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 2017  febbraio 12 Domenica calendario

001QQC11 MNF QQFESTIVALDISANREMO QQ2016APPUNTI SUL FESTIVAL DI SANREMO DELLA SETTIMANA 7-11 FEBBRAIO 2016 RENATO FRANCO PRIMO GIORNO MARTEDI 7 FEBBRAIO   SANREMO Un’imbucata di lusso

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APPUNTI SUL FESTIVAL DI SANREMO DELLA SETTIMANA 7-11 FEBBRAIO 2016

RENATO FRANCO PRIMO GIORNO MARTEDI 7 FEBBRAIO

 

SANREMO Un’imbucata di lusso. Quasi passasse di qua per caso e non l’avessero scelta perché lei trasforma (quasi) qualunque televisore in dote di share. Carlo Conti ingaggiando a costo zero Maria De Filippi ha trovato la quadratura del cerchio, la donna vitruviana dell’Auditel, quella che farà di Sanremo un successo. A sua insaputa — come va di moda dire oggi — a sentir lei.

Le piace il basso profilo: «È il Festival di Carlo, il lavoro è tutto suo. Ma non penso che esista un pubblico di Carlo e uno di Maria: esiste un pubblico che segue determinati programmi, e non aumenta se metti i due conduttori insieme. E comunque non mi sentirò responsabile degli ascolti, nel bene e nel male, perché Sanremo non ha bisogno di Maria De Filippi, il pubblico che guarda Sanremo è più grande di quello che guarda i miei programmi». Vero, il Festival forse non arriverà all’80% di share, ma la sua presenza pesa di sicuro.

Per ora quello che la turba è l’«effetto Belén», emozioni che racconta ma riesce a tenere a distanza, quasi parlasse d’altro, quasi fosse una delle sue storie di C’è posta per te : «Quando sono arrivata a Sanremo ho avuto l’onore di pensare per qualche giorno che fossi un po’ come Belén, nonostante il fisico molto diverso. C’era una siepe di fotografi pronti a scattare se entravo o uscivo dalla macchina, mi sono posta il problema di portare sempre le stesse scarpe o gli stessi jeans».

Ammette ancora, serena, come non facesse tv da una vita: «Sono sbalestrata, frastornata, non sono abituata a fare cinque prime time di fila. Sto imparando tante cose e ho il terrore di sbagliare». Anticipa la domanda: «No, non è una prova per condurre Sanremo da sola, non ci ho mai pensato, non è una prova di niente».

Intanto prendono corpo ospiti e serate. La comicità è nelle mani di Crozza (una «copertina» ogni giorno). Oggi comparirà intorno alle 22.30, un intervento di 10/15 minuti che si preannuncia molto politico. «Ne avrà un po’ per tutti». Le larghe intese della satira, per colpire tutto l’arco costituzionale. Il repertorio dei personaggi potrebbe passare da Renzi a Gentiloni, da Grillo a Berlusconi. Su questo però poche certezze, mentre il comico lavora nella sua area protetta e dovrebbe andare in onda dagli studi milanesi già utilizzati per diMartedì .

Crozza presenza fissa, ma la comicità non è appaltata solo a lui. Sul palco saliranno (da domani in avanti) anche Luca e Paolo, Geppi Cucciari, Virginia Raffaele (prevista venerdì, sta provando diversi personaggi), il trio romano Cirilli, Brignano, Insinna: «Si sono messi assieme, forse perché erano invidiosi del trio toscano Pieraccioni, Conti, Panariello. Per fortuna ci sono ancora dei fiorentini di successo», scherza Conti e pare proprio alludere a Renzi.

Stasera si esibiscono i primi 11 big, mentre gli ospiti musicali sono Tiziano Ferro e Ricky Martin. A far da contorno anche Paola Cortellesi e Antonio Albanese (in promozione con il loro film) e la coppia glamour Raoul Bova e Rocío Muñoz Morales. Quest’anno più canzoni e meno ospiti, così anche il bilancio (attivo da 7,5 milioni di euro) ne beneficia. Sono 1.341 i giornalisti accreditati e per la prima volta c’è anche un settimanale cinese. La globalizzazione non fa sconti a nessuno, questa volta gli effetti negativi se li beccano loro.

Renato Franco

 

 

Intervista a Ricky Martin<

SANREMO Pizza e pasta. E Gianni Morandi. I bei ricordi da turista. E quelli meno belli. Per Robbie Williams questo è il Festival di Sanremo. Ci tornerà come ospite domani per lanciare il tour che lo porterà il 14 luglio allo stadio di Verona e il 17 a Collisioni, il festival agrirock di Barolo.

Fra Take That e carriera solista è la sua quinta volta a Sanremo. Cosa ricorda?

«Ho capito che è una cosa molto italiana, in Inghilterra non abbiamo una manifestazione musicale che dura una settimana, e porterò una torta per festeggiare. La prima volta sono venuto con i Take That nel 1994. Mi ricordo pizza e pasta buonissime e i gruppi di ragazze che urlavano quando passavamo dai cancelli. E di un’altra volta un tipo che mi ha rotto un po’ le scatole».

Capitò durante le prove del 2011. Lei se andò dopo che il presentatore Gianni Morandi le fece notare un ritardo. Forse voleva essere ironico e ci furono incomprensioni per la lingua?

previsioni

Fiorella Mannoia la favorita, Lodovica Comello la più popolare. È il riassunto del Festival letto con gli occhi degli scommettitori da una parte e dei social media dall’altra. Sisal Matchpoint indica come più probabile vincitrice sanremese Fiorella Mannoia, che viene data a 4, mentre sul secondo gradino del podio dei bookie si piazza Al Bano quotato a 6. È anche una sfida generazionale tra «vecchia guardia» e «ragazzi dei talent»: subito dopo il duo di testa si piazzano infatti Sergio Sylvestre (a 7) e Elodie (a 9), rispettivamente vincitore e seconda classificata dell’ultimo Amici . Pochissime chance invece per Samuel e Alessio Bernabei, sfavoritissimi laggiù in classifica e quotati a 40. Reputation Manager invece ha contato la popolarità social dei 22 in gara, sommando il numero fan e follower su Facebook, Twitter e Instagram. E qui non c’è partita: Lodovica Comello ha oltre 6 milioni di seguaci (per dire, superata la popolazione della Danimarca). A quattro milioni di distanza il rapper Clementino (poco meno di 2 milioni tra fan e follower), mentre Gigi D’Alessio è terzo con 1 milione 726 mila seguaci. Quanto invece alle tendenze di ricerca su Google la prima domanda — la più ovvia — è chi sono i cantanti in gara. E i più attesi fra i 22 big stando alle tendenze di ricerca sono Fiorella Mannoia, seguita da Fabrizio Moro e Lodovica Comello.

R. Fra.

 

MERCOLEDì 8 FEBBRAIO

ANDREA LAFFRANCHI INTERVISTA LODOVICA COMELLO

 

CRONACA

SANREMO Il Festival delle larghe intese. Non solo perché c’è il volto (meno abbronzato del solito) di Carlo Conti che è sinonimo di Rai e Maria De Filippi che rappresenta Mediaset più del biscione. Quando arriva Crozza il patto è completo. Conti ringrazia Discovery, mentre Crozza ringrazia di non essere lì: «Non avete idea di quanto sia felice di essere qui... a Milano, a 270 chilometri da voi». La politica c’è e Crozza è multi-partisan nei bersagli, ma non nella forza dei colpi. Duro con Salvini e Raggi, meno con Renzi e Gentiloni, «l’Amadeus della politica italiana».

Attacca il leader della Lega: «Ha ragione Salvini, il tuo compenso è vergognoso, io darei ai terremotati anche lo stipendio di Salvini. Ma poi che lavoro fa? È pagato dall’Europa per uscire dall’Europa, come se tu fossi pagato dalla Rai e dicessi di guardare Sky». Anche con la sindaca Raggi non è tenero: «Mi piace da morire. Con quel suo sorriso un po’ ingenuo, un po’ smarrita, a tratti assente, con quel suo sguardo vacuo. Che descritta così sembra scema, invece no, è sindaco».

C’è anche Crozza-Renzi: «Posso darti un consiglio? Non personalizzare mai, non dire che ti ritiri se va male, hai visto come sono finito io: in mezzo ai pandori, sono passato da Obama a Bauli». La battuta migliore è contro se stesso: «Tu hai dato parte del tuo compenso in beneficienza, Maria non ha nemmeno avuto un voucher di Poletti. Io ve lo dico subito, sono di Genova, col ca... che lavoro gratis».

Forse il Festival conviene non vincerlo. All’inizio della puntata dieci minuti di canzoni uscite dall’Ariston senza la vittoria e diventate successi. Sarà dura che una di queste 22 replichi.

Meno di una frase e Tiziano Ferro dimostra perché al Festival non ci è mai venuto in gara. È un alieno. Un fascio di luce, la sua voce profonda e parte «Mi sono innamorato di te», omaggio a Luigi Tenco, scomparso con giallo proprio qui 50 anni fa. Non ce n’è. Attraversa la platea in silenzio, e quasi gli scappa la lacrima. Tornerà più avanti, anche con Carmen Consoli.

Gara spezzatino. Dopo un’ora e mezza si sono esibiti in cinque. Battezzare il palco non è mai facile e Giusy Ferreri non trova la voce. Fabrizio Moro fatica a trovare una chiave ma il brano non è fragile. Quello di Elodie è retro, senza il gancio per essere un classico. Peccato. Lei ha gli occhi della tigre di rockybalboiana memoria. Lodovica Comello è elegante ma il pezzo è zucchero. Se la cavano senza perdite Ron e Clementino. Fiorella Mannoia è alla caccia della ciliegina sulla torta della carriera: è l’unica che tiene l’asticella dove l’ha messa Tiziano. Non basta la cassa in quattro da dance (vero Bernabei?) per essere contemporaneo. La lezione di 2017 arriva da Samuel e Ermal Meta. Niente standing ovation, sembra la fine di un’era musicale, per un Al Bano a fiato corto. Si alzano tutti e ballano con Ricky Martin, ma anche lui risparmia le corde vocali, lasciando le frasi a metà.

E poi c’è lei. Maria De Filippi. Il clima che la avvolge oscilla tra l’adorazione e la devozione. In alcuni casi assurge a culto. Per gli scettici scema a vibrante ammirazione. Il vezzeggiativo più neutro è Queen Mary. Alle 21 e 21 fa la sua apparizione, arriva dalla pedana. In bianco e nero e tacco. Niente scale, nonostante la richiesta di Carlo Conti. «Il Festival rimarrà il Festival anche senza le mie scale». La prima riflessione è impegnata. Parla del tempo che non è stato granché negli ultimi giorni. Ma non è questione meteorologica: «Meglio così. Perché se no ti abbronzavi ancor di più e rischiavi che il signor Trump ti togliesse il permesso...».

La seconda scena rimanda a Uomini e donne . Maria — si sa — le scale le usa per sedersi, non per salirle. Siamo su Rai1, ma assomiglia a Canale 5.

GRASSO SU SANREMO

C’ è del marchio a Sanremo. Ogni anno cerchiamo per il festival una definizione, qualcosa che s’imprima nella memoria, visto che le canzoni si dimenticano facilmente. Sanremo è uno dei pochi riti sociali che ci sono rimasti ed è facile metterla sul politico. La conduzione affidata a Carlo Conti e a Maria De Filippi evoca proprio quello che i partiti non sanno fare, un governo di unità nazionale. C’è tuttavia un inciampo tecnico che mette in crisi la lettura politica. Carlo e Maria, come li chiama Crozza, non sono due «artisti» classici (alla Fiorello, per intenderci) sono due bravi «faticoni» che sono riusciti a imporsi in virtù della determinazione. Appena entrati in scena, si è subito capita una cosa importante: Maria, nonostante non sia vocata alla presentazione (per non parlare dei testi di rara modestia), ha più peso specifico di Conti. Che pure ha parlantina e tante ore di volo. Bella contraddizione per la Rai. Maria poi lo sovrasta del tutto e lo riduce a valletto quando va sugli stilemi di «C’è posta per te». Conviene tentare una lettura più tecnica: l’Ariston come strategia di marketing. Il 67° Festival della Canzone Italiana sarà ricordato come quello del co-branding (che poi sarebbe l’utilizzo congiunto di due o più marchi aziendali per promuovere un’attività). C’è il marchio Rai, c’è il marchio Mediaset (ma ormai Maria stessa è un brand), c’è il marchio dell’agente Beppe Caschetto (Crozza, prima La7 e poi Discovery), c’è il marchio Sky attraverso Lodovica Comello e Diletta Leotta. C’è persino il fiero marchio delle forze di soccorso e del volontariato nel ricordo della tragedia di Rigopiano. Marchiare per non marcire. Insomma, il famoso orgoglio Rai è andato a farsi benedire. Trai i vari brand presenti c’è anche quello di Tim, persino associato su Twitter all’hashtag Sanremo2017 (ogni tweet è uno spot). Questo succede perché Sanremo è un rito mainstream, non un mito. Il rito è ripetizione, un’organizzazione più sociale che simbolica che assicura la continuità e l’identità di un’audience. Il rito si può alimentare e perfezionare con l’accordo fra marchi. Il mito invece è un racconto esemplare, la narrazione che precede ogni azione. Forse Sanremo è stato mito ai tempi di Nunzio Filogamo, quando a organizzarlo era la Rai di Torino ed è fatalmente finito con la morte di Luigi Tenco, cui Tiziano Ferro ha dedicato un bellissimo cold open, degno di uno show americano. Il linguaggio del talent, dopo anni di annusamento reciproco, ha ormai del tutto fagocitato Sanremo: non solo per i molti campioni in gara che da lì arrivano (con un certo ecumenismo tra «Amici», «X Factor» e persino «The Voice»), ma per i filmati dell’anteprima con le interviste o per le inquadrature che durante la presentazione riprendono le emozioni dei cantanti che stanno per entrare in scena. Quanto alle canzoni, il festival rimane per l’industria della musica una vetrina importante per esiti più immateriali che materiali: rilanciare un volto, farlo conoscere a una platea generalista, cambiargli il posizionamento. Eppure, a ben pensarci, Sanremo resta la più perfetta rappresentazione dell’italianità: uno spettacolo infantile ha sempre un avvenire.

