la Repubblica, 9 febbraio 2017
«Warren, si sieda e taccia». Il bavaglio alla senatrice un boomerang per Trump
NEW YORK «Lei si sieda e stia zitta». Rischia di trasformarsi nell’ennesimo boomerang la decisione presa martedì sera della maggioranza repubblicana al Senato di mettere a tacere Elizabeth Warren, l’agguerrita senatrice del Massachusetts amatissima dalla base democratica per le sue posizioni anti Wall Street. Warren è stata messa all’angolo attraverso un cavillo legale raramente utilizzato, durante il dibattito sulla nomina del senatore dell’Alabama Jeff Sessions a procuratore generale, cui i democratici si oppongono con forza. Ma l’atto, da molti considerato gratuito e inutilmente sopraffattore, visto che i repubblicani hanno comunque la maggioranza in Senato e dunque non hanno nessun bisogno di silenziare gli avversari, ha galvanizzato il movimento anti Trump: che ha immediatamente elevato la senatrice a suo nuova eroina.
Il fatto è che Sessions, fedelissimo di Trump della prima ora, ha la fama di essere un duro che quando era procuratore generale nel suo stato ha preso decisione severe sulle questioni di immigrazione, ha espresso posizioni omofobe e intrapreso azioni velatamente razziste ai danni degli elettori afroamericani. Per meglio contestualizzare queste accuse verso di lui, Warren aveva dunque scelto di leggere ai colleghi un documento vecchio di 30 anni che lo riguarda. La lettera datata 1986 che Coretta Scott King –la vedova di quel reverendo Martin Luther King assassinato nel 1968 e icona dei diritti civili a sua volta – scrisse al senatore Strom Thurmond per impedire che il Congresso nominasse Sessions giudice federale: «Quell’uomo ha sempre usato il suo potere per intimidire e spaventare gli elettori di colore impedendogli di usufruire del loro diritto di voto. La sua condotta non può essere premiato». All’epoca quell’atto lapidario d’accusa funzionò: la lettera fu allegata agli atti e la nomina di Sessions fu rigettata.
Risulta dunque incredibile che quelle stesse parole ormai passate alla Storia suonino oggi offensive alle orecchie dei repubblicani: tanto che la stessa Warren è sembrata sinceramente stupita quando è stata ammonita una prima volta («Lei sta insultando un collega») per aver letto dalla lettera la frase “Sessions è una sciagura”. Ha dunque continuato imperterrita la sua lettura: fino a quando il capogruppo repubblicano Mitch McConnell ha chiesto formalmente all’aula di sottoporla alla “Rule 19”, una sanzione raramente applica che punisce le aspre critiche verso i colleghi con la “messa in panchina” del senatore colpevole che dunque non può più intervenire fino alla fine della seduta, approvato 49 a 43. «Possono mettermi a tacere, ma non possono cambiare la verità» ha reagito Warren.
La sanzione punitiva ha subito scatenato la mobilitazione generale: l’hashtag #shepersist, lei insiste (dalla frase usata per zittirla) è diventato trend topics, twittata perfino da Hillary Clinton accorsa in suo sostegno. Bernie Sanders ne ha raccolto il testimone e ha letto lui stesso il documento di Coretta King in Senato, a questo punto senza nessuna interruzione. E la lettera è immediatamente diventata virale, rimbalzata sui siti e sui social. E ora per Warren c’è chi sogna la Casa Bianca: con innumerevoli inviti rilanciati dalla rete per una sua candidatura alla corsa presidenziale 2020.
Nonostante il caos, Donald Trump pensa ad altro: la nona corte d’appello federale di San Francisco riunita per deliberare in merito al bando anti musulmani, non ha ancora preso la sua decisione finale: ma il presidente mette già le mani avanti: «Sono stato eletto per riportare ordine e legalità: la sicurezza dell’America senza il bando è a rischio. Non voglio dire che questa corte sia faziosa. Ma ormai i tribunali sono così politicizzati...». L’ennesimo affondo contro i giudici arriva in un contesto particolare, proprio davanti a chi con la magistratura lavora quotidianamente, durante l’annuale convention degli sceriffi e dei capi della polizia, che si teneva ieri mattina a Washington. E pazienza se un attacco del genere davanti a uomini di legge è qualcosa di inusuale da parte di un presidente americano: The Donald ci ha ormai abituati ai suoi sfoghi rabbiosi contro ogni opposizione, dove anche chi agisce nel rispetto della legge e della separazione dei poteri viene denigrato perché non allineato. «L’atto non poteva essere scritto meglio. Anche un mediocre studente di liceo lo capirebbe». Chi non sta col presidente, insomma, dovrebbe essere messo a tacere. Ma il rischio in America, si sa, è che si gridi solo più forte.