Gazzetta dello Sport, 12 febbraio 2017
Il Festival, canzoni a parte
Ci viene chiesto un bilancio del Festival di Sanremo numero 67, e naturalmente non parleremo di canzoni.
• No?
No. Ci intendiamo poco di canzoni, scriviamo prima che il nome del vincitore venga comunicato, e poi è opinione comune che al Festival le canzoni siano sempre meno importanti. Secondo alcuni si tratta addirittura di intervalli non sempre graditi in mezzo a tutt’altro. Che cos’è questo tutt’altro? In due parole non lo sa dire nessuno. Del tutt’altro fanno parte i conduttori, uno della Rai e una di Mediaset, gli ospiti, provenienti da mezzo mondo, i casi umani da raccontare, possibilmente strappalacrime, l’addio del passato, ormai fisso tutti gli anni al giovedì, i comici che fanno le imitazioni e non sempre tutti ridono, le belle donne che fanno vedere il capezzolo, oppure, quest’anno, la bella coscia, allargandosi di proposito l’abito rosso cucito da Alberta Ferretti, con relativa cascata di accuse e controaccuse. Direi che tutto alla fine è risultato «come al solito». Un tocco in più forse è venuto dagli sportivi. Totti, un comico naturale, ha tirato calci a palloni firmati facendo impazzire i collezionisti nascosti tra il pubblico. Poi dovendo pronunciare «Cheope», l’ha preso per un francese e ha detto «Sciopé». Tra le canzoni gli piace quella del piccione di Povia, inevitabile allusione all’aquila dei laziali (lui nega). Sono rimasto abbastanza impressionato anche dall’arrivo di Valentina Diouf e Marco Cusin, due stangoni che superano i due metri. Conti e la De Filippi hanno fatto gli scemi confrontandosi con le loro altezze, ma non lo sanno che i campioni di volley e di basket hanno da essere ben piazzati?
• La direzione del giornale non ci chiede questi riassuntini, ma un bilancio.
Mi concentrerei sul numero del Festival, 67. Significa che andiamo a Sanremo da 67 anni, cioè dal 1951 compreso. Aggiungo che le giurie erano guidate da Giorgio Moroder, 76 anni, che la Mannoia (secondo noi destinata a vincere) di anni ne ha 63, lo Zucchero di ieri sera ne ha 62, Al Bano, anche se eliminato di brutto, sta sempre sui 73. Maria De Filippi e Carlo Conti, tutti e due del 1961, sembrano al confronto, con i loro 55 anni, due ragazzini. Dico questo perché veniamo da una stagione in cui pareva che per gli ultraquarantenni non ci fossero speranze, e invece il Festival, che ha fiato e vista lunghi, i vecchietti non solo li tiene in campo ma li valorizza. L’ha detto anche Crozza: «Il comico fisso sono io, che ho quasi 60 anni. Totti ha cominciato a giocare con Sivori e lo chiamano ancora Pupone. Vuole uno stadio nuovo per avere la panchina con alzata assistita».
• Avete torto, sia lei che Crozza. C’erano anche tanti giovani. Non solo la Leotta gamba-lunga (25 anni), ma anche Lodovica Comello e Greta Menchi, per non parlare dei cantanti giovani (e vincitori), il defilippiano Lele e Maldestro.
Quella è l’intelligenza di Carlo Conti, che ha mescolato i pubblici, consapevole che oggi si può essere famosissimi su internet, con sei milioni di seguaci (tipo Comello), e totalmente ignorati in altri settori della comunicazione. L’abbinata De Filippi-Conti serve a mescolare i pubblici di Mediaset e Rai, Crozza ha portato di sicuro spettatori della sua vecchia rete, la 7, e della sua nuova rete, Discovery. L’accoppiata Leotta-Comello garantisce gli spettatori di Sky. E c’erano presenze studiate per accontentare gli ascoltatori della radio o le major. A questa frittata, messa insieme senza badare troppo alla qualità, si pone rimedio con gli interpreti indiscutibili, come Tiziano Ferro o la Mannoia.
• Che mi dice del fatto che il Festival dura sempre di più?
Quattro ore e mezza a serata, il che rende ancora più straordinario lo share medio intorno al 50%. Alberto Mattioli ha calcolato che il terzo Sanremo di Carlo Conti è il secondo show più lungo della storia dell’umanità, dopo il Ka MOUNTain and GUARDenia Terrace realizzato da Bob Wilson nel 1972 sui monti dell’Iran e che durava 168 ore spalmate su sette giorni. Partecipano a questo campionato anche il Faust di Goethe messo in scena da Peter Stein a Berlino nel 2000 (22 ore in due giorni) e il Padiglione delle Peonie riesumato da Chen Shi-zeng nel 1999, un classico del teatro cinese che dura venti ore.
• Com’è andata dal punto di vista economico?
Sembrerebbe bene. Rispetto al 2010 i costi sono stati tagliati del 24,6%, gli incassi da spot sono passati dai sette milioni di sette anni fa ai 23 netti di quest’anno. Il margine dovrebbe essere di sette milioni e mezzo. È stata tagliata pure la città di Sanremo, che nel 2010 incassava dalla Rai 9 milioni e quest’anno ne ha presi 5,25. Il contratto con viale Mazzini scade quest’anno e il sindaco della città annuncia per il rinnovo gare aperte alla concorrenza di tutte le reti. Ma il Festival non è Miss Italia e ha una sola collocazione possibile: Raiuno. Un po’ come Carlo Conti, che Berlusconi vorrebbe a Mediaset, ma che non avrà per la semplice ragione che ci sono programmi e personaggi che sono da Raiuno e non possono stare che su Raiuno. Carlo Conti, appunto, è uno di questi.