SANREMO Sei milioni di follower. E canta «Il cielo non mi basta». Dove vuole arrivare Lodovica Comello?

«Mi manca di diventare papessa... non ho mai fatto il presidente della Repubblica... non sono mai stata Regina d’Inghilterra... Scherzo, con la politica non sono pappa e ciccia».

E allora di cosa parla la canzone?

«L’ho scelta perché dal primo ascolto mi muove dentro qualcosa. Il testo racconta di un amore che non s’ha da fare, un po’ proibito, ma anche del vivere quel sentimento in libertà, con passione e trasporto. A Sanremo si portano le canzoni d’amore».

Dove la porteranno così tanti fan?

«Mi rompe, messo tra virgolette, che si dica “tanto quella i voti li ha”. Per via di “Violetta” ho più fan in Argentina e non so se mi seguiranno. Se andrà bene però si dirà che è per loro e non perché sono capace».

Tanto amore. Anche tanto odio?

«I primi insulti sono arrivati quando sono uscita dal mondo protetto Disney e ho fatto “Italia’s Got Talent”. All’inizio mi davano fastidio ma ho imparato a sorvolare. Col tempo sono diminuiti».

La sua carta d’identità musicale?

«Mio padre metteva sempre Pink Floyd e Springsteen che ho visto dal vivo 10-11 volte. Ho imparato gli Smashing Pumpkins ascoltandoli dal muro che divideva la mia camera da quella di mia sorella».

E questo come convive con il pop di «Violetta» e del brano di Sanremo?

«In pace, non litigano. Nel canto mi appaga di più l’aspetto melodico».

Nella canzone c’è anche trasgressione. Anche lei è così?

«Non è autobiografica. Sono sposata con Tomas, un ragazzo argentino, e ho uno stile di vita equilibrato».

Insomma non darà scandalo come tutte le ex Disney, da Miley a Britney?

«Non punto a far parlare di me per uno scandalo».

Lo scandalo serve per affrancarsi dall’immagine acqua e sapone?

«Forse, negli Usa hanno regole più soffocanti. Però ne ricordo alcune curiose anche nostre. Non potevamo dire “adios” perché contiene “dios” e i riferimenti religiosi sono banditi».

Rappresenta una generazione?

«Sono orgogliosa della mia generazione. Ci sarà anche quello che sta ancora a casa ad aspettare la cenna fatta da mamma, ma mi sembra di vedere molta gente sanamente competitiva».

A. Laf.

 

INTERVISTA A GRETA MENCHI

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

SANREMO La classica ragazza del portale accanto, tutta YouTube e social. Greta Menchi è una 21enne 3.0, una di quelle creature che la generazione analogica fatica a concepire possa avere 4 milioni di follower sui social media. La popolarità l’ha raggiunta con un video-diario in cui racconta la sua vita quotidiana. Ora è nella giuria degli esperti di Sanremo e la sua presenza ha armato schiere di contestatori digitali, in prima fila quei webeti che al ragionamento hanno preferito l’insulto che oscillava dal pesante al sessista.

Cosa risponde alle critiche civili?

«Che non mi sono proposta io, ma sono stata invitata. E ne sono felice e onorata».

Dicono che sa poco di musica.

«Ma sbagliano. Sono cresciuta con le canzoni di Battisti, ero alle medie quando mia mamma mi ha portato a vedere il concerto di Bruce Springsteen, ho sognato di andare a Londra ascoltando “London Calling” dei Clash, mio papà mi faceva ascoltare i Queen che amo ancora di più da quando non c’è più. La mia canzone preferita è “Bohemian Rhapsody”».

Ha subito tanti attacchi volgari.

«Un conto è dire che sono inadeguata o inesperta, ma qui si tratta di bullismo online: esiste un limite oltre il quale non si dovrebbe mai andare. In un Paese civile questo squallido sessismo non è più accettabile».

Ma i ragazzi come lei lo guardano Sanremo?

«I giovani guardano poco la tv, io stessa la accendo di rado. Prima seguivo i tg, ora mi informo su Twitter. Oggi noi giovani siamo più aggiornati di una volta. Abbiamo sempre il telefonino in mano, siamo sempre connessi».

Però l’informazione online ha pochi filtri ed è a rischio inattendibilità.

«Il web ha dato la parola a tutti, che è il suo lato positivo e negativo al tempo stesso. Bisogna sapersi muovere».

Lei quali social usa di più?

«Instagram e Twitter per chi mi segue. Facebook per gli amici».

Il primo video su YouTube?

«Ho cominciato al liceo quando con la scuola abbiamo fatto uno scambio culturale con la Germania. Pian piano il mio diario online è diventato il modo per uscire dalla routine quotidiana e in tanti hanno cominciato a seguirmi perché racconto cose in cui si riconoscono. YouTube è una delle invenzioni più grandi di internet».

R. Fra.

 

GIOVEDFI 9 FEBBRAIO

IL CASO LEOTTA

 

DAL NOSTRO INVIATO

SANREMO Un tweet d’impeto. Che a ripensarci non avrebbe scritto. O comunque avrebbe scritto in modo diverso. Caterina Balivo chiede scusa a Diletta Leotta e lo fa in diretta su Rai2: «Prima di andare a dormire ho postato un tweet infelice, che ha scatenato tantissime polemiche. Ho espresso un giudizio su un atteggiamento e me ne dispiace: non sono nessuno per giudicare l’atteggiamento di un’altra donna. Qui a Detto Fatto parliamo molto di donne, le protagoniste siete voi da casa e in questi anni abbiamo sempre cercato di valorizzarvi. Mi dispiace vedere dei tweet aggressivi, però l’errore è stato mio. Se ho offeso qualcuno, mea culpa. Sono molto dispiaciuta, ma per un motivo: perché se c’è una persona che qui in trasmissione cerca di “pompare” le donne, sono io, che sono cresciuta con quattro femmine a casa».

Tutto nasce al tramonto della puntata di apertura del Festival di Sanremo, quando sale sul palco Diletta Leotta, la giornalista di Sky che non gode di buona stampa tra le colleghe Rai (anche Paola Ferrari aveva avuto da eccepire sulla sua presenza all’evento di punta di viale Mazzini). Abito di Alberta Ferretti, top che lascia scoperto l’addome, gonna pomposa con un profondo spacco centrale, ricami dorati su fondo di seta rossa. Sul palco dell’Ariston — in questa settimana centro mediatico nazionale — Leotta racconta del cyber attacco di cui è stata vittima, delle sue foto e video hackerati dal cellulare, della sgradevolissima sensazione per un’intrusione viscida nella sua vita privata. «Dopo una prima fase di sgomento — spiega a Carlo Conti davanti a milioni di spettatori — ho deciso di reagire. Non solo psicologicamente tornando subito alla quotidianità, ma anche attivamente denunciando alla polizia postale la gravissima violazione della privacy che ho subito. C’è poca conoscenza in materia, si tratta di un reato vero e proprio. Purtroppo queste cose succedono anche a ragazzi molto giovani che hanno bisogno di essere tutelati e protetti. Il mio messaggio va a loro. Siate coraggiosi e forti».

Caterina Balivo lì per lì condivide la parole, ma non il vestito che ritiene poco appropriato al messaggio. Apre Twitter e scrive il suo disappunto: «Non puoi parlare della violazione della privacy con quel vestito e con la mano che cerca di allargare lo spacco della gonna». Un commento che scatena una cascata di reazioni, molte decisamente contrarie alla sua presa di posizione.

Da Sanremo anche Maria De Filippi interviene sulla questione. Prende una posizione netta: «Siamo nel 2017, io mi vesto come voglio e parlo di cosa voglio. Magari tra di loro c’erano dei pregressi perché Caterina è una donna intelligente, escludo pensi che per parlare di un certo argomento ci voglia un determinato abito. Concentrarsi sull’abito e non sul suo messaggio è come dire che è giusto che ti violentino perché hai la minigonna». Che poi scivolare è un attimo: «Con i social devi fare attenzione: quello che scrivi rimane nero su bianco».

Renato Franco

 

GIOVEDI 9 FEBBRAIO

CRONACA

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

SANREMO

Carlo e Maria, Maria e Carlo. Copyright di Maurizio Crozza. È la chiave di questo Festival delle larghe intese. I due mondi che si incontrano, solo sfiorandosi, ma che non si scontrano mai.

Carlo e Maria. Maria e Carlo. E se stasera in mezzo ai due ci sarà il ritorno delle bellezze al femminile (nonostante le smentite dei giorni scorsi, ci saranno Anouchka Delon, la figlia di Alain, e Annabelle Belmondo, la nipote di Bebel), ieri sera ci sono stati Francesco Totti, Robbie Williams e Keanu Reeves.

Dov’è il bottone? Totti sembra spento quando dovrebbe essere a suo agio parlando di calcio. Non approfitta nemmeno di Conti, nonostante il 4-0 che la sua Roma ha rifilato alla Fiorentina del conduttore. Arriva il momento ingessato della presentazione del cantante e il campione giallorosso piazza un paio di occhiate e battute illuminate. È il sacro mistero del Pupone. Non capisci mai se ci è o ci fa. Come nella doppia intervista che lo vede fra, ovviamente, Carlo e Maria. Ha la battuta pronta, sa dove fermarsi per non essere volgare, è serio se si parla di vendere la moglie in caso di bancarotta, ironico sull’ipotesi che il figlio sia laziale. Leggerezza e tempi comici. Che gli vuoi dire quando con una battuta dissacra 67 anni di Festival... La sua canzone sanremese preferita? «Povia, il piccione!».

Altro che le battute di Crozza. Per entrare nel clima della serata ha bisogno di uno scambio di parolacce da terza elementare con Conti. La copertina del comico parte male. Poi cambia registro. Strappa qualche sorriso imitando Mattarella e suggerendo un governo Conti-De Filippi con Al Bano al posto di Alfano. Il bersaglio si sposta sull’Italia. Paese sempre più vecchio («Totti vuole lo stadio nuovo per farsi la panchina con alzata assistita») che non valorizza le donne: «Lo Stato è maschio. Si disinteressa delle donne. Loro studiano di più. Si occupano dei figli. Lavorano come noi e vengono pagate di meno». Chiusura: «Spegnete le luci e fate l’amore». Forse si abbasserà un po’ l’Auditel, ma tanto in tv oltre Carlo e Maria, Maria e Carlo, non c’è altro.

Serata nel segno degli ospiti. Robbie Williams si è preso il palco dell’Ariston con «Love My Life» e un bacio stampato a sorpresa sulla bocca di Maria De Filippi. Un entertainer completo. E allora quando tocca a Keanu Reeves, l’attore fa il rocker. Prende il basso e suona con l’orchestra del Festival. Lo intervista Maria. C’è il bacio anche qui, ma solo sulla guancia. E quando deve citare una canzone italiana, non si ferma ai classici «Volare» o «’O sole mio» ma cita «Va bene, va bene così» di Vasco.

