fare musica con la mia semplicità e spontaneità e che sempre più persone si affezionino a me”.

Ma cosa vuol dire il testo?

“È una provocazione, un insieme di figure che cominciano da un esame di coscienza che ho fatto con me stesso e in un processo di comprensione personale si estende al mondo occidentale. È una presa in giro degli occidentali che si avvicinano alle culture orientali e poi cercano di occidentalizzarle”.

La scimmia?

“L’idea l’ho presa dallo studio di Desmond Morris ” La scimmia nuda”, non ci sono riferimenti al “gorilla” di De Andrè, semmai a “Salirò” di Daniele Silvestri per il modo di ballarla”.

La vittoria la dedica a tutti coloro che hanno lavorato per questo successo e ai suoi affetti. E ha già deciso di rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest che spetta di diritto a chi vince il Festival. Insomma ha vinto il gorilla…

L’AUTORE

Non ama i riflettori, eppure dietro alla canzone che ha vinto il festival di Sanremo c’è lui: il varesino Fabio Ilacqua.

È l’autore di “Occidentali’s Karma”, brano portato sul palcoscenico dell’Ariston da Francesco Gabbani, con tanto di scimmia ballerina d’accompagnamento: «Sono molto contento di come sta andando, per il testo ma anche per il modo in cui è stato presentato sul palcoscenico».

Fabio in questi giorni è a Bordighera e fa avanti e indietro dal Teatro dell’Ariston: «Non amo i “bagni di folla” ma ho seguito le prove e le serate. Mi fa piacere che la canzone si discosti dal resto dei testi, sia per il tema, sia per come è affrontato. Ci stiamo preparando per questa stasera».

Lo scorso anno, l’accoppiata Gabbani-Ilacqua ha vinto il premio della Giuria Giovani con la canzone “Amen” e anche quest’anno in tanti tifano per loro. «E’ un testo nato un anno fa e non pensavamo a Sanremo. Io e Francesco ci siamo trovati a casa sua a ragionare sul tema ed è nato, piano piano, questo brano».

IL SIGNIFICATO DI OCCIDENTALI’S KARMA CANTATA DA GABBANI

Un brano dal ritmo incalzante e ballabile che si scontra con parole curate e incisive: «Parla dell’uomo dei nostri giorni. Mentre componevamo il pezzo è venuta fuori la parola “Occidentali’s Karma” che in realtà non esiste, ma funziona bene per descrivere la situazione dell’uomo occidentale, i suoi modelli e questa sua maniera di cercare rifugio nei rituali orientali in cerca di conforto. E’ un pretesto per osservare come siamo noi uomini moderni».

LEGGI L’INTERVISTA ALL’AUTORE IL GIORNO DOPO LA VITTORIA DI SANREMO

Una canzone che vede un’altra importante collaborazione varesotta. Ad arrangiare il testo infatti è stato Luca Chiaravalli, gallaratese di fama nazionale e internazionale: «Ci conosciamo da vent’anni, ma la collaborazione è stata casuale. E’ stata la casa discografica a scegliere lui per questo lavoro e ci ha messo la sua impronta». Intanto, la sfida continua.

Stasera Francesco Gabbani sarà in gara e accompagnato, come sempre, da un uomo travestito da scimmia che balla con lui. Per quanto riguarda gli altri brani in gara Ilacqua spiega: «Molti mi sembrano pensati per stare nell’ambito di Sanremo e basta. Non è la mia visione della musica e penso che, molte volte, una canzone vada ascoltata più volte per essere assimilata». Il disco di Francesco Gabbani, molto probabilmente, uscirà ad aprile e Ilacqua spiega che anche lì ci saranno diverse canzoni scritte insieme.


CRONACA DEL CORRIERE DELLA SERA

SANREMO La freschezza di Francesco Gabbani. Ha vinto lui (battendo al televoto Fiorella Mannoia e Ermal Meta) un Festival che ha premiato la qualità e tenuto i talent fuori dal podio, ironia della sorte nell’anno di Maria De Filippi. Si è arrivati a quel punto dopo una serata in cui i comici, Crozza e Geppi Cucciari (non Montesano), hanno finalmente fatto ridere e Zucchero ha fatto alzare in piedi l’Ariston.

