il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2017
Geert, il Trump arancione tutto Twitter e anti-Islam
L’Islam e l’Occidente? Portatori di valori incompatibili. Gli immigrati? Troppi, dobbiamo respingerli. L’Europa e l’euro? Da distruggere. Benvenuti nel mondo di Geert Wilders, anche detto “il Trump olandese”, riferendosi non solo alla vaga somiglianza estetica della chioma bionda ossigenata, ma soprattutto alla consonanza di idee con il presidente americano. Sovranista, xenofobo, leader dell’estrema destra di quei Paesi Bassi in cui i principi liberali hanno subito dopo il 2000 un mutamento drastico e decisivo, il 53enne fondatore e leader del Pvv (Partito della libertà o Partij voor de Vrijheid in nederlandese) è accreditato come il probabile vincitore delle elezioni del 15 marzo, anche se molto difficilmente riuscirà ad avere i numeri per formare il governo.
La sua vittoria farà comunque la gioia di Marine Le Pen e di Matteo Salvini, suoi alleati all’Europarlamento nel gruppo euroscettico Europa delle Nazioni e della Libertà, in buona compagnia con il blocco fiammingo e l’estrema destra austriaca. Ma con il timore da parte di molti altri che la sua ascesa possa rappresentare l’inizio di una slavina anti-europea che partendo dall’Aia coinvolgerà Parigi e chissà, forse Berlino.
Di nuovo riferendosi a The Donald, c’è chi parla apertamente di Wilders effect, ovvero, le conseguenze di Wilders fuori dai confini olandesi. Il suo possibile successo avrà pure un impatto secondario rispetto ai due eventi capitali che hanno segnato il 2016 – la Brexit a giugno, l’elezione di Trump a novembre –, ma rafforzerebbe comunque le speranze di successo dei nemici di Bruxelles.
“Wilders rappresenta la variante olandese delle varie proteste contro la globalizzazione che si fanno strada dagli Usa all’Europa”. Maarten van Aalderen è corrispondente del conservatore Telegraaf, il principale quotidiano dei Paesi Bassi. “La specificità del fenomeno in Olanda consiste nel fatto che Wilders è filo-Israele e al tempo stesso strenuo difensore dei diritti dei gay. Un elemento con cui il leader del Pvv gioca spesso in funzione anti-Islam”.
L’Islam, appunto: il focus principale della sua campagna elettorale, combattuta sotto lo slogan inequivocabile “Stop Islam”. Questo significa non solo guerra culturale ai seguaci del Corano, ma anche un blocco netto dell’immigrazione. “Impedendo all’Islam di distruggere la libertà (nostra, dell’Occidente, ndr) noi non stiamo violando la libertà, bensì la stiamo preservando”, scrive lo stesso Wilders sul blog di Breitbart.com, il sito della nuova destra Usa già diretto dall’attuale stratega di Trump Steve Bannon.
A tamburo battente sullo scontro di civiltà, l’ascesa di Wilders come leader nazionale di prima piano ha una lunga storia. Tutto comincia nel 2004, quando il regista Theo Van Gogh viene ucciso da un’estremista musulmano dopo l’uscita del suo cortometraggio Submission, che documenta il ruolo della donna nel mondo arabo.
L’allora poco noto deputato Wilders parla di “ideologia fascista” dell’Islam e comincia a seguire le tracce di Pim Fortuyn, politico dell’estrema destra ucciso due anni prima per mano di un attivista dei diritti animali. Lasciato il partito conversatore (Vvd), lancia la sua creatura politica (il Pvv, appunto) nel 2006. L’anno successivo produce Fitna – “guerra civile”, “divisione” in arabo -, cortometraggio che pretende di documentare il disagio degli olandesi per Allah e che gli vale il divieto di recarsi nel Regno Unito nel 2009: il suo verbo di intolleranza minaccia la convivenza pacifica, motivano le autorità di Londra. Seguono due processi in patria per incitamento all’odio razziale, l’ultimo dei quali in riferimento a un comizio del 2014 durante il quale scandì: “Meno marocchini!”.
Un altro tratto che lo avvicina all’internazionale anti-establishment è sicuramente il sapiente uso dei nuovi mezzi d’informazione. “Wilders fa anche delle cose che in passato i politici non avrebbero mai fatto”, osserva ancora Van Aalderen. Pochi giorni fa, per esempio, il suo staff social ha photoshoppato una foto di arabi pro-sharia inserendo un politico di centrosinistra.
Dopo aver ricevuto forti critiche per questo uso dei social che distorce decisamente la realtà, Wilders non si è scusato, anzi ha reagito in modo brusco. “Nessuno scrupolo morale, come Trump. Ma questo non è nella nostra tradizione”, conclude Van Aalderen. Profondamente diffidente nei confronti dei media tradizionali, il leader del Pvv preferisce Twitter e i social media rispetto ai giornali e perfino alle interviste tv. I suoi 763.000 followers su Twitter sono dal suo punto di vista il miglior veicolo per il suo messaggio.
Il punto è che il wilderismo detta l’agenda al diretto rivale, il conservatore premier uscente Mark Rutte. Per quanto di fede europeista, Rutte ha colto che il cuore del problema è rappresentato dalla massiccia presenza di immigrati turchi e marocchini nelle periferie degradate. D’altra parte, l’economia in ottima salute non sembra esser tema di contesa elettorale. Così Rutte ha impostato la sua campagna al grido di: accettate la nostra cultura o andatevene. “Una versione morbida di Wilders”, ha attaccato la direttrice locale di Human Rights Watch Anna Timmerman.
I sondaggi danno il Pvv in vantaggio, al 20% contro il 16% del Vvd. Non abbastanza per formare un governo e sicuramente non con la destra liberale dello stesso Rutte, che sarebbe l’alleato naturale secondo le tradizionali geometrie delle alleanze politiche. Bruxelles può tirare già ora un sospiro di sollievo? Non esattamente, dato che il supporto alla Nexit – l’ipotetica uscita dei Paesi Bassi dall’Unione europea – è balzata dopo l’addio di Londra dall’8 al 25% nelle rilevazioni di opinione.