Seconda manche per i Big. Francesco Gabbani è il più divertente: coreografia con un ballerino travestito da gorilla. Sarà il balletto vincente in stile «Salirò» di Silvestri? Il suo pezzo, «Occidentali’s Karma» funziona. Marco Masini e Paola Turci si presentano in versione elettronica. I loro fan saranno spiazzati, ma i testi — quello di lui fatto di scatti autobiografici, quello di lei sull’imparare a volersi bene col passare del tempo — sono fra i più curati. Raige e Giulia Luzi (che sorriso!) sono freschi e innovativi fra rap e chitarre desert. Inspiegabilmente a rischio eliminazione per la somma di televoto e preferenze della sala stampa. Chiara è elegante e «Nessun posto è casa mia» non è solo fumo. Questi i migliori. A seguire. La ballad (mengoniana?) di Michele Bravi cresce con gli ascolti, deve crescere anche lui. Sergio Sylvestre trasmette tante emozioni anche se la canzone, firmata da Giorgia (fra gli ospiti di ieri, lezione di intonazione) zoppica. Gigi D’Alessio canta la mamma che non c’è più ma che c’entra la fecondazione artificiale? Inspiegabilmente si salva dal rischio eliminazione Zarrillo. Gli altri due in «zona rossa», e qui si capisce, sono Bianca Atzei e Nesli imbrigliato in un duetto che lo danneggia con Alice Paba.

Andrea Laffranchi

 

 

SHARE E STORIA DI CONTI

SANREMO Il successo del conduttore che la Rai non voleva. C’è anche questo dietro il Sanremo di Carlo Conti. Bravo però. Era il conduttore con la congiunzione. Il «ma» che limita. Come non fosse pronto, gli mancasse sempre qualcosa per fare il grande salto. Lui portava a casa i risultati, il suo nome circolava a ogni nuova tornata di conduzione ma faceva la fine di quei giocatori che si scaldano a bordo campo, ma poi gioca sempre qualcun altro. Perché all’interno della stessa Rai in pochi tre anni fa scommettevano su di lui.

Chiuso il doppio Fazio (successo nel 2013, molto meno l’anno dopo), si apre la caccia al volto del Festival. I vertici aziendali — l’allora direttore generale Gubitosi in testa — erano poco convinti sul nome di Conti, ritenuto un candidato non abbastanza forte. Discussioni, confronti, dubbi. Finché l’allora direttore di Rai1 Giancarlo Leone decise di forzare la mano: alla presentazione di un programma condotto da Conti ( Si può fare ) lo annunciò come prossimo timoniere del Festival. Decisione irrituale, anche perché a quel punto tutti si scordarono di Si può fare (mediaticamente un autogol) e chiesero solo del Festival. Un’uscita che costò a Leone anche una lettera di richiamo ufficiale perché non aveva condiviso con i vertici di viale Mazzini l’intenzione di rompere gli indugi.

Passa un anno. Cambia la dirigenza, ma restano comunque le perplessità. Scottati dal secondo Festival di Fazio, dalle parti di viale Mazzini erano preoccupati dal Conti bis. Tanto che i vertici della comunicazione, ancor prima che il Festival cominciasse, avevano già studiato una exit strategy per difendersi dalle critiche di un eventuale flop. Perché anche l’arte di arrampicarsi sui vetri va pianificata.

Tutto dimenticato grazie ai numeri dell’Auditel. Così Conti si avvia a un piccolo record: da 20 anni nessuno conduceva Sanremo per tre volte di fila. Ormai è il prototipo del bravissimo presentatore, un cyborg abbronzato della conduzione. Preciso, puntuale, uno che fa sempre benissimo il suo, normalizzatore di ogni possibile polemica perché quando distribuivano l’estro forse era un po’ distratto, ma appena è arrivato il momento della professionalità era in prima fila. Con lui anche gli imprevisti diventano previsti, che è la sua forza e il suo limite.

Terzo Conti, terzo successo, superato il muro del 50% di share. La prima serata ha raccolto in media 11 milioni 374 mila spettatori, che tradotto in share alla virgola fa 50,4%. Un numero che sulla ruota di Sanremo non usciva dal 2005 (epoca Bonolis). I picchi hanno premiato Bova che presenta Elodie (16 milioni 131 mila spettatori alle 21.40) e Conti che prova a ballare accanto a Ricky Martin (share al 57,1% alle 23.51). Intanto Canale 5 sprofondava in uno dei suoi peggiori risultati, al 5,5%. Ma anche i numeri si possono leggere da diverse angolazioni. In termini di teste lo stesso Conti due anni fa fece meglio (11 milioni 767 mila) e il primo Fazio nel 2013 ancor di più (12 milioni 969 mila). «Fare questi risultati era impensabile — spiega Conti —. Abbiamo fatto un passettino in avanti rispetto al 2015 e al 2016: è bello battersi e superarsi ogni anno».

Smentite le voci che lo vogliono a Mediaset («È fantascienza. Il mio legame con la Rai è fortissimo, ho un contratto fino a giugno 2019. È un matrimonio che non si scioglie»), adesso c’è già chi gli chiede di tornare l’anno prossimo. Ma giura di non pensarci proprio: «Sono orgoglioso, però basta. E poi ricordatevi che noi fiorentini quando diciamo che ci ritiriamo, ci ritiriamo». E a Renzi viene il dubbio che parli di lui.

Renato Franco

 

 

MALDESTRO

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

sanremo Una mamma coraggiosa e un pianoforte. E la musica che si trasforma in un mezzo di riscatto personale e di impegno. E’ la storia di Maldestro, all’anagrafe Antonio Prestieri, figlio del boss Tommaso. Qui è in gara fra i Giovani con «Canzone per Federica», brano interessante cui si aggiunge la sua interpretazione originale. «E’ dedicata a un’amica, una persona che riesce a dare il sorriso a tutto quello che le sta attorno. Racconta la forza di non arrendersi mai e di poter trovare la strada giusta anche nel passaggio dell’adolescenza fra giochi e colpi di testa». Maldestro non hai mai rischiato di prendere la strada sbagliata. «Mamma mi ha dato valori solidi. Mi faceva leggere, il primo libro fu Il piccolo principe . A 9 anni mi ha comprato un pianoforte».

Col tempo ha trovato la sua strada prima nel teatro sociale e ora nella musica. «Mi sento una persona normale, è dovere di ogni cittadino fare qualcosa per la propria terra. Ho mille difetti ma spero di essere un esempio per chi crede di non avere un futuro. La strada giusta si trova, non conta da dove vieni». Lui, nato a Scampia, non viene da una realtà di disagio — mamma ha divorziato dal padre criminale quando aveva 2 anni — ma la sua adolescenza non è stata facile. «A 12 anni ho capito di chi ero figlio. Ho dovuto affrontare mille pregiudizi: tutti pensavano che sarei diventato anch’io un delinquente. E non parlo dei compagni ma dei professori. Non mi portavano in gita per paura. Li ho odiati tutti, tranne Claudio Nasti. Insegnava educazione fisica, ha anche allenato il campione di judo Maddaloni: magari non conosceva l’algebra, ma mi ha insegnato la vita».

L’arte è presto diventata la sua vita. «Ho scritto opere teatrali non solo sul tema della camorra ma anche sulla prostituzione, i gay». Nella musica l’ispirazione sono Gaber, Fossati, gli chansonnier francesi e Cohen. E la sua generazione? «Si impegna troppo a dare la colpa ai vecchi e nessuno si rimbocca le maniche. Qualcuno nel ‘68 lo ha fatto, noi siamo una generazione dove l’esaltazione dell’individuo è diventata isolamento».

A. Laf.

 

GLI ALTISSIMI

A mmiratori di Maria De Filippi e Carlo Conti, ci si resta male se due grandi presentatori fanno la figura di quelli che, incontrando al supermercato uno alto due metri, quindi sopra la media, abbozzano il sorrisino ebete e buttano lì la scontata battuta «Che tempo fa lassù?». Quante volte l’abbiamo subita. Ma come, re e regina di Sanremo hanno il guizzo di invitare al Festival due campioni veri dello sport, Valentina Diouf, schiacciatrice di talento con i suoi due metri sottorete e adorabile nella vita di tutti i giorni, e Marco Cusin, pivot di due metri e undici centimetri sotto canestro, e guastano tutto, uno ridendo come non mai al fianco del gigante del basket, e l’altra che si sbellica pure lei addirittura nascondendosi dietro Valentina. «Oh come e quanto siete alti...» e poi, fissando i piedoni del pivot, scatta la domanda imperdibile «tu Marco che numero di scarpe porti…?». Per fortuna la curiosità è stata risparmiata a Valentina che, però, ha dovuto sopportare il giochino di De Filippi che, oh come se la godeva, spariva dalla vista mettendosi alle spalle della campionessa. Ma scusate, giocano a volley e basket, chiaro che siano molto alti. Cosa c’è da ridere? Se avessero invitato un fantino o una ginnasta, avrebbero trovato davanti a loro due uomini e donne più sul basso che sull’alto. Anche lì risate? E con il personaggio sovrappeso cosa avrebbero fatto, l’avrebbero messo su una bilancia dandogli magari del ciccione? A Sanremo si canta e si ride, qui non la si vuole mettere giù dura, Conti & De Filippi restano due fior di artisti che hanno però bisogno di un corso accelerato di volley e basket (anche nella pallanuoto sono ben messi). Quanti begli atleti alti frequenterebbero, quasi tutti con scarpe grosse e cervello fino, da raccontare e svelare con le loro storie e vittorie, non certo da mostrare solo per i loro generosi centimetri.

 

MANNOIA LA PIU CITATA

L’intelligenza (artificiale) di Watson, sistema cognitivo di Ibm, al servizio del Festival di Sanremo ha confermato (per ora) le premesse della vigilia: nelle oltre 24 mila esternazioni su social network, Forum e blog analizzate Fiorella Mannoia (foto) ha sbaragliato la concorrenza con il più alto numero di citazioni. Curiosa la presenza in classifica, al secondo posto, di Michele Bravi (ex «X Factor»), che si esibirà solo questa sera. Watson ha risposto anche alla domanda: qual è il cantante meglio vestito? Ancora Fiorella Mannoia, in testa, seguita da Elodie e da Lodovica Comello. (Martina Pennisi)

 

VENERDI’ 10 FEBBRAIO

CRONACA

DAI NOSTRI INVIATI

Sanremo L’arcobaleno su Sanremo. Il meteo (inclemente fuori dall’Ariston) non c’entra. I colori, anche nel loro significato sociale, li porta Mika. Altro che la classica ospitata con il singolo o il programma da lanciare. Si inventa un numero teatrale. Un dialogo con l’orchestra. Lui parla, gli strumenti rispondono e lui traduce. La musica ce l’ha dentro. «La musica fa cambiare il colore della mia anima. Se qualcuno non vuole accettare tutti i colori del mondo e pensa che un colore è migliore e per questo deve avere più diritti di un altro. O che un arcobaleno è pericoloso perché rappresenta tutti i colori… Beh, peggio per lui. Lo lasciamo senza musica». Arriva il medley dei suoi successi, lui canta in piedi sul pianoforte, è uno showman. Chiude con «Jesus to a Child», in ricordo di George Michael.

Del resto è la puntata degli omaggi musicali, delle cover. Quando l’hanno inventata qualche anno fa sembrava la serata noia-nostalgia. È diventata sempre più determinante. L’anno scorso l’omaggio a Dalla ha dato una spinta fondamentale agli Stadio. E nel 2015 Nek ha trasformato in hit radiofonica la sua versione dance di «Se telefonando».

Il colpo questa volta lo fa Ermal Meta. «Amara terra mia» è Modugno, ovvero tradizione pura. Lui la rispetta fino a metà. Poi plasma la sua voce trasformandola col falsetto in quella di una donna per un duetto immaginario. Brividi. Darà una spinta in più a «Vietato morire», il suo pezzo sulla violenza in famiglia che funziona anche in radio. Secondo i dati EarOne è il terzo più trasmesso. Meglio di lui solo Fiorella Mannoia, si avvia al plebiscito e Samuel.

Fiorella è garanzia di interpretazione e le basta il piano di Danilo Rea per «Sempre e per sempre». Idem per Paola Turci che graffia «Un’emozione da poco» della Oxa. Chiara, con l’aiuto di mandola andalusa e violino di Mauro Pagani, mediterraneizza «Diamante» di Zucchero. Fabrizio Moro va sul facile, sceglie «La leva calcistica...» e ha ragione. Michele Bravi porta a casa la pelle con Battiato. Lodovica Comello trasforma in musical «Le mille bolle blu». Gabbani invece di «Susanna» avrebbe dovuto cercare più contrasto con il pezzo leggero che ha in gara. Elodie non sfigura su «Quando finisce un amore». Samuel sceglie la strada non battuta di «Ho difeso il mio amore» di Tenco. Qualche incertezza manda fuori giri «La pelle nera» di Sergio. Al Bano non indossa bene «Pregherò». Alessio Bernabei non ha la spinta drammatica per «Un giorno credi» di Bennato. Gigi D’Alessio si complica la vita per «L’immensità». «Se tu non torni» di Zarrillo è incolore.

