Libero, 10 febbraio 2017
Abolitemi Sanremo
La presente è solo per testimoniare che esistono ancora quelli come me, abbiamo le rughe, forse siamo in tre, come gli ultimi mohicani o giapponesi, rosichiamo in silenzio ma continuiamo segretamente a pensarlo: il Festival di Sanremo è una m(censura) e andrebbe abolito. Perché è una spesa spaventosa e non è servizio pubblico di niente, non è termometro di niente, racconto nazionale di niente, non rivela il nuovo né il fermento: solo il vecchio e l’incrostazione, la retroguardia e il ritardo culturale dell’ anacronistica Rai. È tutto fuorché un concorso per cantanti, è solo un indisponente squarcio su stipendi, compensi irriguardosi, appalti esterni e agenti famelici altro che casta che fanno aprire le prime pagine su vestiti e spacchi delle sgallettate, niente che non si possa fare in uno studio Rai senza strapagare trasferte senza senso, senza sospenderci dalla realtà per un’interminabile settimana in cui giornalisti anche bravi decidono che è tempo di totale vacanza mentale, perché è “tradizione” come l’ammalarsi d’inverno. Miss Italia in confronto era avanguardia, ma Sanremo fa ascolti spaventosi (da spaventarsi, appunto) e allora si inietta sempre nuovo silicone in un corpaccione macilento anziché ammazzarlo e reinventarlo ex novo. Siamo qui, perderemo sempre, suoniamo ombrosi: ma non molleremo e Sanremo non lo guarderemo, anzi pateticamente pensiamo: io non sono quella cosa lì, non è il mio Paese.