Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 10 Venerdì calendario

Ispettorato unico, falsa partenza. Lotta al sommerso senza risorse

ROMA Un battaglione di appena quattromilacinquecento ispettori schierato di fronte ad un esercito di un milione e mezzo di imprese. È l’impietoso rapporto di forze che misura la falsa partenza della nuova vigilanza sul lavoro, vale a dire la prima linea della lotta al sommerso e all’evasione contributiva.
Ultimo tassello del Jobs Act, la riforma ha preso il largo a inizio anno navigando a vista e perdendo l’occasione di mettere mano anche alla sicurezza del lavoro nel Paese dove più di mille persone all’anno muoiono mentre si guadagnano da vivere.
Il decreto del governo ha varato l’Ispettorato Nazionale: nelle intenzioni originarie del riformatore, la sintesi delle attività di tutte le strutture che verificano il rispetto delle regole nel mondo del lavoro (ministero del Welfare, Inps e Inail). Una sacrosanta unificazione di competenze e strategie che, pur seguendo versanti diversi – legislazione sociale e rapporti di lavoro nel caso dei 3.000 ispettori ministeriali, pagamento dei contributi per i 1.200 dell’Inps, assicurazioni sugli infortuni per i 300 dell’Inail – insistono sulla medesima platea delle imprese. Accorpamento che dovrebbe cancellare il moltiplicarsi kafkiano di ispezioni, verbali, sentenze, ricorsi, contro-ricorsi, sanzioni. In una parola, l’endemico spreco di risorse dello Stato e della collettività.
Ma l’ambizione iniziale si è ridimensionata nel passaggio dal progetto alla operatività del nuovo organismo: innanzitutto la fusione delle strutture è stata declassata a mero coordinamento. La preannunciata banca dati comune si è trasformata in un semplice dialogo tra i vari archivi digitali. Inps e Inail non hanno ancora trasferito, come previsto, le rispettive risorse all’Ispettorato Nazionale. Soprattutto, non è stato predisposto alcun rafforzamento dell’organigramma: escluse nuove assunzioni (l’ultimo concorso del ministero del Lavoro, per dire, risale a oltre dieci anni fa) mentre per gli ispettori Inps e Inail in progressivo pensionamento non è previsto rimpiazzo. Una riforma a costo zero che rischia di centrare zero obiettivi, a cominciare dal miglioramento dei parametri di efficienza della vigilanza e di avvicinarli a quelli previsti dalla best pratice: una media di un’ispezione ogni cinque anni nella stessa azienda.
Fin qui hanno evidentemente pesato le resistenze interne alle varie strutture, in particolare Inps e Inail, determinando il mantenimento dello status quo dei trattamenti giuridici e retributivi. Buste paga da 1500 euro netti di media, ma con incentivi diversi: più bassi per gli ispettori ministeriali (intorno ai 200 euro), ben più consistenti per gli altri (fino a 700 euro al mese). Differenze che si allargano ulteriormente per chi rappresenta l’amministrazione in giudizio: gli avvocati di Inps e Inail arrivano a circa 4000 euro netti, mentre i funzionari del ministero (abilitati all’esercizio della professione forense ma non iscritti all’albo speciale avvocati per volontà del ministero) a parità di funzioni e di compiti hanno solo un incentivo medio di 5 euro per ogni giornata di udienza da aggiungere alla retribuzione netta di base.
«L’idea dell’unificazione a noi piace – spiega un ispettore del ministero che chiede l’anonimato – è la strada giusta per migliorare l’organizzazione del lavoro e gli stipendi. Ma la riforma è partita senza un disegno adeguato, siamo tutti impreparati. E poi c’è la endemica carenza di personale: non avremo assunzioni. Le solite nozze con i fichi secchi». Un battaglione, quello degli ispettori, oltretutto con le armi spuntate, considerando la consistenza delle sanzioni amministrative applicate alle aziende: «Spesso gli conviene pagare la multa piuttosto che regolarizzare i lavoratori perché gli costerebbe di più in contributi e tasse», dice un altro ispettore, mantenendo anche lui l’anonimato.
Almeno dai documenti prodotti nelle riunioni iniziali dell’Ispettorato, emerge la rassegnazione ad una riforma di piccolo cabotaggio, condannata ad una lunga fase di implementazione. Impressione confermata anche dal contenuto delle “prime indicazioni operative” stilate in una circolare dell’Inail trasmessa alle proprie strutture territoriali e che, tra l’altro, sottolinea come «il flusso operativo dell’attività di vigilanza ispettiva non subisca rilevanti modifiche» e che «nulla muta per i soggetti già abilitati ad operare in procedure di vigilanza e alle specifiche competenze». Uniche novità, la comunicazione mensile all’Ispettorato delle aziende da controllare e l’utilizzo di verbali con il logo Inl.
Vola basso anche l’ordine del giorno di una riunione della “Commissione centrale di coordinamento dell’attività di vigilanza”, con le linee programmatiche dell’Ispettorato. Vi si può leggere in filigrana l’ammissione di una iniziale inadeguatezza: «Vengono approvati gli obiettivi annuali di vigilanza sotto il profilo quantitativo tenendo conto dei fenomeni di maggiore impatto socio economico». Come dire che non si potrà vigilare a 360 gradi. E poi l’idea di un Ispettorato dal volto umano: «La necessità – si legge ancora nell’ordine del giorno – di orientare la vigilanza nei confronti di illeciti sostanziali».
«I numeri e le teste a disposizione sono questi – si ragiona nelle stanze dell’Ispettorato nazionale – ed è stato il ministero dell’Economia a porre come conditio sine qua non quella della riforma a costo zero. Se non altro riusciremo a riequilibrare meglio le forze sul territorio e tra i tre filoni della vigilanza».
A complicare il quadro anche l’esito del referendum costituzionale: la riforma dell’ispettorato era stata pensata per integrare le funzioni di vigilanza su salute e sicurezza del lavoro, oggi in capo alle Asl, ma la vittoria del “no” ha di fatto confermato la competenza concorrente tra Stato e Regioni.
«Ci attende un periodo di transizione troppo lungo – avverte Corrado Ezio Barachetti, responsabile nazionale della Cgil per il mercato del lavoro -. Il personale avrà bisogno di un profondo processo di formazione perché ad oggi non esiste la figura di un ispettore che sia competente contemporaneamente su contratti, infortuni, questioni legali e contributive. Insomma, una specie di Nembo Kid. Nell’attesa di una qualche svolta, i numeri statistici continuano a preoccupare».
Nei primi nove mesi del 2016 gli “accessi” presso le imprese degli ispettori del ministero hanno raggiunto quota 103.348 e sono stati contestati illeciti a 57.307 aziende, con un tasso di irregolarità complessivo pari a circa il 61%. L’Inail ha ispezionato 14.716 aziende con una percentuale di irregolarità dell’88,19%. Gli ispettori Inps ne hanno visitate 22.199, di cui 17.037 irregolari. Dunque un totale di oltre 140mila ispezioni. Se facciamo un salto indietro di dieci anni vediamo che, nel 2006 appunto, l’attività ispettiva totale riguardava più di 290mila aziende e gli ispettori tra ministero, Inps e Inail erano più di cinquemila.
Insomma, l’ennesima riforma della serie “armiamoci e partite”.