il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2017
La “generazione Michele” è una tragedia rimossa
Giornali e politici si sono concentrati così tanto sulla disoccupazione giovanile, cioè quella dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni, da non avere tempo e spazio per interrogarsi su quel che succede dopo. Dopo i 25 anni, quando smetti di essere soltanto giovane e vorresti sentirti adulto, magari a 30 quando inizi ad avere la sensazione che il tempo delle possibilità si stia esaurendo. “Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento e privo ormai anche di prospettive”: sono le parole di Michele, un trentenne di Udine che si è suicidato lasciando una lettera poi pubblicata dal Messaggero Veneto che da giorni commuove e anima dibattiti social. È una lettera che racconta il dramma di una generazione che soltanto in Italia non ha nome.
I nati tra il 1980 e la metà degli anni 90 si chiamano “millennials” negli Stati Uniti, “Generazione Y” in Australia e Gran Bretagna, “generazione seriosa” in Norvegia, “generazione Giovanni Paolo II” in Polonia, in Giappone sono i “nagara-zoku”, cioè i multitasking. Perfino in Cina hanno la dignità di un riconoscimento, “ken lao zu”, la generazione che si mangia i vecchi. In Italia no, i trentenni sono così ai margini da non avere neppure un nome. Adesso forse diventeranno “generazione Michele” e chissà se avere un martire aiuterà a uscire dall’oblio.
Il grafico elaborato dall’Ocse che pubblichiamo in questa pagina, aiuta a capire la rabbia “generazione Michele”: fatto 100 il tasso di povertà in Italia (la quota di persone il cui reddito è inferiore alla metà di quello mediano), si può osservare che in alcune fasce di età c’è una percentuale di poveri maggiore e in altre fasce una minore. Negli anni Ottanta i poveri si concentravano tra gli anziani over 75, che avevano tassi di povertà quasi doppi rispetto alla media nazionale, mentre tra i 18 e i 40 anni i tassi di povertà erano inferiori alla media. Nel giro di trent’anni, complice la grande crisi che ha colpito l’Italia dal 2009, la situazione si è invertita. Il tasso di povertà tra gli over 75 calcolato dopo le tasse e i trasferimenti dello Stato era 0,181 nel 1984 e 0,095 nel 2012. Per la fascia 26-40, nello stesso arco temporale, si sale invece da 0,09 a 0,145.
La povertà non è però l’unico problema della “generazione Michele”, che osserva un dibattito pubblico tutto sbilanciato sulle esigenze di pensionati e pensionandi e a ogni obiezione riceve la stessa risposta: non vi lamentate che quelle pensioni, magari anticipate e generose, servono a far campare voi nipoti e figli. “Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere”, ha scritto Michele nella sua lettera d’addio. La sua è la seconda generazione – dopo quella dei call center raccontata da Michela Murgia dieci anni fa ne Il mondo deve sapere (Einaudi) – a vivere le fatiche dell’ingresso nel mondo del lavoro come la promessa di un fallimento esistenziale invece che una prima tappa verso la prosperità.
Questo pessimismo ha qualche fondamento, come dimostra uno studio pubblicato su lavoce.info nel 2013: secondo dati della Banca d’Italia, chi è nato nel 1947, a trent’anni, nel 1977 guadagnava il 10 per cento in più del salario medio dell’intera popolazione. Nel 1984 il clima era già cambiato, i trentenni dell’epoca avevano un reddito superiore appena del 3 per cento alla media. Nel 1991 il differenziale si è già azzerato, poi ha iniziato a invertirsi. Chi è nato nel 1980 arriva a trent’anni guadagnando il 12 per cento in meno della media dell’intera popolazione. Gli economisti hanno riscontrato da tempo che le condizioni dei primi anni di carriera sono cruciali: chi entra nel mercato del lavoro con salari bassi e condizioni precarie farà molta fatica a riprendersi e a raggiungere standard accettabili.
Fin dalle prime analisi del voto al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, si è registrato un comportamento elettorale coerente con queste premesse: tra i giovani under 35 si è registrata sia una maggiore astensione (il 68% contro il 59,1 nazionale, secondo l’istituto Piepoli) sia una maggiore percentuale di No (il 38 per cento contro il 32 nazionale, secondo Ixé).
Nello schema delineato nel 1970 dal politologo Albert Hirschman nel libro appena ripubblicato dal Mulino, Lealtà, defezione, protesta è più propenso a battersi per il cambiamento (opzione “voce”) chi ha l’aspettativa di ottenere qualcosa e ha un forte senso di appartenenza all’organizzazione. Chi ha poco da perdere a scegliere la defezione (“uscita”) non avrà abbastanza incentivi per impegnarsi. È il caso dei membri della “generazione Michele” che hanno così poco da lasciarsi alle spalle – niente reddito, niente famiglia, niente contratto stabile – che spesso preferiscono tentare la sorte all’estero o rinunciare a ogni speranza di cambiamento ritirandosi nella bolla del proprio fallimento anziché tentare di riprendersi uno spazio pubblico da cui sono stati esclusi.