Crozza ha un cuore e pure una macchina. Dopo quattro copertine organizzate in collegamento da Milano, si è messo in autostrada. Sorpresa. Questa volta sale sul palco e piazza la sua esibizione migliore — da standing ovation — con il suo personaggio più riuscito, il senatore Razzi. Crozza ricorda che Philip Roth ha definito Trump come un ignorante che conosce solo 77 vocaboli. Razzi invece è stato eletto usandone solo quattro: «fatti li ca*** tua». Quindi cialtroneggia nei panni del senatore, una battuta dopo l’altra: «Bella Sanremo, ci prenderei la residenza. Quando ho visto quelli che timbravano in mutande ho pensato: questo è il paradiso». Prende di mira Maria De Filippi e le regala una banconota da 10 euro: «Non si lavora aggratis: è diseducativo per i bambini». E via di bacio (quasi) sulla bocca come Robbie Williams: ormai un format del Festival. Ancora comicità, ancora Maria il bersaglio con una surreale puntata di C’è posta per te condotta da Geppi . Non si ride solo. La comica fa un appello alla verità su Giulio Regeni e condanna le offese sessiste alla sindaca Raggi: «Je suis patata bollente». L’apertura della finale era stata ancora una volta nel segno del sociale con la forza vitale e l’autoironia dei Ladri di Carrozzelle, la band formata da ragazzi con diverse abilità. Ospite della serata, «ospite internazionale» lo benedice Conti, è Zucchero. Cappottone nero e tuba accende due volte la serata. La prima con la delicatezza di «Ci si arrende». Poi con l’energia di «Partigiano reggiano» e il ricordo di Pavarotti nel duetto virtuale di «Miserere». Zucchero è uomo col senso del racconto. Non solo in musica. Ricorda come nacque la collaborazione con il maestro. «In quel periodo ero depresso e leggevo Bukowski perché stava peggio di me». Uomo di aneddoti. «Minacciai di buttare la cassetta con il demo nel fuoco se lui non avesse accettato». Il lato umano di big Luciano: «Parlava sempre in dialetto, anche nelle occasioni internazionali. Aveva radici profonde». Il confronto fra il suono potente e pieno di colori della sua band ricca di professionisti internazionali e l’orchestra di Sanremo è impietoso.

La gara aveva confermato le sensazioni delle giornate precedenti. A fine anno ci ricorderemo forse due o tre brani. È la debolezza di Conti come direttore artistico. Samuel e Gabbani parlano la lingua di oggi. Zarrillo no. Fiorella Mannoia e Paola Turci hanno forza interpretativa. Alessio Bernabei no. Masini ha un pezzo forte. Elodie deve fare esperienza ma c’è materia su cui lavorare. Michele Bravi ha un brano più forte della sua personalità. Il premio della sala stampa era andato a Ermal Meta e quello delle radio e tv a a Mannoia.

È stato il Festival delle larghe intese e dei larghi ascolti grazie alla sintonia cresciuta puntata dopo puntata tra Carlo & Maria. Conti ha trovato l’alleanza perfetta per riuscire nell’impresa di imbroccare la terza annata di ascolti. Festival senza guizzi, con lampi centellinati ma che — è indiscutibile — hanno soddisfatto il gusto di gran parte degli spettatori. Festival che sono piaciuti a mezza Italia, l’altra mezza se ne farà una ragione.

Renato Franco Andrea Laffranchi

L’OPINIONE DI ALDO GRASSO

P er cosa sarà ricordato questo Sanremo? Per la canzone vincitrice? Non credo. Per la partecipazione di Francesco Totti o per le imitazioni di Virginia Raffaele o le «copertine» di Maurizio Crozza? Difficile. Per l’elogio dell’arcobaleno di Mika? Chissà. Perché Sanremo è Sanremo, il più formidabile generatore di luoghi comuni per articoli di giornali, talk televisivi e conversazioni fra amici? È probabile.

Ma, inutile girarci attorno, il Festival sarà ricordato soprattutto per la conduzione di Maria De Filippi. A ben pensarci, un fatto strano, contro ogni logica concorrenziale: un’umiliazione per il tanto sbandierato «orgoglio Rai» e una vittoria del berlusconismo televisivo, una consacrazione di Mediaset come patrimonio della nazione intera.