L’apertura era stata con il valzer del moscerino e i 44 gatti cantati dai 53 bambini dello Zecchino d’Oro. Il clima un po’ melassa un po’ tenerezza viene ribadito con Maria Poletti, 92enne ostetrica che ha fatto nascere oltre 7600 bambini. E come fai a non applaudirla? Il terzo ricatto emotivo in meno di un’ora si ripete con l’orchestra sudamericana con strumenti di materiali riciclati.

Finalmente si rivede il miglior Crozza. L’abito bianco di papa Francesco, imitazione perfetta, battute («La Chiesa è un po’ come i Subsonica, piena di contrasti»). Poi spiega cosa sono le cover con metafora politica. «Il governo Gentiloni è la cover di quello Renzi». I passi successivi sono Berlusconi e Rocco Siffredi. Annabelle Belmondo e Anouchka Delon, nipote e figlia di, portano sul palco i soliti cliché sulla musica italiana. Ancora? Luca e Paolo fanno un dialogo sulle paure, su alcune si ride su altre si riflette. Quando si finisce è notte fonda.

Renato Franco Andrea Laffranchi

 

 

CONTI DI LA’ BONOLIS DI QUA

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

SANREMO Non è ancora finito, non si sa nemmeno chi lo vincerà, ma già si cerca di capire chi sarà il successore di Carlo III. Chi dice Paolo III (inteso come Bonolis), chi punta su Fabio V (inteso come Fazio). Ma c’è anche una terza ipotesi: un’oligarchia di conduttori con Conti burattinaio.

Tra i possibili scenari quello più probabile vede il ritorno di Paolo Bonolis in Rai per condurre il suo terzo Sanremo. Il suo contratto di esclusiva con Mediaset è scaduto a dicembre e ora il conduttore naviga a progetto, con contratti legati al singolo programma. Dunque a settembre sarebbe libero di tornare a viale Mazzini. Due sono però i nodi da sciogliere. Intanto quello economico, perché Bonolis ha costi elevati anche per gli elevati standard Rai di cui si parla in questi giorni. Il secondo riguarda Mediaset, che ha poca voglia di perdere un conduttore che ha sempre garantito grandi ascolti e che non sarebbe facile sostituire.

Se arriva in Rai, Bonolis si porta dietro il suo gruppo di lavoro, ovvero la coppia Mazzi & Presta (il primo come direttore artistico musicale, il secondo è l’agente-produttore). La loro gestione in passato aveva sollevato non pochi malumori a viale Mazzini, perché la Rai si trovò tagliata fuori dalla organizzazione del Festival. Due casi su tutti. Nel 2012 (epoca Morandi) Mazzi annunciò l’arrivo di Celentano senza informare l’allora direttore di Rai1 Mauro Mazza. Non fu l’unica polemica. Il lungo intervento di Celentano portò alla cancellazione di un break pubblicitario da 500 mila euro che fece irritare parecchio i vertici aziendali tanto da spingere a Sanremo il vicedirettore generale Antonio Marano per cercare di riprendere in mano la situazione. Al netto di tutto, con Bonolis Sanremo sarebbe in mani sicure.

Il secondo quadro potrebbe vedere rientrare nella cornice ancora Carlo Conti. Questa volta non come conduttore e direttore artistico, ma unicamente nel secondo ruolo. In questo caso l’idea è quella di affidare il Festival a un pool di conduttori, magari uno per sera (certo poi non sarebbe facile gestire a chi la prima puntata, a chi l’ultima; gli ascolti di uno confrontati con quelli di un altro). Conti stesso ha suggerito qualche nome: «Tra i coetanei che non l’hanno fatto e che hanno esperienza per farlo, ci sono Amadeus, Frizzi, Gerry Scotti, Tiberio Timperi, Massimo Giletti». Si riferiva solo a conduttori uomini. Ma la rosa sarebbe comunque allargata ovviamente anche alle donne.

Meno facile, ma non da escludere, il ritorno di Fazio che ha alle spalle quattro Festival (tre ottimi e uno meno riuscito). Qui la palla — come sempre più spesso capita — è in mano al suo agente, quel Beppe Caschetto che è molto ben introdotto in Rai (in questo Festival ha portato Crozza e Luca & Paolo, mentre arriveranno Virginia Raffaele, oggi, e Geppi Cucciari, domani). Dettaglio non indifferente Fazio è molto stimato dal dg Antonio Campo Dall’Orto.

Si lavora, ma nulla è deciso. Intanto nonostante la smentita di Conti su un suo imminente passaggio a Mediaset («è fantascienza, ho un contratto fino al 2019»), Dagospia insiste e parla di un «contratto profumatissimo che prevede una trasmissione nella fascia oraria ora occupata da Bonolis e un ciclo di prime serate».

Dunque Conti di là, Bonolis di qua. Come fosse uno scambio di prigionieri. Potrebbero anche organizzarlo in diretta tv. Il format non sarebbe male.

R. Fra.

 

 

MARICA PELLEGRINELLI

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

SANREMO «Sono qui perché sono la moglie di Eros. Lo so. E sono orgogliosa di esserlo». Marica (accento sulla i) Pellegrinelli non finge. Non si gioca la carta «ho lavorato con Sofia Coppola» (lo ha fatto veramente, una piccola parte in Somewhere ), non ci prova con un «ho fatto una campagna internazionale per Lavazza» (vero pure questo). Sa chi è, e anche dove vuole arrivare.

Pronta al bombardamento degli haters, raccomandata!, non appena andrà in scena?

«Se il figlio di un dentista segue le orme del padre nessuno ha nulla da ridire. Sono qui per Eros ma ho anche una bella presenza, ho studiato recitazione, lavoro nel mondo dello spettacolo. E per questo ho conosciuto mio marito».

Quando è successo?

«All’Arena di Verona. Era il 16 giugno 2009. Dovevo consegnargli un premio. Non ci sarei voluta andare perché era una partecipazione gratuita e vivevo a Monaco. Mi convinse il fatto che a vestirmi sarebbero stati Dolce & Gabbana. Dopo la serata recuperò il mio numero e mi corteggiò con insistenza».

Adesso avete due figli...

«Non è facile essere la moglie di un personaggio così. Quando è in tour in giro per il mondo lo seguo con i bimbi. Quando è in Europa invece si organizza lui per poter tornare a casa ogni 2-3 giorni».

La sua carriera ne risente?

«In questi due anni ho rallentato per il secondo figlio. I primi mesi in cui ero incinta ho fatto campagne importanti, ma la moda è selettiva e non puoi fare quella che un po’ c’è e un po’ no. Sono anche una mamma molto protettiva: i pannolini li cambio io. Voglio veder crescere i miei figli».

Il Festival per Marica?

«In famiglia si vedeva poco la tv. Mamma però aveva sempre la radio accesa e papà collezionava dischi. Ho un vissuto di Sanremo più musicale che visivo. Adesso per ovvie ragioni vivo periodi in simbiosi con autori e musicisti. Sanremo è una magia di cui inizio a sentir parlare a novembre».

Quindi non teme il palco...

«Sono un po’ agitata. È come la prima volta che partorisci, sei incosciente. Poi la seconda volta ti organizzi».

Pronta per tornare all’Ariston a tempo pieno nel 2018?

«Magari sbaglio tutto e nessuno mi vorrà più. Però, preparandomi con i tempi giusti, mi piacerebbe. Sono una fan di Sanremo e non sopporto chi lo critica a prescindere. Ci si lamenta se è sempre uguale. Se cambia si vuole tornare indietro».

Niente vallette quest’anno. Che ne pensa?

«In modo diverso quel tipo di presenza glamour c’è. Il ruolo di Maria De Filippi dà ancora più valore al mondo femminile».

E Diletta Leotta?

«Ci sono verità che si possono dire anche senza vestiti».

Come sarà il suo?

«Per me è stupendo, ma non roviniamo la sorpresa».

E se lo massacreranno?

«Pazienza. Ci farò sopra una risata e non ci darò peso».

A. Laf.

 

 

IL BACIO

Fino al blitz di Robbie Williams il grande assente a Sanremo 2017 era il bacio. Mai menzionato in alcun testo in gara. Ma il declino del bacio nelle canzoni è stato lento e inesorabile. Cominciato già negli anni 90, come rileva Ranieri Polese nel suo nuovo saggio Per un bacio d’amo r (Archinto) in uscita il 23 febbraio: «Se andiamo a leggere i testi delle edizioni di Sanremo dal 2000 in poi, le canzoni dove si dice bacio/baciare sono una ridottissima minoranza. Per esempio, sui 28 testi di Sanremo 2016, il bacio compare due volte. Dieci anni prima, nel 2006, tre volte su 25. E ancora, nel 2000 abbiamo 3 canzoni con bacio su 32. In realtà i baci, come le lucciole, non sono scomparsi del tutto. Il bacio, però, ha perso la sua centralità nel discorso amoroso per parole e musica, quella che ha avuto nel periodo 1930-1970, quando non c’era quasi canzone d’amore senza bacio. E invece, nelle due più intense canzoni d’amore di questi ultimi vent’anni, “La cura” di Battiato, 1996, e “A te” di Jovanotti, 2008, il bacio non c’è». Il bacio si fa carnale e peccaminoso negli anni Venti, ma vede il massimo rilancio al Festival, che nasce nel 1951. La quantità di baci nel canzoniere sanremese, e non solo, è sterminata: Tony Dallara, «Per un bacio d’amor», 1959; Celentano, «Il tuo bacio è come un rock», 1959, e «Ventiquattromila baci», 1961; Johnny Dorelli, «Meravigliose labbra», 1960; Vianello, «Pinne, fucile ed occhiali», 1961 e «Abbronzatissima», 1963; De André, «La canzone di Marinella», 1964, «Amore che vieni, amore che vai», 1966, e «La canzone dell’amore perduto», 1966; Mina, «Un anno d’amore», 1965. Il canto sentimentale non fa a meno del bacio: Mino Reitano, «Era il tempo delle more»; Massimo Ranieri, «Se bruciasse la città»; Ricchi e Poveri, «Che sarà». In Battisti-Mogol il bacio compare rarissimamente. Si comincia a fare strada un linguaggio più esplicito come quello di «L’importante è finire» di Malgioglio per Mina, 1975. Insomma, non ci si bacia più, si fa l’amore. Come in «Togliamoci la voglia», portato in gara quest’anno da Raige e Giulia Luzi. In retrocessione nonostante l’amplesso promesso.

 

TOTTI

Quando l’altra sera Carlo Conti ha chiesto al suo ospite, Francesco Totti (foto), quale fosse la sua canzone preferita, il calciatore ha sorpreso tutti. Perché da copione avrebbe dovuto rispondere «Si può dare di più», il successo di Morandi, Tozzi e Ruggeri. In realtà ha detto: «La mia canzone preferita del Festival? Povia! Il Piccione...». Una battuta che ha divertito molti ma non i tifosi della Lazio. Questo perché in genere i romanisti, per denigrare il simbolo di forza scelto dai cugini, l’aquila, la retrocedono, appunto, a piccione. La protesta è montata al punto che ieri, in conferenza stampa, Maria De Filippi ha dovuto far sapere che il capitano della Roma aveva indicato «Il piccione di Povia» «perché in quell’edizione al Festival c’era Ilary. Non era una presa in giro dei tifosi laziali». Comunque sia, Totti all’Ariston ha conquistato quasi tutti. Ed è suo anche il picco di ascolto della seconda sera: proprio quando c’era lui sul palcoscenico per annunciare (alle 21.42) l’entrata in gara di Nesli e Alice Paba, gli spettatori sono stati 14 milioni 340 mila. Memorabile poi una sua gaffe: introducendo un brano, ha trasformato il paroliere Cheope in «Sciope’».

 

SHARE

La seconda serata del Festival è stata seguita da 10.367.000 (share 46.6%). Una media che tiene ma è lievemente inferiore a quella del 2016 che era stata, sempre per la seconda serata del festival, di 10.748.000 (share 49.91%). Quest’anno il debutto ha fatto registrare il 50.4% di share. Secondo Andrea Fabiano, direttore di Rai1, «la seconda serata è soggetta a un calo fisiologico di ascolti. È stato abbastanza contenuto rispetto a quello a cui siamo abituati, siamo soddisfatti». «Sono felicissimo — ha detto Conti —. Lo scorso anno abbiamo fatto un po’ di più, ma è stato un caso eccezionale. Sono felice di aver mantenuto il trend positivo in questi tre anni».

