il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2017
Onesti, cioè coglioni
Mentre Virginia Raggi fa le valigie per il suo imminente viaggio a Lourdes con quel che resta della giunta, per un bagno integrale e collettivo nelle piscine di acqua benedetta e (si spera) miracolosa, in Campidoglio fervono i preparativi per trovare il nuovo assessore all’Urbanistica dopo le note intemperanze e incontinenze verbali di Paolo Berdini. Il quale, avendo finito i pannoloni orali, non può più controllare ciò che gli esce di bocca a sua insaputa. La sindaca e quel che resta del suo staff (cioè nessuno) stanno esaminando i curriculum di alcuni urbanisti, ma forse basta molto meno: ci accontenteremmo di una persona normale, dotata di ordinarie sinapsi che colleghino il cervello alla lingua. Ma non è affatto detto che se ne trovi una, almeno tra le poche ancora disposte a entrare in una giunta che cambia assessori con la frequenza con cui la Raggi cambia i collant e Grillo i calzini. Berdini era uno dei fiori all’occhiello della giunta: mentre i giornaloni dipingevano la sindaca come un’infiltrata dello studio Previti, della peggior destraccia, della Spectre e della reazione in agguato, lei cercava in giro assessori competenti e indipendenti, non solo non iscritti, ma neppure contigui al M5S.
E qualcuno lo trovava: Luca Bergamo, organizzatore di eventi culturali con un passato tutto a sinistra, per la Cultura; Paola Muraro, grande esperta di compostaggio di rifiuti con un passato di centrosinistra, per l’Ambiente; e, per l’Urbanistica, appunto Berdini, simbolo delle battaglie anti-cementificazione, uno che più ambientalista e di sinistra non si può, infatti nemmeno Marino si era sognato di chiamarlo nella città dei palazzinari. Persa per strada la capo di gabinetto Carla Raineri, giudice in aspettativa, perché la sua nomina era stata giudicata illegittima dall’Anac di Cantone, la Raggi aveva sondato Raffaele Guariniello, l’ex pm che a Torino per quasi 50 anni ha condotto memorabili inchieste a difesa dell’ambiente, della sicurezza dei lavoratori e della salute dei cittadini: l’ultimo collaboratore che si metterebbe in casa un’associazione per delinquere. O, per dirla delicatamente con Berdini, “una banda”. Queste e altre ragioni ci indussero e tuttora ci inducono a pensare che Virginia Raggi sia una persona perbene e che i suoi molti errori siano in buona fede e non nascondano i turpi moventi che i giornaloni le attribuiscono senza l’ombra di un indizio né tantomeno di una prova: affari, malaffari, mazzette, fondi neri, voti comprati, trame, dossier e familismi amorali. Anche perché i 5Stelle saranno ingenui e sprovveduti finché si vuole.
Ma non tanto da non sapere che per ottenere buona stampa, buona tv e ottimi rapporti con l’establishment c’era un sistema semplice, comodo e redditizio: dare il via libera alla candidatura olimpica del 2024 e chiudere un occhio, anzi entrambi, sulla destinazione dei miliardi che sarebbero piovuti sulla Capitale; e assecondare senza fiatare il presunto “stadio della Roma” (con tutto il cucuzzaro commerciale e residenziale tutt’intorno) che poi – leggere Vittorio Emiliani sul Fatto di ieri per credere – non sarebbe della Roma ma dell’azionista Pallotta e del costruttore Parnasi, perlopiù a spese dei contribuenti romani (anche non romanisti) e italiani. In soldoni: chi vuole rubare o lasciar rubare non chiama gente come Berdini, Bergamo, Guariniello e non si mette di traverso davanti all’unico grande evento e all’unica grande opera in cantiere a Roma per i prossimi dieci anni. E oggi, con due sì al posto di un no e di un ni, alla Raggi&C. sarebbe perdonato di tutto: anche le rapine in banca. Il guaio è che Berdini ha inaugurato una nuova specie faunistica nel già nutrito zoo della politica: l’Onesto Impresentabile. Prima con le interviste autorizzate in cui inopinatamente contestava il no alle Olimpiadi e poi con la chiacchierata “informale” con un cronista de La Stampa, piena di insulti supponenti, volgari e sessisti alla Raggi e ai colleghi di giunta (con i quali, se pensava ciò che dice di loro, non si capisce perché collaborasse).
La sindaca, con tutti i guai che si ritrova, l’ha perdonato accettando le sue scuse. Salvo poi scoprire, con la pubblicazione dell’audio, che anche le scuse erano bugie: le aveva assicurato di aver detto quelle robacce a due amici al bar senz’accorgersi che un giornalista registrava tutto alle sue spalle; invece, dall’audio sul sito de La Stampa, è emerso che aveva parlato col cronista, pur pregandolo di non scrivere nulla (mossa astuta quasi quanto quella di infilare un supplì in tasca a Giuliano Ferrara e pregarlo di non mangiarlo). A quel punto anche l’ultimo filo di fiducia fra la sindaca e l’assessore si è spezzato. Ora si può continuare ad affibbiare solo alla Raggi la colpa di tutto ciò che accade attorno a lei: doveva munirsi di sfera di cristallo e prevedere che la Muraro sarebbe stata indagata per le passate consulenze all’Ama, che Marra sarebbe finito dentro per fatti di 4 anni fa, che Romeo le aveva dedicato una polizza e che Berdini le avrebbe sparlato alle spalle. Ma si può pure essere più seri e analizzare il disastro capitolino chiamando in causa una classe dirigente romana che si è rivelata molto peggio dei 5Stelle: sia quella che, privata delle solite greppie, lavora indefessamente per gettare i barbari giù dal Campidoglio e rimettersi a tavola con i vecchi compari di abbuffate; sia quella che si è messa a disposizione della banda degli onesti ma, anziché aiutarli a diventare meno pasticcioni, ha aggiunto i suoi pasticci ai loro. Qualche giorno fa ci domandavamo perché mai siamo sempre condannati a scegliere fra disonesti e coglioni. Ora possiamo serenamente aggiungere che, salvo rare eccezioni, gli onesti sono anche coglioni.