Perché Carlo Conti ha insistito così tanto? Sapeva che Maria avrebbe dato spessore alla manifestazione, quello spessore, più culturale che professionale (cioè l’universo della gente comune oggi così dominante in tv), che a lui manca. Lui è quello di «Tale e Quale Show». Ma perché, al contrario, Maria ha accettato, ben sapendo che il mestiere di semplice presentatrice è quello che le riesce meno? Forse proprio per questo, come accade a ognuno di noi. Maria voleva colmare un vuoto, voleva dimostrare a se stessa che sa anche condurre. Ma quel vuoto è rimasto.

È successo invece che nei suoi momenti più significativi il Festival si è trasformato in qualcosa di molto simile a «C’è posta per te». Maria è bravissima a trasformare in narrazione i casi umani (siano essi tronisti, aspiranti artisti o separati in casa). Lo storytelling della sfiga è la cosa che le riesce meglio, avendo anche i mezzi per impreziosirlo con ospiti internazionali. E poi quell’idea grandiosa di rinunciare al compenso (tanto non ne ha bisogno) ma di riempire il palco di «suoi» cantanti e di «suoi» ospiti, da Francesco Totti, a Robbie Williams, a Keanu Reeves. Tutto il resto era noia.

Dopo la prima puntata, Carlo Conti se n’è accorto e pur non rinunciando ai suoi sorrisi, alle sue smancerie, ha cercato di scrollarsi da dosso il ruolo di valletto. Ma non è bastato: le trasparenze fetish di Maria (in certi momenti era proprio malvestita), i balletti criptogay, l’universo arcobaleno e gentista della moderna estetica televisiva hanno preso il sopravvento.

Il mestiere di Conti, che tratta Sanremo come un qualsiasi venerdì sera su Rai1, si è spesso scansato di lato per lasciare spazio a tutti i topoi della tv defilippica: il racconto strappalacrime, l’ospite anche senza busta, la gente comune nei suoi eroismi e piccolezze. Se lo spettacolo per Conti è un’architettura vuota, Maria ha portato con sé (esplicitamente o meno) i temi e i volti più presentabili dei suoi programmi di successo. Ed è passata dalle minuzie dei sentimenti quotidiani alle tragedie nazionali di Rigopiano e del terremoto o agli eroi civili senza mutare di tono, con quella voce modulata sempre più sui toni dell’ «io narrante», della voice-over.

E le canzoni? Come dice Manuel Agnelli, Sanremo è un buon megafono.