 

Egregio Direttore,

leggo sul suo giornale una ricostruzione imprecisa che mi attribuisce dubbi sul nome di Carlo Conti per il Festival di Sanremo ai tempi in cui ero Direttore Generale della Rai. La scelta di Carlo Conti è sempre stata appoggiata con entusiasmo non solo da me ma da tutta la dirigenza Rai. Tanto ero convinto della scelta che comunicai a Giancarlo Leone che sarei stato io stesso, e non lui, a renderlo noto nel corso della conferenza stampa che si sarebbe tenuta di li a pochi giorni. Con la mia partecipazione diretta all’annuncio volevamo far capire in modo inequivocabile quanto fossimo convinti della scelta di Conti. Lo stesso giorno Giancarlo Leone, in violazione ai regolamenti aziendali, annunciò il nome del conduttore, cogliendoci tutti di sorpresa. Non so per quale motivo lo fece ma certamente non «per forzare la mano», non essendoci nulla da forzare. Il motivo per il quale Leone ricevette la lettera di richiamo non fu quindi per «non aver condiviso coi vertici di viale Mazzini l’intenzione di rompere gli indugi» ma per aver violato delle precise disposizioni in merito alla tempistica e modalità dell’annuncio ed aver agito, e non per la prima volta, in violazione dei regolamenti aziendali in materia di rapporti con i media. Con molta cordialità

Luigi Gubitosi

 

SABATO  11 FEBBRAIO

SANREMO La comicità di Crozza e Virginia Raffaele, altri quattro eliminati tra i Big. Ovvero quattro ore di Festival condensate in due righe. I nomi degli esclusi fanno rumore: tornano a casa Giusy Ferreri, Ron, Gigi D’Alessio e Al Bano. E quando arriva il verdetto piovono fischi all’Ariston: il pubblico non gradisce l’eliminazione dei veterani. In primis Al Bano, poi D’Alessio. Per loro il Festival finisce comunque qua, mentre proseguono gli altri 16 con i ritornelli delle loro canzoni (brani più o meno riusciti, acuti più o meno centrati).

Lo spettacolo di contorno — è la cifra di Conti, lo ha sempre detto, la musica è al centro di Festival — viene relegato a riserva indiana. Il quarto giro di Crozza sulla ruota di Sanremo parte dall’imitazione di Pagnoncelli che snocciola improbabili sondaggi. Battute da applausi ma anche battute d’arresto perché il collegamento va a strappi e lo stesso comico confessa di sentire in ritardo la coppia di fatto Conti & De Filippi. La scelta di stare in uno studio di Milano anziché sul palco dell’Ariston qualche controindicazione — non era difficile da immaginare — la dà. Il comico fa a pezzi la città che ospita il Festival, tanto che più avanti lo stesso Conti ci vuole mettere una pezza assicurando che altroché se è vitale. Crozza invece la vede piuttosto mortale: «Qui per cinque giorni sembra di stare a Las Vegas. Poi finito il Festival, Sanremo si trasforma in un congresso di Scelta civica: non c’è più nessuno. Pure il sindaco gira da solo per strada come Tom Hanks in Cast Away ». È ancora velenoso con Renzi, di tre anni di governo non è rimasto niente, poteva imparare a suonare l’ukulele nello stesso periodo di tempo. Dici: cosa te ne fai di saper suonare l’ukulele? «Vabbé, perché invece di Renzi cosa te ne fai?». Chiude pungendo Conti e De Filippi: «Peccato finisca, state talmente bene insieme sulla Rai a fare queste scenette con i denti finti che vien voglia di pagare il canone. A Mediaset però».

L’altro momento comico è nelle mani e nel volto trasformista di Virginia Raffaele, l’anno scorso superstar al Festival e questa volta nei panni di Sandra Milo con il suo mascherone di botox e le labbra a canotto. Ma l’esibizione sa di stecca, si ride — se si ride — poco. Il registro è quello delle allusioni sessuali, lei gioca il ruolo di quella che pensa solo a quello, fa le avances a Conti, «ma che mani grandi che hai, sai cosa si dice di quelli che hanno le mani grandi...». Parla dei suoi amanti: «C’è stato Fellini, Craxi, nel frattempo tre mariti. Tu dirai che noia? Sì, ma avevo anche due trombamici». E in chiusura non bastano le note felliniane e la musica da circo a risollevarla.

La passerella di Marica Pellegrinelli, moglie di Eros Ramazzotti, dura il tempo di cambiare tre abiti, annunciare un brano, ciao come stai? e tanti saluti a casa.

Su quali siano i minuti più toccanti della serata non c’è competizione. Sale sul palco, accompagnato dal nipote, Gaetano Moscato che nella strage di Nizza ha perso una gamba. E come si fa a non condividere la riflessione di Maria De Filippi su quanto non capiamo che la normalità è la cosa più importante della vita.

Arrivano altri verdetti (Lele vince tra i Giovani, a Maldestro il premio della critica) e alcune sicurezze: Conti da Sanremo passa allo Zecchino d’oro. Non è uno scherzo: sarà direttore artistico della 60ª edizione del concorso per bambini. «Ho sempre considerato Sanremo non un punto di arrivo, ma di passaggio, una tappa della carriera». Nonostante le mille smentite, gli tocca tornare sui rumors sul suo passaggio a Mediaset e su un suo presunto incontro a dicembre con Silvio Berlusconi: «È fanta-tv che fa sorridere, ma del tutto priva di fondamento». Ribadisce: «Che io sappia non ho avuto nessuna proposta da Mediaset». Beh dopo case e polizze, hai visto mai pure il contratto a sua insaputa.

Renato Franco

 

DE FILIPPI

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

Sanremo Maria De Filippi, adesso che l’ha provato, prima o poi non le piacerebbe condurlo da sola il Festival?

«Non fa per me. La parte che mi spaventa di più è la scelta delle canzoni, non potrei mai essere quella che le seleziona. Il gusto musicale è molto personale e sarebbe una responsabilità troppo grossa. In questo Carlo è diverso da me».

Cosa le piace di Conti?

«La razionalità sul palco. E la serenità con cui riesce a superare tutto, senza tensioni. Qualsiasi cosa succeda riesce a trovarne il lato positivo. Lui non legge mai la rassegna stampa, io lo faccio sempre e ancora oggi, dopo tanti anni di tv, ci rimango male se ci sono dei giudizi negativi su di me e sui miei programmi».

Ora che ha visto come si lavora in Rai che conclusioni ne ha tratto?

«La Rai a differenza di Mediaset è in grado di creare eventi importanti. In questo è imbattibile. È più compatta nella comunicazione, è in grado di fare squadra, c’è più partecipazione e condivisione tra i programmi delle reti. Dal Servizio Pubblico ti senti protetta».

E Mediaset? Come lo vedrebbe Conti?

«Mediaset è imbattibile nell’assoluta autonomia e libertà che ti lascia, si fidano sempre di quello che mandi in onda. Poi ha una struttura più snella, tempi più rapidi. Uno come Carlo si troverebbe benissimo».

Rai e Mediaset si devono alleare per non perdere ascolti?

Ride. «Non lo so. Non credo che Pier Silvio Berlusconi cerchi un’alleanza. Certo rispetto a qualche tempo fa le cose sono cambiate. Mediaset prima mi chiedeva di andare contro Sanremo anche se io non volevo. Ma tempo fa la raccolta pubblicitaria era più larga. In una fase di contrazione degli investimenti pubblicitari non ha più senso controprogrammare».

Tra gli ospiti del Festival chi l’ha impressionata di più?

«Robbie Williams è stato fantastico, mi colpisce sempre il suo modo di essere showman. Anche Ricky Martin è stato super collaborativo. In generale trovo gli stranieri molto più disponibili degli italiani, non si sottraggono, si danno molto. Le star italiane invece sono più introverse, riflessive, anche chiuse. E poi mettono molti paletti sugli argomenti da trattare o meno».

Tra le cose più belle del Festival...?

«La lezione di Fiorella Mannoia a chi ha snobbato Sanremo: ha scelto di partecipare alla gara anche con cantanti che hanno alle spalle una virgola della sua carriera. Non deve dimostrare niente, ma si è messa in gioco. Spero che sia di esempio per altri grandi della musica italiana».

Maurizio Costanzo cosa le dice?

«Lo sento sempre la mattina e la notte alla fine del Festival. Se lo guarda tutto, porello, je tocca ».

Il caso Diletta Leotta conferma il luogo comune che le donne non fanno squadra tra di loro?

«Sì, è sempre stato così. In questo voi maschi siete più intelligenti. Giocate a calcio e non vi importa chi segna, fate gruppo. Da questo punto di vista noi siamo delle pippe . Lo vedo al lavoro, quando c’è una bella donna siamo noi le prime a criticarla».

R. Fra.

 

 

MANNOIA

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

SANREMO «Io questo Festival l’ho già vinto». Non è l’arroganza di chi si sente la vittoria in tasca. È la soddisfazione di chi in 48 ore si è vista al numero 1 su iTunes, in cima alle tendenze di YouTube, e la più trasmessa dalle radio fra i sanremesi. Fiorella Mannoia si accende una sigaretta, versa un té verde, e si illumina. «Non mi era mai capitato tutto questo assieme».

La danno tutti per vincente, ci crede anche lei?

«Hanno iniziato a farlo quando è stata annunciata la mia presenza. Mi faceva arrabbiare. “Prima ascoltate il brano” dicevo. Adesso sono contenta, vuol dire che la canzone piace».

Le è venuta voglia di mettere la ciliegina sulla torta della carriera?

«Anche quando sono venuta in gara qualche decennio fa non avevo l’intento di vincere, ma quelle quattro canzoni sono rimaste nella storia. E poi ho ancora tanta strada davanti».

Perché piace «Che sia benedetta»?

«Perché mi ha commosso. Tocca corde sensibili. È potente, adulta e spirituale, la definisco preghiera laica».

Perché è benedetta la vita nonostante errori e rimpianti di cui canta?

«Perché è perfetta. Siamo noi che la sporchiamo. Nel quotidiano con le invide, la sete di potere e l’avidità. Allargando il panorama con le ingiustizie sociali, le guerre. Ci vorrebbe più empatia, siamo tutti contro tutti. C’è un presidente americano che usa un linguaggio pericoloso e i nostri politici che seminano odio».

Anche il testo ha una lettura che va oltre il quotidiano. Persone in viaggio, altre che hanno perso tutto. Migranti e terremoto?

«C’è molto in quelle parole scritte da Amara. E certo, quando la interpreto mi vengono in mente molti dei drammi di questi tempi».

E la vita di Fiorella è benedetta?

«Arrivata a questo punto prendo la vita con leggerezza. Non sono mai stata quella dei capricci da artista, le richieste nel camerino o il ristorante di lusso, ma adesso non ci faccio nemmeno caso. Mi concentro su affetti, famiglia, ho passato al setaccio le persone e ho allontanato quelle non indispensabili... A 63 anni inizio a vedere l’orizzonte».

Il suo Sanremo?

«Un frullatore fra interviste e selfie. Altro che quelli del passato. La prima sera mi dicevo di stare tranquilla ma sentivo il cuore che pompava e il fiato corto. Ogni volta che salgo su un palco, soprattutto se è una prima, sento emozione ma quella dell’altra sera era difficile da gestire: è la madre di tutte le prime».

Ha visto l’abito di Diletta Leotta?

«Una donna deve vestirsi come si sente. E un pizzico di vanità si concede anche a una giornalista. Non mi sembra che sia stata volgare, ma anche se lo fosse stata sarebbe stata questione di gusto e niente di male. Se però sono le donne a far notare queste cose mi fa arrabbiare ancora di più».

Nella sua Roma ne capita una al giorno...

«Non ci capisco più nulla. Avevo votato Virginia Raggi, mi sembrava un’occasione. Mi spiace che ora Roma sia in un pastrocchio da cui non si viene fuori. Alla fine ne paga le conseguenze la città che arriva da 20 anni di disastri».

