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 2017  febbraio 09 Giovedì calendario

Le ricche accademie e le mamme ansiose. Così Pechino fabbrica i suoi piccoli Messi

PECHINO LA piccola Tigre del calcio cinese corre che è un piacere: anche troppo. Sul campo dell’Yihai Academy, tra i casermoni del Fengtai District, sud est di Pechino, i ragazzini che sognano Messi devono dribblare perfino i genitori. «L’altro giorno Tiger, lo chiamiamo così, entra sulla palla col piede storto e cade. La mamma si tuffa in campo e ferma tutto: e tu che fai? Signora, non si è fatto niente, è solo un gioco». E invece no che non è solo un gioco e Valerio Ringoli lo sa bene: la joint venture tra l’Inter e Yihai, il colosso dell’educazione di Linda Wong, è anche un business, adesso che il suo mestiere, insegnante di pallone, è diventato il più richiesto in questo impero col tasso di disoccupazione inchiodato da 15 anni sotto al 5%. Scuole ovunque. I campus di Xu Genbao, l’ex calciatore-guru che con i suoi ragazzi ha praticamente fondato lo Shanghai SIPG. Le academy di Shandong Luneng, i Milan Summer Camp. Per non parlare dell’Evergrande Football School di Guangzhou, ribattezzata Hogwarts come il castello di Alì Botè, alias Harry Potter in cinese: 2600 ragazzi, 200 ragazze, 50 campi da gioco e la bellezza di 60.000 yuan, cioè 8000 euro, all’anno.
Il boom delle scuole è l’ultima scommessa per cinesizzare uno sport che finora s’è distinto soltanto per l’accento straniero. Il presidente Xi Jinping aveva imposto tre obiettivi: portare la Cina ai mondiali, organizzarli, vincerli. «E siccome nella cultura cinese ‘salvare la faccia’ è tutto» dice a Repubblica Simon Chadwick, l’esperto dell’università inglese di Salford che ha spiegato il calcio di qui anche al New York Times «per far brillare un torneo ancora senza campioni era partita la corsa alle stelle straniere». Adesso, finalmente, si sono accorti che così non si andava da nessuna parte. Peccato che l’ultima correzione allo studio sembra una barzelletta autarchica: se due o più squadre finiscono alla pari, la differenza gol per lo scudetto la fa il passaporto, cioè vince chi ha fatto segnare più cinesi. È come quell’altra regola che vieta agli stranieri di stare in porta. O, ancora, la legge semisconosciuta della “media cinese”: a parità di piazzamento avanza il team con il miglior risultato della seconda squadra, quella “primavera” che gioca un campionato parallelo e serve solo a nutrire i talenti del posto.
C’è poco da sorridere: è solo puntando sui born in China, mica con le follie del calciomercato, che il Dragone potrà risalire dal fondo della classifica Fifa, 81° posto, e dall’imbarazzante record dei tesserati, meno dell’1%: altro che i 50 milioni di praticanti, i 70mila campi da gioco e le 20mile scuole sognate dal “Piano per lo sviluppo a medio e lungo termine del calcio” della Federcalcio di qui. Quest’estate il ministero dell’Educazione ha trionfalmente annunciato l’elevazione di 4755 scuole a “accademie specializzate di calcio”: minacciando pure di depennare chi non raggiunge gli obiettivi. «Ma non basta il salto della cavallina a preparare i ragazzi» dice Fabio Guerra che per la Tommasi-Pretti Sports gira la Cina del pallone e per la Camera di commercio rappresenta i nostri imprenditori a caccia di business. E senza uno straccio di assicurazione quando mai le mamme dei piccoli figli unici rinunceranno alle invasioni di campo? «Farsi male vuol dire addio studi, addio riscatto» dice Alice Caesar Yang, giovane manager di Zhongywenti, la società che ha seguito lo sbarco della nostra Federcalcio qui: uno scambio in 7 punti, corsi di formazione compresi, fra l’altro ancora sulla carta.