LA CRONACA DI REPUBBLICA

SILVIA FUMAROLA DALLA NOSTRA INVIATA SANREMO. Di lotta e di governo, l’ultimo capitolo del Festival dell’era Conti che elimina D’Alessio e Al Bano, accoglie i nonni eroi e rottama Renzi, porta in trionfo Francesco Gabbani (anche premio TIMmusic) con Occidentali’s Karma. Fiorella Mannoia, la favorita dei pronostici, arriva seconda con Che sia benedetta (che si aggiudica anche il premio della sala stampa “Lucio Dalla” e il premio “Bardotti” per il testo). Terzo classificato è Ermal Meta con Vietato morire (premio della critica “Mia Martini”). Città blindata per la presenza della ministra della Difesa Roberta Pinotti ospite all’Ariston per parlare delle missioni di pace. La serata finale — aperta dall’esibizione dei Ladri di carrozzelle con Stravedo per la vita — è una maratona genere Non si uccidono così anche i cavalli? per Maria De Filippi, Carlo Conti e gli eroici spettatori, di sicuro la solita decina di milioni. Tutti cantano Sanremo. Il ballerino dello spot conquista il teatro, mentre la protesta contro i tagli dei lavoratori di Tim, sponsor del Festival, arriva in sala stampa. «Non possiamo goderci Sanremo sapendo che lo abbiamo pagato noi, con i nostri diritti e il nostro salario». Gli eroi del quotidiano sono i rappresentanti di Carabinieri e Polizia. Tra i poliziotti c’è anche Alessandro Di Michelangelo, zio di Samuel, che ha perso i genitori nella tragedia di Rigopiano, a cui Conti, commosso, manda un saluto. Il concerto di Zucchero, super ospite, fa ballare l’Ariston: «Devo ringraziare Sanremo, nonostante il penultimo e ultimo posto». Rivela: «Una mattina ero depresso, mi guardavo alla specchio e mi veniva da piangere, leggevo Bukowski perché era peggio di me. E ho scritto Miserere ». Poi l’incontro con Luciano Pavarotti che lo chiamava affettuosamente “Ciccio baciccio”, per convincerlo a cantarla, la nascita di un’amicizia durata quindici anni. Parte Miserere e sullo schermo appare Pavarotti. Un trionfo. Geppi Cucciari risveglia il pubblico, è strepitosa, porta C’è posta per te su Rai1 facendo sedere De Filippi come un’ospite della sua trasmissione. «Maria soffre di una rara sindrome, respira col tubo catodico mangia sempre la stessa caramella al limone. Poi incontra un uomo, Carlo, che nasconde qualcosa, le dice: ti porto al festival, ma quando arrivano non c’è Peppe Vessicchio, la getta tra le braccia di un cantante che la limona ». Poi, nel bellissimo monologo sulle bugie, chiede la verità sull’omicidio di Giulio Regeni: «Siamo abituati alle bugie. Tipo, un anno fa è morto in Egitto un ragazzo italiano, Giulio Regeni, e non abbiamo capito ancora perché». Conclude il suo intervento, applauditissimo, schierandosi contro il titolo sessista di Libero sulla sindaca di Roma Virginia Raggi. «Io mi schiero dalla parte della donna: je suis patata bollente. Giudicare una donna per quello che molti maschi vorrebbero in dono è sbagliato », incalza l’attrice, che nel 2012 diede una scossa al festival col suo appello per Rossella Urru, la volontaria rapita in Algeria. «Scusate per quegli uomini cretini che fanno tante bischerate » dice Conti. L’intervento di Maurizio Crozza parte col finto collegamento, ma è dietro le quinte: eccolo in scena a parlare di muri e di Donald Trump «in possesso di 77 parole di cui tre sono Ku Klux Klan». Si trasforma nel senatore Razzi con un’inflessione di Abatantuono. Ironizza sullo scandalo furbetti di Sanremo («Quando ho visto quelli che timbravano il cartellino in mutande e poi andavano a casa, ho pensato: “Ma quello è il paradiso” »). Canzone preferita? «Finché la vacca va, poi Papaveri e pecore, alla mia ragazza dicevo: “Mettiti a papavero”». Trump? «Il muro va fatto, Carlo, hai mai mangiato la cucina messicana? Perché Speedy Gonzales corre sempre?». Non è facile fargli da spalla, Conti gli anticipa la battuta. Dopo la presentazione di De Filippi, le porge i soldi. «Tieni dieci euro, Maria non puoi lavorare gratis, è diseducativo per i bambini» Crozza ringrazia il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto, che gli chiese di fare un programma a La7. Ora il suo futuro è sul Canale Nove.