A. Laf.

 

 

 

SABATO SU REPUBBLICA

ZUCCHERO

ERNESTO ASSANTE

UN MUSICISTA BLUES ha due cose alle quali non può rinunciare: la sua chitarra e le sue scarpe per andare di città in città a raccontare le sue storie. E così è anche per Zucchero che, quasi per definizione, è un artista viaggiatore, che dalla sua Reggio Emilia si è mosso per andare a conquistare il mondo con la musica. Anzi, ha costruito una intera carriera sulla sua natura al tempo stesso provinciale e internazionale. «Ah, ma non sono l’unico», dice ridendo, «a essere nato in campagna e aver scoperto il mondo. Pavarotti, ad esempio, era più planetario di me, ma quando era in viaggio si portava dietro le tagliatelle fatte in casa dalla moglie del suo miglior amico. Chi è nato in provincia ha le radici lì. Ma non lo facciamo solo noi italiani: le leggende della musica fanno spesso una vita diversa quando i riflettori cambiano. Clapton vive in campagna e va a pescare, Peter Gabriel abita a Bath, molti producono olio e vino. Poi prendono l’aereo o la macchina e viaggiano in ogni angolo del pianeta. Così anch’io: il mio piccolo mondo di provincia non ha mai avuto confini. Volevo fare musica fin da quando avevo otto anni, non sentivo la necessità di scappare perché avevo buoni amici, ma ho cominciato a viaggiare subito seguendo la famiglia a Forte dei Marmi. Mio padre voleva farci fare una vita migliore, non la vita del paesello. Io invece all’inizio soffrii, perché non mi piaceva. Poi andammo a Carrara, c’era più gente reale, frequentavo il ricco e il povero e stavo bene. Ma ancora non capivo le dimensioni del mondo, avevo già la mia chitarra ma non avevo ancora messo le scarpe per viaggiare». La scoperta del mondo per Zucchero avviene nel 1988 quando, a 29 anni, va negli Usa. «Suonavo nella mia band e non riuscivo davvero a stare fermo. Facevamo le grandi balere, la Capannina, la Bussola, le Rotonde di Garlasco, lo Sporting di Bologna, e poi presi per la prima volta l’aereo alla metà degli anni Settanta, per andare in Sardegna. Poi i primi album, i primi successi, e arriviamo alla metà degli anni Ottanta. È lì che faccio il mio vero viaggio, quello che mi ha trasformato profondamente, a San Francisco. Avevo inciso tre album ma non succedeva niente. La casa discografica, come ultima spiaggia, mi disse “vai, ti diamo questi pochi soldi, portaci qualcosa che vale la pena”. Andai a San Francisco con un biglietto vinto a un concorso da un amico, lo comprai facendomi fare un prestito. Sapevo che lì c’era Corrado Rustici, che era entrato nel giro dei grandi, Aretha Franklin, Narada Michael Walden. Con un amico andai a incontrarlo, arrivammo alle 4 di mattina e andammo in un hotel enorme, sul Pier 39. Prendemmo una pizza, la più buona che ho abbia mai mangiato, era tutto grande, i gelati immensi, tutto fantastico. È stato il mio primo vero viaggio e il vero inizio: Rustici ha messo in piedi la band e in una settimana abbiamo fatto le basi di “Blue’s».

Da allora Zucchero è diventato un “viaggiatore provinciale”, globale e locale, in grado di mettere in sintonia Reggio Emilia e il Sud degli Stati Uniti. E ogni città ha impresso un segno: «Memphis è stata una bella botta, avevo già fatto “Blue’s», lavoravamo su “Oro, incenso e birra”, e Rufus Thomas mi porto in una chiesa a sentire una messa gospel, fu un’esperienza incredibile. Il giorno dopo venne il sindaco e mi diede la cittadinanza onoraria, andai agli studi della Sun Records e della Stax, mangiavo a Beale Street, era l’88 e vedevo l’America che avevo solo immaginato, la musica che avevo sempre desiderato». Da allora oltre alle scarpe il viaggiatore Zucchero porta con sé tutto per una vita da randagio del blues: «In tour mi porto un flight case dove ci sono dieci paia di scarpe, dieci giacche, magliette, pantaloni, l’aggeggio per misurare la pressione. Una volta avevo il vizio di portarmi valigioni pieni, volevo avere la casa con me. Adesso vado via con un trolley semplicissimo. Ma sempre con la chitarra, più piccola del normale, acustica, e quindi più maneggevole ». Macchine fotografiche, blocchetti per gli appunti, lo smartphone o l’iPad... «Si, ma non sono molto tecnologico. Sono una spugna, mi riempio la testa di immagini, le orecchie di suoni, il naso di odori. Se non viaggiassi la mia musica non avrebbe lo stesso respiro». Ma c’è anche la casa. Una famiglia numerosa quella di Zucchero, tre figli. E una, Irene, che fa lo stesso mestiere: «Non deve essere facile essere mio figlio, io non sono un padre tradizionale. Devono trovare una loro identità, al di là di ciò che sono io». Tanti viaggi, tanti giri del mondo, ma si torna anche a Sanremo, come stasera: «Al Festival ci torno quando mi sembra divertente farlo, non per le classifiche o i like. La musica è la mia vita. Ogni palco vale la pena di essere calcato se ci puoi suonare la musica che ami».

 

 

CASTALDO

Chi s’accontenta gode. O forse no

SANREMO è come un territorio transnazionale che supera ogni antico confine, va molto oltre la Rai, è piena e definitiva globalizzazione mediatica, quindi anche musicale. Tutti ne sono attratti, tutti se ne lamentano. Perché c’è Al Bano? Perché ci sono tra i big giovani semisconosciuti? Perché tante brutte canzoni? Domande che rimarrebbero senza risposte se non tenessimo conto di una semplice verità: Sanremo ha inglobato tutto.

Per una settimana contiene e riunisce tutte le altre tv: Mediaset, Sky, Discovery, emittenti radio, major discografiche, tutti partecipano al bottino mediatico, e il direttore artistico, da sempre, anche se per ragioni che nel tempo si sono trasformate, dà conto di tutto ciò, deve accontentare il mosaico che compone l’enormità del carrozzone festivaliero. D’altra parte deve garantire qualche scelta di qualità, deve pensare allo spettacolo, deve rispettare la genericità del pubblico, pensando agli anziani e alle loro vecchie glorie, ma anche ai giovani immersi nei social. Per questo Conti ha dovuto aumentare il numero dei big. Troppe esigenze da accontentare. E la bellezza della canzoni? Un caso, ovviamente fortuito.

 

 

CONTI

Ho detto che farò il direttore artistico dello Zecchino d’oro ed è sembrato uno scherzo».

Da Sanremo allo Zecchino d’oro…

«Per me il Festival è un punto di passaggio. Con questa terza edizione mi sono preso le mie soddisfazioni. Se fra dieci anni mi chiamano, chissà, ma per ora questi tre bastano. E fa bene al Festival, dal punto di vista musicale, avere un altro direttore artistico. La conduzione è la punta dell’iceberg».

 

 

SABATO

Sanremo giovani

Vince Lele l’Amico di Maria De Filippi

DALLA NOSTRA INVIATA

SANREMO

NELLA serata eliminatoria dei campioni (in quattro non approdano alla finale: Giusy Ferreri, Ron, Gigi D’Alessio e Al Bano), il Festivalone di Conti & De Filippi si avvia trionfalmente alla conclusione. Lo share veleggia sul 50%, queen Mary e king Charles hanno l’aria dei gatti che si sono pappati il topo. Tra le Nuove Proposte vince Lele (ex concorrente di

Amici su Canale 5) con Ora mai che batte Lamacchia, Guasti e Maldestro (premio della critica Mia Martini). Il voto della giuria di esperti che giudica i big incide per il 30% (il 40% spetta al televoto e il 30% alla giuria demoscopica). La presiede il re della disco Giorgio Moroder, affiancato da Linus, Giorgia Surina, Greta Menchi, Rita Pavone («Il lavoro da giurata? Come a casa, guardo, ascolto e dico: “Questa canzone è carina, questa sa di vecchio”»), Andrea Morricone, Paolo Genovese e Violante Placido. De Filippi spiega la teoria della “faccia da Festival”, «che s’impossessa di tutti i conduttori». La gag dei denti finti non fa ridere, ma presenta coi dentoni Ron. Paola Turci osa il nude look sotto la giacca, Francesco Gabbani si veste da gorilla, Giusy Ferreri è leopardata. Cristel Carrisi si commuove mentre si esibisce il padre Al Bano, in platea c’è anche il maestro Peppe Vessicchio: «Il festival mi manca, Carlo mi hai invitato e ho accettato». Nello spazio “Tutti cantano Sanremo” è sul palco Gaetano Moscato, il nonno eroe che perse una gamba per salvare i nipoti nell’attentato del 14 luglio a Nizza, quando un tir travolse la folla. La moglie di Eros Ramazzotti, la modella Marica Pellegrinelli, è un’apparizione (e Maria si auto dice “ciaone” e lascia il palco); tra un ospite e l’altro — Robin Schulz, Antonella Clerici, Luca Zingaretti — la gara va. Maurizio Crozza imita Nando Pagnoncelli, poi ironizza: «Maria per amore di Carlo è venuta in Rai, Carlo per amore di Maria… Vabbè c’è una trattativa. Uno dei giovani si laureerà campione e un po’ mi dispiace per lui, perché in questo paese se ti laurei poi non puoi più fare il ministro dell’Istruzione». Lancia il “Sanremellum” per il Parlamento: cinque giorni di campagna elettorale, televoto, proclamazione del vincitore. «Alla fine del governo Renzi cos’è rimasto? La sua legge elettorale non c’è più, il Senato è uguale, il jobs act non funziona. In tre anni impari a suonare l’ukulele. Che cavolo te ne fai, direte? E perché di Renzi che te ne fai? Almeno tu Carlo in tre anni hai riciclato Arisa, sdoganato Garko e ora stai cercando di rendere umana Maria De Filippi. Adesso tocca tenerci Gentiloni, doveva stare lì un weekend. Carlo e Maria, è come se vi dicessero che dovete condurre il festival fino al 2018. State talmente bene sulla Rai coi dentini finti che viene voglia di pagare il canone. A Mediaset, però».

Virginia Raffaele fa Sandra Milo ed è la solita prova di talento. «Che gioia Carlo, anche tu ospite di Maria stasera. Sai cosa si dice degli uomini col pisellino piccolo? C’è poco da dire». Poi lo sketch col Coro dell’Antoniano, ma entra un gruppo di anziani: «Erano bambini ma sono qui da ieri: 24 ore di Sanremo sono 60 anni di vita vera».

( s. f.)

 

 

VENERDI’

MORODER

GINO CASTALDO

SANREMO

UN GIORNO Brian Eno entrò agli Hansa Studios di Berlino dove lavorava con David Bowie. Disse: «Ho sentito il suono del futuro», e gli fece ascoltare I feel love, voce di Donna Summer, musica di Giorgio Moroder. L’italiano di Ortisei è poi riuscito a conquistare il mondo della musica: talmente influente e carismatico da giustificare una bizzarria senza precedenti, ovvero un pezzo nel disco dei Daft Punk in cui parla, semplicemente, raccontando la sua storia. Oggi ha 76 anni, gira ancora il mondo facendo dj set seguiti da migliaia di ragazzi, ed è a Sanremo per presiedere la giuria di qualità.

Ha una vaga idea di quel che andrà a giudicare stasera al festival?

«Conoscevo solo alcuni degli artisti in gara, però ieri sera li ho ascoltati tutti, ho studiato i testi delle canzoni, ma non mi chieda di anticipare i giudizi, non sarebbe corretto».

Lei ha detto una volta che la cosa più importante nella musica è lavorare senza idee preconcette. È stato determinante per la sua carriera?

«Fondamentale. Quando ho realizzato I feel love, non c’era nessuno che mi potesse dire cosa fare, non c’erano precedenti, mi ritrovai di fronte al primo Moog, un enorme sintetizzatore grande come un armadio, e allora non sapevo assolutamente come usarlo, quindi chiesi al tecnico: dammi un basso, e lui mi ha dato una nota ribattuta, un do, poi chiesi un sol, poi un si bemolle e così con tre note, anzi quattro è nato il pezzo, prima di allora ero abituato a scrivere al pianoforte ma lì non si poteva, ho dovuto inventare un metodo».

Considera “I feel love” una pietra miliare della sua storia?

«Sicuramente dal punto di vista dell’elettronica, ma avevo già avuto successo con Love to love you baby, che ha segnato la vera svolta nella mia carriera».

È vera la storia di Eno e Bowie sul suono del futuro?

«Assolutamente sì, me l’ha raccontato Bowie in persona».

Come è stato lavorare con lui, cosa l’ha impressionata maggiormente?

«Sembrerà strano ma la cosa che mi è piaciuta di più è la sua professionalità. Gli avevo spedito la base di Cat people, il pezzo che dovevamo incidere per il film Il bacio della pantera di Paul Schrader, ci siamo incontrati a Montreux e lui mi disse: ok, vediamoci qui alle nove di mattina, per me era una cosa insolita. Siamo entrati nello studio dei Queen al casinò e una quarantina di minuti dopo avevamo già finito. Il regista diceva: non è possibile, dovete fare altri take.

Ma lui era abituato così, e in realtà quello

che avevamo fatto era perfetto».

Sul lavoro è perfezionista?

«Dipende. Con Donna non lo sono mai stato, accettavo anche la sua libertà, lei era semplice, anche se la nota non era la migliore, a volte lasciavo stare perché il feeling era la cosa più importante».

Lei ha vinto 3 Oscar, qual è quello a cui tiene di più?

«Il primo, quello per Fuga di mezzanotte. Trent’anni fa a Hollywood le musiche da cinema le scrivevano gli autori d’impostazione classica, alla John Williams. Fu Alan Parker a offrirmi la possibilità. Gli era piaciuta I feel love, e mi chiese di fare la colonna sonora a patto che per una precisa scena gli scrivessi un pezzo come quello, e io realizzai Chase ».

