la Repubblica, 10 febbraio 2017
Lactalis, il lungo calvario francese per la conquista finale di Parmalat
MILANO Guerra tra soci, denuncie incrociate, esposti alla Consob. L’assalto finale di Lactalis a Parmalat (ieri è partita l’Opa sul 100%) si consuma come era iniziato – tra mille polemiche – e con una certezza: il latte italiano rischia di andare un’altra volta di traverso ai padroni francesi. Parmalat, salvo sorprese, diventerà tra breveParmalait.
Ma anche l’ultimo miglio della scalata rischia di costare ai Besnier – abituati a gestire l’impero di famiglia in proprio, senza bilanci pubblici e soci tra i piedi – l’ennesima dose di mal di pancia. I fondi guidati da Amber sono in trincea contro i 2,8 euro ad azione offerti («troppo poco»). Il collegio sindacale ha versato benzina sul fuoco, accusando Lactalis di aver causato un danno da 4,3 milioni a Parmalat incamerandosi gli 1,5 miliardi raccolti dopo l’era-Tanzi con le cause alle banche. E i Besnier – stanchi di prendere ceffoni – sono passati al contrattacco, denunciando a Consob «scorrettezze informative», di Amber, da anni la loro spina nel fianco.
Il blitz di Lactalis del resto è stato sin dall’inizio – complici gli autogol transalpini – una vera e propria via crucis per lo scalatore. Il buongiorno, in certi casi, si vede dal mattino. E quando nel marzo 2011 i francesi hanno messo nel mirino Parmalat, sono partiti subito i fuochi d’artificio. Il Commissario Enrico Bondi si è messo di traverso, convinto che l’obiettivo fosse solo il tesoretto di Collecchio. Il governo ha minacciato norme anti-stranieri (mai pervenute). IntesaSanPaolo ha provato a convincere Ferrero a scendere in campo contro i Besnier.
Loro non si sono persi d’animo. Hanno preso le misure a capitalismo e politica italiani – tanto fumo e poco arrosto – e hanno tirato dritto sfoderando l’arma finale: i soldi. Un’Opa a 2,6 euro ad azione che ha portato nelle loro tasche l’83% di Parmalat. Chi temeva che la gestissero con la delicatezza di un elefante in cristalleria, non è stato smentito. I francesi, forti dei 3,7 miliardi spesi, si sono mossi da padroni di casa. Dopo tre mesi hanno spostato a Parigi il tesoretto Parmalat. «Uno scippo» per i fondi. «Una scelta per ottenere rendimenti superiori», ha replicato la società. Costata, certificano i sindaci, 4,3 milioni alla controllata tricolore.
I Besnier hanno concesso subito il bis, cavando dal cilindro il capolavoro dell’auto-vendita: Lactalis (che aveva promesso di fare di Parmalat un polo caseario in Europa) ha ceduto a Parmalat per 905 milioni di dollari le sue attività Usa. I fondi, Amber in testa, hanno contestato prezzo e conflitti di interessi: «È un salasso e una partita di giro per trasferire soldi ai Besnier che devono rimborsare i debiti per la scalata a Collecchio». Tatò, uomo dei francesi, ha risposto per le rime: «Il prezzo è giusto. Comunichiamo poco? È lo stile della casa». Aggiungendo, ciliegina sulla torta, l’attacco a Consob, rea di fare «richieste maniacali e a volte discutibili». La magistratura, preoccupata dell’escalation, ha imposto un commissario. E Parigi alla fine ha riconosciuto uno sconto di 130 milioni a Parmalat («calcolati con meccanismi di garanzia previsti nel contratto», dicono oltralpe a difesa della buona fede). Risultato: malgrado sia «verosimile, se non certo che i vertici di Collecchio abbiano favorito Lactalis», parola dei sindaci, il caso è chiuso. Ora l’Opa sul 100% scriverà l’ultima pagina dello scontro. Ai francesi basta il 2% di Collecchio per vincere per ko. Ma il titolo è a 2,98 euro, sopra l’Opa. Parmalat viaggio verso Parigi. Ma il mercato fiuta sorprese prima del sipario finale.