CRONACA DI ALBERTO MATTIOLI SULLA STAMPA
Ci sono volute cinque giorni, circa 23 ore di arte varia e fiumi di parole, ma adesso sappiamo: il Sanremone l’ha vinto Francesco Gabbani con Occidentali’s Karma. Seconda Fiorella Mannoia, terzo Ermal Meta. Contenti? Tutto abbastanza prevedibile, ma anche i premi degli addetti ai lavori sono in linea: quello della critica va a Meta, quello della Sala stampa alla Mannoia.
M’annoia un po’ anche la quinta e ultima serata del Festival numero 67, che ribadisce l’estetica del Carloconti: più ce n’è e meglio è. In pratica, la versione televisiva dell’antico adagio delle nonne: qui non si butta via niente. C’è posto per tutto e per tutti. La puntatona terminale è lunghissima, dispersiva e divagante, mal scritta (i sedicenti autori fanno rimpiangere quelli delle «Risate a denti stretti» della «Settimana enigmistica») però ben condotta. Loro due però sono una certezza, l’Abbronzatissimo e la Pallidissima, il ridente e la seriosa, il sanguigno e la sanguinaria, il primo della classe secchione ma simpatico e la prof di matematica severa ma giusta, insomma, Carlo Conti e Maria De Filippi. L’unico imprevisto è la scala che non scende davanti a quell’armadio umano di Sergio Sylvestre, tipo ponte levatoio che s’incastra bloccando tutti nel castello, sai che brividi.
Forse è meglio non andare in ordine cronologico ma per temi. Intanto, c’è l’Italia «buona» che più buona non si può, una specie di «Cuore» senza Franti. Si apre con i «Ladri di carrozzelle», l’orchestra dei diversamente abili, si prosegue con carabinieri e poliziotti, la raccolta fondi per i terremotati, i nostri prodi soldati con il pistolotto del ministro Pinotti, il Papa, insomma la solita Telepatria.
Ci sono purtroppo anche i diversamente intonati, cioè i sedicenti «campioni» sopravvissuti alle successive scremature. A forza di risentirle, le loro lagne sembrano migliori, o almeno meno peggio. Resta però l’impressione di una mestizia generalizzata, tutti sempre lì a lamentarsi: amori infelici, genitori violenti, cartelle di Equitalia, maltempo, calli, sfighe varie. Spicca allora Gabbani, l’uomo che ha avuto il coraggio di presentarsi accompagnato da un gorilla (purtroppo finto) o di far rimare «panta rei» con «singing in the rain», audacia degna di Giacosa & Illica e la loro «rischi/whisky» (in «Butterfly», giusto perché a Sanremo continuano a citare a sproposito Puccini ogni volta che qualcuno azzecca una melodia minimente orecchiabile e ci mette sotto un paio di violini). Il tifo da stadio è però per la Mannoia in velluto rosso cardinale, forse in omaggio a sua eminenza Ravasi che aveva twittato un verso della sua canzone. Per introdurre i cantanti, brevi filmati di soliti noti: a Elodie, la prima, tocca una Loredana Berté tipo Maga Carabosse, sbraitante chissà perché dal fioraio sotto casa.
Capitolo ospiti. Maurizio Crozza viene promosso dal collegamento esterno al palco. Fa Razzi, fa ridere, poi canta una canzone su Trump, «Esta-Blishmento»: e stavolta l’Ariston lo applaude. Grande eccitazione per Zucchero che fa addirittura tre-passaggi-tre, nell’ultimo scomodando anche l’ombra di Pavarotti per «Miserere», e prima o poi bisognerà fare il punto sul pessimo servizio che rendono a Big Luciano arruolandolo nel pop. E ancora, in ordine sparso: un po’ di promozione Rai con le protagoniste di «C’era una volta Studio Uno», la fiction-nostalgia in arrivo, il fantastico ballerino dello spot Tim, Rita Pavone, Enrico Montesano, Geppy Cucciari, una Maria finta che fa «C’è posta per te» davanti alla Maria vera, Alvaro Soler, Carlo Cracco e via divagando.
Al solito, il meglio è alla fine, Rocco Tanica dalla Sala Stampa, e il peggio all’inizio, il «PrimaFestival». E poi tantissima pubblicità, perché la finale del Sanremone è il SuperBowl de’ noantri, gli spot per la Liguria, un bell’applauso e i fiori della Riviera. L’eterno ritorno dell’uguale, insomma, che è poi la ragione per cui si guarda Sanremo nonostante Sanremo: la riposante certezza di ritrovarselo, anno dopo anno, sempre lo stesso, con la forza rassicurante, o forse narcotizzante, del già noto. Da qui all’eternità ci sarà sempre uno Zarrillo, e così sia.
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PIETRO NEGRI SULLA STAMPA