Eppure se pensiamo a lei come autore di colonne sonore, la prima e più forte immagine è quella di “Flashdance”.

«Vero, ma dipende dal fatto che in Flashdance è più forte l’intreccio tra musica, immagini e danza, e lì nel finale quando Jennifer Beals balla sulla mia musica l’abbinamento è davvero forte».

È vero che da giovane partecipò al Cantagiro?

«Oh sì, credo fosse il 1969, allora mi presentavo come George, capelli e baffi lunghissimi, avevo inciso il singolo Luky luky, ricordo che toccammo qualcosa come 56 città, senza un attimo di sosta, però era divertente e il pezzo non andò malissimo. In Spagna fu un successo».

Possiamo provare a immaginare tra le tante sue collaborazioni quella più facile e quella più difficoltosa?

«La più facile è stata quella con Donna: abbiamo lavorato insieme cinque anni, e siamo rimasti amici fino alla fine. Le piaceva il grattacielo in cui vivevo a Los Angeles e si comprò un appartamento nello stesso palazzo. Lei all’inizio era niente, sconosciuta, abbiamo fatto una bella strada insieme... Tra le più difficili ricordo quella con Freddie Mercury: era bravo in tutto e aveva una personalità molto forte. Non era mica facile fargli notare che magari una nota non era quella giusta...».

Quanto c’è d’italiano nel suo modo di comporre?

«Niente dal punto di vista tecnologico. Ma nelle melodie sono totalmente italiano. A ben vedere anche un pezzo come Take my breath away (per Top Gun, ndr) poteva essere una canzone napoletana…».

Moroder ride e accenna a cantare il pezzo in stile napoletano. Accanto a lui c’è Karen Harding con cui ha inciso il nuovo singolo

Good for me. Toccherà a lei stasera il medley dei successi più celebri. «Oh sì, lei è bravissima. Volevo mandarle i miei vecchi pezzi per la performance di stasera. Mi ha detto: non serve, li so a memoria».

 

 

GIOVEDI

CORNACA FUMAROLA TOTTI

DALLA NOSTRA INVIATA

SANREMO

PARTE col brivido della sfida tra le Nuove proposte la seconda serata del Festival. Le canzoni fanno male canta la ricciolona Marianne Mirage, eliminata insieme a Braschi, che — criticato da Salvini, instancabile — affrontava con Nel mare ci sono i coccodrilli, il tema dell’immigrazione. Francesco Guasti con Universo e Leonardo Lamacchia con Ciò che resta, accedono alla finale dei giovani di domani. Caos votazioni in sala stampa, come l’anno scorso, per un guasto ai “votatori”. Nando Pagnoncelli assicura che il verdetto non sarebbe cambiato.

Carlo Conti parte senza Maria De Filippi che distribuisce in platea il portachiavi con la sagoma del conduttore. A furia di essere chiamata “queen Mary” deve averci creduto: porta un collier di diamanti e smeraldi degno della regina Elisabetta. Perché invitare tanti ospiti quando c’è Francesco Totti? Con lui il festival va in gol. Autoironico, reduce dal trionfo della Roma con la Fiorentina, squadra di Conti («Ciao campione», lo saluta il conduttore), è un talento comico naturale. Presenta Nesli & Alice Paba, vincitrice di The voice: «Che forse, boh chissà, l’ha fatto pure Ilary, poi vedo a casa». Ma è nell’intervista a dare il meglio di sé. In caso di difficoltà economica, accetterebbe come in Proposta indecente che la sua donna passasse una notte con un milionario? «No perché sono troppo geloso. Ma forse lo chiederei a lei». Se il figlio Cristian nascondesse una maglia della Lazio nel cassetto? «Rispetterei la scelta, ma me pare impossibile». Il brano scritto da Cheope diventa di Sciopé, e l’Ariston esplode in una risata. «Gli scherzi? Una volta nello spogliatoio ho trovato i calzini tagliati, uscivano le cinque dita, sembravo Padre Pio (che portava i guanti senza dita, ndr) ». Totti tra vent’anni? «Non mi vedo più come giocatore, si saranno stufati. Occuperò un ruolo, nella Roma o anche no». Pubblico in delirio per i palloni autografati calciati in galleria. La canzone preferita di Sanremo? «Povia, Il piccione ». Applausi.

Dopo il 50% di share, Maurizio Crozza affronta Carlo & Maria. «Per governare il paese non avreste neanche bisogno del premio di maggioranza, vi ha già chiamato Mattarella per darvi l’incarico? Rimedio io». Ed ecco la parrucca argentata e gli occhiali del Presidente: «Care Marie, cari Carli, voi due avete la maggioranza del paese, ho sciolto le Camere. Gentiloni non l’ho avvertito, tanto lui dove lo metti sta: se sta al governo governa, se lo metti alle finestre fa i vetri. Formate un nuovo governo entro sabato: per i ministri fate voi, tanto chiunque, anche Clementino, farebbe meglio di Padoan. Suggerisco solo agli Esteri Al Bano invece di Alfano: cambia una consonante, ma raddoppia la conoscenza dell’inglese».

Poi l’invito a fare figli: «Italiani, trombate. Sono felice perché è partita la gara dei giovani. Godiamoceli, potrebbero essere gli ultimi. A Sanremo quando nasce un bambino lo portano in trionfo come il Re Leone» insiste Crozza. «Il comico fisso sono io, che ho quasi 60 anni. Totti ha cominciato a giocare con Sivori e lo chiamano ancora Pupone. Vuole uno stadio nuovo per avere la panchina con alzata assistita». L’omaggio alle donne: «In Italia la notizia che un’azienda assume una donna incinta di nove mesi finisce in prima pagina, come se Trump baciasse un messicano. Se una donna è in stato interessante, lo Stato è disinteressato. Perché lo Stato è maschio. Le donne fanno figli, se ne occupano, si laureano con voti migliori, e non trovano lavoro. E quando lo trovano vengono pagate meno di noi. Dio ha fatto Adamo e poi con l’upgrade ha fatto la donna». Saluta: «Totti è un grande, ha presentato benissimo. Ho capito chi condurrà il prossimo festival: Bonolis».

Robbie Williams bacia queen Mary sulla bocca, Keanu Reeves suona il basso, vabbè, poi svela che il fidanzato italiano della sorella ascoltava Vasco Rossi, avanspettacolo col trio Brignano-Cirilli- Insinna, meno male che arrivano i Biffy Clyro.

Tutto l’Ariston canta con Giorgia, voce strepitosa, che saluta Pippo Baudo. Poi sì, c’è la gara dei Big: gli ultimi tre classificati (Bianca Atzei, Raige e Giulia Luzi, Nesli & Alice Paba) stasera si giocano la finale.

 

LIVINI MARTEDI

NAZIONALE - 07 febbraio 2017

 

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7/2/2017

SPETTACOLI

I numeri.

Kermesse in attivo per 1,5 milioni di euro a puntata E crescono gli inserzionisti che preferiscono investire sui social

Il bilancio record del festival la Rai incassa oltre 7 milioni

ETTORE LIVINI

SE il Festival di Sanremo è lo specchio del Paese, l’Italia e i suoi conti pubblici possono dormire tra due guanciali. Sette anni fa la kermesse della canzone tricolore era una macchina da perdite come il bilancio dello Stato: ogni puntata generava un passivo di 1,5 milioni di euro.

SEGUE A PAGINA 47. CASTALDO, DIPOLLINA E FUMAROLA ALLE PAGINE 46 E 47

Carlo Conti e Maria De Filippi FOTO: ©ANSA/CLAUDIO ONORATI

PUBBLICITÀ e biglietti non bastavano a coprire le spese per orchestra, fiori e artisti.

Oggi la situazione si è capovolta: la spending- review sanremese ha sforbiciato del 24,6% i costi dal 2010. Gli incassi da spot sono decollati, volando dai 12 milioni di sette anni fa ai 23 netti previsti quest’anno. Risultato: il Festival – purtroppo in largo anticipo sul Belpaese – ha raddrizzato i suoi conti. L’edizione 2017 andrà in archivio con un guadagno di 1,5 milioni a serata. La Rai - dice il tam tam di settore – si metterà in tasca 7,5 milioni di utili in meno di una settimana. E Carlo Conti – con buona pace delle polemiche sul suo compenso (pare 650mila euro) - proverà a diventare il conduttore più redditizio in termini di audience del Festival, titolo sfiorato lo scorso anno: nel mirino c’è il record di Antonella Clerici, pagata 10.455 euro per ogni punto di share, il 40% in meno rispetto agli anni d’oro in cui il cachet di Paolo Bonolis, Michelle Hunziker e Giorgio Panariello viaggiava attorno al milione di euro.

L’austerity di Sanremo ha un regista occulto - quella Corte dei Conti che ha contestato a più riprese alla Rai lo squilibrio del bilancio - e non ha guardato in faccia nessuno. La vittima numero uno, ora non a caso recalcitrante, è la città ligure. Nel 2010 viale Mazzini le versava oltre 9 milioni, la somma pattuita per l’uso del marchio di proprietà del Comune. L’affitto è sceso a sette milioni nel 2013 fino a crollare ai 5,25 di quest’anno, dando un contributo decisivo al ritorno all’utile.

Ora che il barometro è tornato sul bel tempo, Sanremo ha deciso di puntare i piedi. A fine 2017 si dovrà rinnovare la convenzione triennale tra le parti e il sindaco, dopo aver tirato la cinghia, batte cassa per un aumento: «I rapporti con la Rai sono ottimi, ne parleremo con calma», ha dichiarato il primo cittadino Alberto Biancheri. Pronto però a giocare al rialzo minacciando di mettere all’asta tra tutti gli operatori tv l’organizzazione dei prossimi Festival.

I tagli dell’organizzazione hanno toccato quasi tutte le voci di bilancio. Qualche centinaio di migliaia di euro è stato sforbiciato alle scenografie, un netto risparmio è arrivato grazie al restyling delle giurie demoscopiche, mentre la caccia alla star sbanca-audience ha spedito sull’ottovolante un anno su e uno giù - il costo di ospiti e conduttori, che viaggia attorno ai 3 milioni l’anno. Cifra destinata nel 2017 a sgonfiarsi grazie alla partecipazione a titolo gratuito di Maria De Filippi.

La vera svolta sui conti è stata garantita dal boom delle entrate, quasi raddoppiate in sette anni: Rai Pubblicità ha fissato il budget dei ricavi da spot 2017 a quota 26,5 milioni lordi, obiettivo che sarebbe già stato centrato, 5 milioni in più dell’edizione 2013. Un boom che ha cancellato il ricordo dei 20,6 miliardi bruciati tra 2010 e 2014. A gonfiare gli incassi c’è pure il tesoretto garantito dalla versione digitale del Festival. Twitter ha dedicato a Sanremo un emoji (appaltato prontamente a uno sponsor). Il sito della Rai riservato all’evento - ha spiegato viale Mazzini nella brochure distribuita agli aspiranti inserzionisti - macina 1 milione di utenti unici al giorno e 20 milioni di pagine viste. I fan della pagina ufficiale Facebook (oltre 407mila “mi piace”) sono cresciuti del 66% in un anno, le interazioni su Twitter del 43 % a oltre 2,5 milioni. Sono solo canzonette, come dice Edoardo Bennato. Ma oggi, a conti risanati, valgono oro.

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Tagliati anche i fondi destinati al comune ligure: dai 9 mln del 2010 ai 5,25 di oggi



CASTALDO SUI PUBBLICI

GINO CASTALDO

SANREMO

NEMMENO il pubblico è più quello di una volta. Men che meno quello di Sanremo, un tempo osannato dai fanatici del nazionalpopolare, oggi frantumato dal moltiplicarsi dei media, dall’iperbolica diffusione dei social, dall’offerta esponenziale di fonti sempre più differenziate. E infatti il cast del 67mo festival di Sanremo sembra un deferente tributo a questa nuova realtà. Quello che una volta era il classico manuale Cencelli della canzone, che doveva accontentare esigenze di spettacolo, raccomandati, parenti, pressioni di mercato, sembra oggi essersi adeguato alla consapevolezza che quel vecchio leggendario pubblico da festival che per una settimana univa in un respiro comune casalinghe di Voghera e professionisti, studenti e lavoratori, è stato sostituito da tanti pubblici diversi, spesso poco comunicanti tra di loro, con stili, comportamenti e abitudini di consumo molto diverse. La lista dei 22 big in gara al festival più che una scelta è un mosaico. Un esempio: chiedete ai vostri amici, informati, attenti, partecipi, chi è Michele Bravi. Forse vi risponderanno con un’espressione vacua, soprattutto quando gli direte che è tra i big in gara. Eppure Bravi è una star della rete, è un cosiddetto influencer, ogni suo gesto provoca un’onda lunga targata social. Prendiamo Elodie e Sergio Sylvestre, certamente molto familiari a quelli che seguono il talent di Maria De Filippi. Ma per gli altri? E poi c’è Clementino, molto noto nell’universo rap, decisamente un protagonista, ma certo non conosciuto universalmente, lo stesso vale per Lodovica Comello, Bianca Atzei, certamente familiare a quelli che hanno seguito il Tale e quale show di Carlo Conti ma non a quelli che non guardano la tv generalista. E poi Ermal Meta, Alice Paba, Raige, Giulia Luzi, più che sconosciuti sono artisti noti a più frammentati settori di pubblico. Guarda caso i nomi più trasversali sono i veterani: Fiorella Mannoia, Masini, Al Bano, D’Alessio, Ron e non solo perché hanno più storia e più carriera, anche perché sono cresciuti in un’epoca in cui le informazioni erano più omogenee, meno disperse. Sono quelli abituati a parlare a un pubblico vasto, indistinto. Fate caso ai concorrenti più giovani, sono ben consapevoli di essere figli di una nuova era, dove il “pubblico” non esiste più, e al suo posto ci sono tanti territori diversi, tutti da conquistare.