Misteri di Pechino. Il mondo resta a bocca aperta davanti agli ingaggi di Tevez & C. Ma quelle sono le paillettes. I nomi che contano davvero non farebbero sobbalzare sugli spalti nessuno, da noi, ma qui li fanno ballare eccome i soldoni. Professionisti della mediazione come Li Feng. Agenti al lavoro tra l’Asia e l’Europa come Chang Jin. Sono loro i terminali di questa enorme rete che viene tessuta nei salotti dei padroni del calcio globale: il brasiliano Giuliano Bertolucci, l’iraniano Kia Joorabchian mica per niente oggi ascoltatissimo nell’Inter cinesizzata dai 300 milioni di Suning. I super procuratori che distribuiscono i campioni in tutto il mondo, sì. Con il piccolo particolare che qui la rete si snoda anche per i corridoi delle banche di Stato, le industrie capitanate dai tycoon vicini al partito, gli uffici di federazioni in guerra tra loro: prima di srotolarsi finalmente in quella quindicina di stadi che raccolgono in media 24mila tifosi a partita, l’ormai mitica Super League. «Un agente mi ha raccontato di una quantità incredibile di buste rosse che passano di mano in mano» conferma Chadwick il prof. Le buste rosse sarebbero gli “hongbao” d’augurio che qui ci si scambia a Capodanno e ai matrimoni, sempre più gonfie di yuan: «E ci sono perfino contratti dov’è l’agente a prendere più del giocatore». È il gioco delle scatole cinesi. Procuratore internazionale, procuratore locale, osservatore, amico dell’amico: quanta gente si accomoderà al banchetto di una trasferta? Ma soprattutto: come mai l’Amministrazione dello sport, che oggi parla di “regolare gli acquisti costosi e stabilire ragionevoli restrizioni sui guadagni eccessivi dei calciatori”, per muoversi ha dovuto aspettare che si materializzasse la fuga di capitali all’estero? Come si dice: travolti da un insostenibile successo.
Il Tifoso in Capo, sempre Xi, ha stabilito che intorno al calcio deve ruotare il 40% dei 2mila miliardi di dollari che l’industria dello sport sorpasserà entro il 2025. Chiaro che di fronte a una torta da 850 miliardi, e a un richiamo così autorevole, sia successo il finimondo. E pensare, scrive Forbes, che “i guadagni saranno minimi nel medio termine perché gli incassi di pubblicità e abbonamenti non copriranno mai le spese” per i campioni milionari: “La società Pwc ha calcolato che il business di biglietti, pubblicità e merchandising avrebbe raggiunto nel 2016 3.4 miliardi di dollari rispetto ai 63.6 miliardi negli Usa”. Solo che gli americani sono 320 milioni: i cinesi 1 miliardo e 380. E poi che futuro può avere il merchandising in un paese dove il valore dei beni contraffatti, giura l’International Anti Counterfeiting Coalition, è di 1.22 miliardi di dollari? No, i conti non tornano. Ha ragione Liu Pai, giornalista di China Radio International, a notare che «la classifica è una cartina di tornasole dello sviluppo economico. Nei primi 10 posti trovi solo squadre delle metropoli più importanti. Una squadra di Pechino, la capitale. Due di Shanghai, la capitale economica. Due di Guangzhou, la terza metropoli in termine di Pil». Ma è sotto gli occhi di tutti che sono sempre i soliti miliardari a muoversi in sincrono con il Palazzo rosso: il Guangzhou Evergrande che da sei anni vince tutto, per dire, ha in cassa i miliardi del più grande colosso immobiliare più quelli di Alibaba, il gigante web di Jack Ma.
L’ultimo eloquente esempio è il Guoan di Pechino. Per anni ha poltrito sotto la protezione di stato della Citic: giorni fa gli immobiliaristi di Sinobo si sono presi il 64% e come per miracolo la bella addormentata oggi vale 754 milioni di euro. È più di quanto costa il Milan: ma sarà un caso che il club di Pechino, che non ha ancora neppure uno straccio di academy, è la squadra del cuore, dicono, del Tifoso in Capo?