Al Bano, Ron e Gigi D’Alessio, due che hanno vinto il Festival e uno che ha venduto in carriera venti milioni di dischi, eliminati in una sera. Tra i giovani, il trionfo di un ventenne che batte i favoriti della vigilia. Chi è riuscito a stare sveglio fino alla fine della serata di venerdì del Festival 2017, conclusasi nelle prime ore di sabato, ha avuto la netta impressione di aver assistito a un punto di svolta nella piccola ma non insignificante storia della musica pop italiana.
Il Sanremo che ha tenuto fuori dall’Ariston le esperienze più interessanti della non esaltante (eufemismo) scena musicale italiana contemporanea, ha finito, forse contro voglia, per certificare l’inevitabile passaggio di consegne tra generazioni. Prendiamo Lele, proprio lui, come esempio: si chiama Raffaele Esposito, è nato a Pollena Trocchia (Napoli) nel 1996, madre casalinga e papà poliziotto appassionato ascoltatore di Dalla, Vecchioni, De Gregori, Tenco e Fossati. Inizia a suonare il piano a sei anni («Non ho ricordi che non abbiano a che fare con la musica») e ora dice di voler scrivere canzoni che facciano incontrare il suo cantautore preferito («Il Principe Francesco De Gregori») e «tutto ciò che è soul, R&B, rap. James Brown, Michael Jackson, Prince, fino a Kendrick Lamar, J. Cole, Kaytranada, la new age della musica nera e la storia».
Questi nomi vi sembrano esotici, o forse addirittura esoterici? Non è grave, oggi tutto è nicchia, ciascuno si scava la sua. Ciò che conta è uscire dalla pigrizia dell’analisi più superficiale: Lele ha vinto perché ha partecipato ad Amici? Questi musicisti ventenni sono maledettamente maturi: «Il talent è stato un mezzo per arrivare dove volevo», dice. Sentitelo raccontare la sua canzone Ora mai: «Intanto, è un brano shuffle (genere contemporaneo di soul elettronico, ndr), che viene dalla musica black. Che innovazione c’è? I suoni soundchain (uno speciale tipo di compressione del suono registrato, ndr). Qualcuno la descrive come una classica canzone sanremese, a me viene da sorridere. C’è l’orchestra, ma l’approccio è completamente nuovo. È ciò che voglio fare, innovare senza strappi: poteva fare di più, ma non avrei raggiunto l’obiettivo».
Attenzione alla generazione dei ventenni: preparatissimi, molto determinati, spaventosamente maturi, cresciuti in un mondo social e quindi predisposti alla comunicazione. Come Michele Bravi, l’unico vincitore di X Factor che ha avuto il coraggio di chiudere il contratto discografico ottenuto grazie al talent show per reinventarsi mettendosi a nudo su YouTube. O a Lodovica Comello, lanciata dalla Disney e giunta a Sanremo avendo al seguito sei milioni di fan sui social network.
Alla loro età, Al Bano si era appena trasferito a Milano dalle Puglie (come dice lui). Faceva l’operaio alla Innocenti e poi il cameriere in un ristorante del centro, in attesa di vincere il suo personale talent show, un provino che lo portò al Clan Celentano. Dove lo gettarono in pasto alla tv con un unico consiglio: non esagerare con la gestualità, ricordati che ti riprendono in primo piano. Un percorso non dissimile nella sostanza, lontanissimo nelle dinamiche quanto l’Italia dei primi Anni Sessanta lo è dalla nostra.
Le canzoni, come al solito, raccontano i tempi che cambiano con una naturalezza quasi irritante. Impossibile fermarle, o pretendere che rimangano sempre uguali. Tanto più quando - come è avvenuto anche in Italia negli ultimi mesi, nel silenzio dei comunicatori mainstream - è il modo stesso in cui la musica si diffonde che è cambiato: «Solo il Festival - dice Lele - è uguale a se stesso da 67 anni. Oggi i miei coetanei ascoltano la musica solo in Rete, sulle piattaforme di streaming. Lì non esistono i generi, lì in cinque secondi puoi passare con un clic al prossimo pezzo. Oggi la gente va a prendersi la musica dove vuole, come vuole».
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LA FURIA DI GIGI D’ALESSIO
Gigi D’Alessio, si aspettava di essere eliminato?
«No e mi brucia da morire. Anche perché non capisco: venerdì nella graduatoria di Tim Music ero secondo dietro la Mannoia, secondo i dati di quello che gli esperti chiamano “sentiment positivo” il mio era all’85,6% con percentuali di voto popolare altissime».
Quindi chi l’ha fatta fuori? La giuria di qualità?
«Quando hanno annunciato i nomi degli esperti e ho scoperto che ci sarebbero stati personaggi come Linus, una blogger che si occupa di trucchi e vestiti, un regista bravo che non so quanto sappia di musica e Giorgio Moroder che di musica italiana non sa nulla, ho sentito puzza di bruciato. Ho chiamato Anna (Tatangelo, ndr) e le ho detto: tesoro, fai i bagagli che torniamo a Roma».
