la Repubblica, 10 febbraio 2017
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La sfida dei Lord, ultimo baluardo contro la Brexit totale
LONDRA Nel mondo alla rovescia, in cui la Cina difende il libero mercato e l’America (di Trump) elogia il protezionismo, c’è anche un altro paradosso: la Camera dei Lord, fino a non molti anni fa ultima vestigia aristocratica del potere ereditario, tuttora composta di membri con titolo nobiliare e nomina governativa, dunque non eletti democraticamente dal popolo, è diventata l’ultima linea di resistenza contro la Brexit. La roccaforte dell’europeismo, nella Gran Bretagna che, in nome della “volontà popolare”, si appresta a tagliare i ponti con l’Europa. Dopo il voto di questa settimana con cui la Camera dei Comuni, dei deputati eletti dalla gente “comune” come suggerisce il termine, ha dato via libera all’uscita dall’Unione Europea, il duello finale fra Theresa May e il fronte che nella Ue voleva restare si consumerà nei prossimi giorni alla camera alta del palazzo di Westminster, quella con i sedili di pelle rossa, quella dei Lord. I quali, nominati per l’appunto da una successione di governi laburisti, prima che i conservatori riconquistassero Downing street, ha un’ampia maggioranza di membri filo-europei o perlomeno simpatizzanti per la Ue. Se votassero liberamente, la Brexit non passerebbe, o come minimo subirebbe emendamenti tali da diventare una “soft Brexit”, una versione di divorzio dal continente molto più morbida di quella vagheggiata dalla premier conservatrice.
La quale deve essere abbastanza preoccupata di assistere, proprio come in un paradossale ribaltamento della storia, a una ribellione dei Lord, da avere minacciato, secondo le indiscrezioni che circolano a Londra, di abolire la loro camera una volta per tutte, se oseranno opporsi al volere suo, del popolo, insomma del referendum del giugno scorso. Riferita da Bbc e giornali, la voce che il governo sarebbe pronto a lanciare una riforma per mandare a casa i lord e farla finita con le nomine, restituendo al popolo la piena potestà, è stata minimizzata dai portavoce della premier. Ma rimane nell’aria, come un monito. Il ragionamento di Downing street è chiaro: se i Comuni hanno approvato l’invocazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, il pulsante che mette in moto i due anni di negoziato per andarsene dalla Ue, senza un solo emendamento, una sola condizione, un solo “paletto” al peraltro vago piano di trattativa illustrato dall’esecutivo in un white paper della settimana scorsa, sarebbe illogico se non perfino anticostituzionale che i Lord provassero a bloccarlo o limitarlo in qualunque modo. L’ultima parola, in caso di variazioni alla risoluzione da parte della camera alta, spetterebbe comunque a quella bassa: la mozione tornerebbe ai Comuni, in un batti e ribatti che darebbe in ogni caso a loro la decisione finale.
Ma un conto sarebbe respingere la Brexit in toto, come in verità qualcuno dei Lord aveva ipotizzato, un altro approvare uno o più emendamenti. Uno in particolare: dando unilateralmente garanzie di restare in Gran Bretagna, anche dopo la Brexit, ai 3 milioni di cittadini europei (fra cui 600 mila italiani, la più grande comunità di nostri connazionali all’estero) che già vi risiedono. Una proposta che è stata avanzata anche alla Camera dei Comuni, ma non è passata. Si dice che i Lord ci riproveranno, con buone chances di riuscire ad approvarla. Usare gli europei residenti qui come “merce di scambio”, per ottenere pari diritti per il milione e mezzo di britannici residenti negli altri 27 paesi della Ue, come dice di volere fare la premier May, sarebbe “immorale” sostengono i Lord. E nel mondo alla rovescia, tutto è possibile.