 

 

ALBERTO MATTIOLI





Signora De Filippi, gli ascolti sono ottimi, la Rai soddisfatta, Mediaset chissà. Lei è più sorpresa o più contenta?
«Sorpresa e contenta. Anche perché avevo paura».
Non è da lei.
«Invece sì. I miei programmi sono miei perché li penso e li invento dall’inizio alla fine. Se ho cominciato ad andare in video è perché volevo che andasse in onda tutto quel che avevo in testa e come lo avevo in testa. Non sono una conduttrice, sono un’autrice che conduce. Ovviamente, al Festival non è così».

E allora perché ha accettato di farlo?
«Perché mi fidavo di Carlo».
Non ri-raccontiamo tutta la storia della vostra reciproca stima e via tubando...
«In realtà in comune abbiamo un’idea della televisione. Entrambi pensiamo che sia solo un elettrodomestico».
Quindi?
«Quindi sia lui che io non andiamo in tivù a spiegare com’è la vita, ma a raccontarla. Compreso quello che della vita non piace, il che spiega come i miei programmi talvolta facciano discutere. Io non penso che la tivù serva a educare la gente. Per questo ci sono la famiglia, la scuola».
Però questo Sanremo ha la tipica componente deamicisiana di Rai 1: gli eroici soccorritori del terremoto, i nostri bravi soldati, la levatrice stakanovista e così via.
«Certo, e aggiungo che io mi sono presa le parti dello show più “mie”, come le storie, appunto. Però le ho anche raccontate alla mia maniera. Quando ho presentato l’impiegato di Catania andato in pensione senza aver fatto un solo giorno di malattia, ho ricordato che per la Costituzione l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e che molti, come il 40% dei giovani, il lavoro non l’hanno. L’impiegato modello è un esempio, o forse un’utopia, e poi ci sono i fatti. Io non giudico. Racconto la realtà com’è, non come dovrebbe essere. Altrimenti, la tivù è pericolosa».
Perché pericolosa?
«Un conto è esprimere le proprie opinioni al bar, un altro farlo lì. Perché diventano subito dogmi, totem: “L’ha detto la tivù”. E questo non mi piace».
Perché tutti la chiamano Maria e solo Maria? Il precedente è - come dire? - piuttosto impegnativo.
«È sempre la questione dell’elettrodomestico. Il pubblico mi vede come una persona, non come uno stereotipo. Pensi allo scalino».
Lo scalino?
«A un certo punto mi ci sono seduta sopra. Non è una posa da Sanremo. Ma lo faccio a Uomini e donne, e lo faccio perché registro quattro puntate di fila e a un certo punto mi stanco. Mi siedo lì non per fare il personaggio, ma semplicemente perché ho bisogno di sedermi».
Però i defilippologi fanno notare che all’Ariston lei è elegantissima, mentre nei suoi programmi è molto più sportiva.
«Mi adeguo alla tradizione di Sanremo. Fuori da qui, io i vestiti me li compro, non ho sponsor, e a C’è posta per te mi sembrerebbe sbagliato vestirmi da sera per parlare di persone che alle volte faticano ad arrivare alla fine del mese».
Confessi: le canzoni le piacciono?
«Alcune sì, altre no. Come a tutti, credo. Sono felice di non aver dovuto sceglierle. Per questo c’è Carlo».
Lei potrebbe fare un programma di Conti? E Conti uno suo?
«Io non potrei mai fare un quiz. Invece Carlo potrebbe condurre il serale di Amici senza problemi».
La sua presenza a Sanremo è la fine della guerra Rai-Mediaset?
«Mi sembra una guerra anacronistica. E poi Mediaset ha sempre prestato i suoi artisti al Festival. Penso a Mike, a Vianello, alla Hunziker».
È più seccato Piersilvio o Confalonieri?
«Piersilvio non ha fatto obiezioni, Confalonieri non so, ci sentiamo sì e no tre volte all’anno».
Questo Sanremone è così gay-friendly perché c’è un’icona gay come lei?
«Secondo me, è come è sempre stato. Semplicemente, una volta non se ne parlava e adesso sì. Com’è giusto».
Il commento che le ha fatto più piacere?
«Forse quello di mio figlio. Lui Sanremo in tivù non lo guarda. Però su Internet ha trovato la foto del bacio con Robbie Williams e mi ha subito chiamato: ma cosa mi hai fatto? La gelosia dei figli fa piacere».
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LUNGHEZZA DELLE SERATE

Lo show che batte tutti i record
boccia Al Bano, Ron e D’Alessio

Tra i Giovani vince il ventenne napoletano Lele lanciato da “Amici” Fuori anche Giusy Ferreri. Intanto il Festival macina ascolti e ore di tv

Alberto Mattioli

Ci sono volute quattro estenuanti serate, ma a Sanremo c’è il giovin vincitore delle «Nuove proposte»: si chiama Lele, la canzone Ora mai. Napoletano, ventenne, ex Amici: Maria De Filippi colpisce ancora. Il secondo classificato, Maldestro, si consola con il premio della critica. Clamoroso il verdetto sui big: tornano a casa Giusy Ferreri, Ron, Gigi D’Alessio e Al Bano. L’Ariston rumoreggia e protesta.
Il Festival si sta baudizzando e diventa un vero Sanremone non solo per gli ascolti, altissimi, ma anche per la lunghezza, interminabile. I conti di Conti sono presto fatti. Martedì, la messa cantata è durata dalle 20.29 alle 00.54, compreso il PrimaFestival ma escluso il DopoFestival, che finisce, ammesso che finisca, talmente tardi da essere contabilizzato negli ascolti del giorno seguente. Mercoledì, dalle 20.40 alle 00.50; giovedì, dalle 20.41 all’una e 13. Siamo sulle quattro ore e mezza a serata, che moltiplicate per cinque sere danno 22 ore e mezza.
Di conseguenza, il Conti ter diventa il secondo show più lungo della storia dell’umanità, battuto da Ka MOUNTain and GUARDenia Terrace, l’immane spettacolo-installazione di 168 ore in sette giorni realizzato nel 1972 da Bob Wilson sui monti dell’Iran: secondo alcuni, una delle cause della successiva rivoluzione khomeinista. Tuttavia, il Sanremone dura più delle ventidue ore in due giorni del Faust di Goethe integrale di Peter Stein a Berlino nel 2000 e delle venti del Padiglione delle peonie, mattonata del teatro classico cinese riesumata da Chen Shi-Zheng nel ‘99 (ma i tradizionalisti non gradirono: ritmi troppo veloci, pare).
Il Festival polverizza anche L’anello del Nibelungo di Wagner, che dura una serata e otto ore di meno benché, volendo, la musica sia un po’ migliore. In conferenza stampa, Conti si è difeso dicendo che i suoi tempi sono quelli previsti. Però gli è anche scappato detto che giovedì ha avuto l’impressione di essere in ritardo, e invece era puntuale: segno che i giornalisti condannati alla visione coatta non sono i soli ad avvertire un certo senso di saturazione.
Idem ieri sera, con la finale dei «gggiovani», un’altra micidiale infilata di venti canzoni e un po’ (un po’ molto) di arte varia più prevedibile di un ritornello della Atzei, insomma il solito fritto misto (con la stessa digeribilità). In ordine di apparizione: il nonno eroe dell’attentato di Nizza, Marìca Pellegrinelli, in arte moglie di Eros Ramazzotti, Antonella Clerici, Beppe Vessicchio (finalmente), il Montalbano Luca Zingaretti, Giorgio Moroder, il dj Robin Schulz e altra umanità di imprecisati meriti. Maurizio Crozza fa Nando Pagnoncelli poi propone il Sanremellum come nuova legge elettorale. Conti e De Filippi ormai sono una coppia di fatto. Lui però fa un gran pasticcio sulle foibe, ieri era la Giornata del ricordo.
Tutta l’attenzione era comunque per Virginia Raffaele che fa un’esilarante Sandra Milo, caso raro di qualcuno con l’arte e pure con la parte. Quando compare un professionista a Sanremo si è sempre sorpresi e grati, perché purtroppo nello spettacolo uno non vale uno, e l’università della vita conta meno di un po’ di abilità riconoscibili tipo saper ballare-cantare-recitare-imitare.
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Ah, naturalmente «il quadro musicale è perfetto», versione 2017 del tradizionale «l’importante sono le canzoni», che invece sono solo una tediosa pausa per accrescere la suspence sulle vere questioni importanti, come sarà vestita Maria, cosa dirà Crozza e cosa faranno gli ospiti Tiziano Ferro, Ricky Martin, Paola Cortellesi, Raoul Bova & Co. Poi, certo, qualcuno che canta purtroppo c’è sempre.

 

EX FRAMMENTI

 

2007

nel 2005 Bonolis per fare Sanremo prese cinque milioni.

 

Cinque milioni di euro? Ma non è una somma spropositata?

Dipende. Fece il 53 per cento d’ascolto e garantì alla Rai degli ottimi importi in termini pubblicitari. L’anno scorso Panariello prese un milione di euro, Illary Blasi mezzo milione e Victoria Cabello 400 mila euro. E il Festival fece 15 punti di share in meno.

 

Un certo giorno dell’anno 2006, in un’Italia che non ha mai avuto il Festival di Sanremo, un giovane inventore di format, magari americano, si presenta alla direzione di Raiuno e propone di mandare in prima serata per cinque giorni consecutivi una gara di canzoni nuove cantate da cantanti vecchi e giovani. Secondo lei, la direzione di Raiuno che cosa gli risponde?

 

Che cosa gli risponde?

Lo pregano di accomodarsi ed è persino possibile che non lo ricevano neanche. E sa perché? Perché le canzonette in televisione tirano molto poco, anzi non tirano niente. Arbore, quando ha voluto fare un po’ di musica, s’è nascosto a mezzanotte e lo slogan del programma era «Meno siamo, meglio stiamo...». Celentano fa il boom, ma non per le canzoni, fa il boom perché è Celentano (e comunque si presenta ogni due-tre anni). Stesso discorso per Fiorello: vince perché è Fiorello. Quindi le canzoni, come format televisivo, non esistono e infatti nelle ore che contano non c’è nessun vero programma di canzoni su nessuna rete. Quindi i dirigenti di Raiuno, giustamente, boccerebbero senza pietà l’idea del nostro giovane americano di far la gara di canzoni. E avrebbero anche ragione.

 

Sta dicendo che Sanremo ha successo perché... già esiste?

Esattamente, Sanremo ha successo perché ha alle spalle 57 anni di vita e appartiene alla tradizione italiana più profonda, quella del canto. Ha creato personaggi di caratura mondiale e lanciato motivi di successo apparentemente eterno, come Volare (1958). Modugno, Mina, Celentano, Milva, Morandi, Gino Paoli eccetera eccetera: vengono tutti da lì. La prima edizione è del 1951. Tutte le canzoni erano interpretate da due soli cantanti, Nilla Pizzi e Achille Togliani, aiutati dal duo Fasano e diretti dal maestro Cinico Angelini. Presentava Nunzio Filogamo, trasmetteva la radio. La televisione non esisteva. Il pubblico di Sanremo, che adesso è anziano, a quell’epoca era bambino e il giorno dopo canticchiava facilmente Papaveri e papere o Vecchio scarpone. Nel ’53 i giornali avevano già 60 inviati sul posto. Nel ’60 uno degli inviati era Oriana Fallaci. La trasformazione di quel festival povero e romantico in quello di adesso che parla di mafia, disoccupati e sesso è parallela al cambiamento del paese e alla trasformazione dei bambini di allora nei poveri vecchietti che oggi gonfiano lo share. Come vuole che una cosa che sta con questa forza nel ventre del paese abbia poco successo? Basta farla come va fatta e l’applauso è garantito.