Addirittura.
«La giuria era squilibrata. È stato come se avessero messo i tifosi del Napoli a dare un giudizio sul gioco della Juve. Una contraddizione evidente».
Quindi un errore di criterio.
«Con gente come me, Al Bano o Ron in gara dovevano chiamare professionisti, direttori d’orchestra, radiofonici di aziende che trasmettono tutta la musica italiana e non solo i fighetti del momento».
Anche l’eliminazione di Al Bano ha fatto parecchio rumore.
«Ci hanno usati. Senza Al Bano, Ron o me, la Russia e l’Est Europa probabilmente non avrebbero comprato il Festival dalla Rai. Ci hanno mandati al macello. Carlo Conti vuole svecchiare? Non si fa così, avrebbero dovuto proteggerci».
Non è la prima volta che al Festival escono artisti importanti.
«Con tutto il rispetto per giovani che magari fra 15 anni saranno famosi come Michael Jackson, quando c’è stato Toto Cutugno il Festival si è comportato bene con lui. Io invece mi sono sentito come un padre abbandonato dai figli alla casa di riposo. È come se mi avessero urlato in faccia: non puoi fare il Festival, sei vecchio. Ho 50 anni, per la miseria, non ho intenzione di andare in pensione. Sono arrabbiato perché è stato fatto fuori il cantante, non la canzone. Hanno bocciato gli over 50, Giusy Ferreri a parte, anche se poi Al Bano potrebbe essere mio padre».
Magari l’anno prossimo ci sarà una categoria a parte per i seniores, gli artisti dai 50 anni in su.
«È un’idea. In generale si potrebbe pensare a un talent per seniores. Sai che audience?».
Cosa l’aspetta una volta a casa?
«Da domani parte il vero Festival. Il 24 esce il nuovo album e dall’8 marzo farò 12 puntate di Made in Sud su Rai 2, con più musica e tanti sorrisi».
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ALESSANDRA COMAZZI SULLA STAMPA
Il Festival è finito così. I conduttori, Carlo e Maria. L’inedita coppia ha dimostrato di essere non soltanto un’operazione commerciale, ma anche un affiatato duo pronto a passare dal libro Cuore all’allegria: forse di naufraghi, forse in memoria di Mike Bongiorno.
Conti: sa organizzare, sa chetare e sopire, sa farsi affiancare da una star grande almeno quanto lui senza avere il timore del confronto. De Filippi: sa avvincere come l’edera il suo popolo, sa presentare i casi umani, sa affiancare una star grande almeno quanto lei senza farsi soverchiare (Voto: 8) .
Le canzoni. A un primo ascolto, anche quest’anno sembravano tutte uguali. Poi, a mano a mano, sono andate differenziandosi. Gli eliminati possono rappresentare, anche, un tema generazionale: i meno giovani che non se ne vogliono andare e allora ci pensa il televoto di Maria a risolvere il problema. Chissà. C’è comunque preparazione nell’aria, demonizzare i talent è sgraziato, improprio (Voto: 7).
Gli ospiti. Discontinui come la vita. Bisogna fare una media tra Crozza, ieri sul palcoscenico, la Raffaele, e tutti coloro che sono passati a fare promozioni. Con aggiunta dei cantanti, da Ferro a Giorgia a Zucchero (Voto: 7).
La lunghezza. Eccessiva. Da far impallidire Pippo Baudo. Certo, per far ascoltare tante canzoni e far votare, è inevitabile farcire la torta. Però, la prova per la resistenza degli spettatori è stata tremenda (Voto: 4).
Il pubblico: sempre malmostoso, scontento. Ma siccome il mondo è fatto di contraddizioni, anche attento, intelligente, simpatico, ricco di commenti scritti e orali, con tutti i mezzi a disposizione, in cielo in terra e in ogni luogo (Voto: 9).
Il Prima Festival. Evitabile, e non per colpa di Federico Russo (Voto: 5).
Il Dopo Festival: solidarietà a Savino e alla Gialappa’s, se non altro per l’ora di messa in onda. Battute sempre vivaci, scenografia colorata (Voto: 7).
Lo spot della Tim. L’unico spot che, quando arriva, lo spettatore non lo manda a stendere, anzi sorride e balla. Complice il bravissimo Sven Otten alias Just Some Motion (Voto: 9).
Il dietro le quinte. Regia, scenografia, trucco e parrucco: hanno retto le cinque serate e l’intera infinita settimana con onore ( Voto: 8).

COME FUNZIONANO LE GIURIE
Il voto, a partire da giovedì sera, terrà conto per il 40 per cento del televoto, per il 30 per cento del giudizio di una “giuria di esperti” del Festival e per il 30 per cento della giuria demoscopica, formata da 300 normali fruitori di musica scelti in modo da essere rappresentativi della popolazione italiana.