La Stampa, 10 febbraio 2017
Addio al ragazzo che ha vissuto con il cuore di Nicholas Green
Ci sono poche storie che tracciano una linea così netta tra il bene e il male come l’omicidio di Nicholas Green, quel bambino di 5 anni che era in macchina con i genitori per una vacanza che si trasformò in tragedia.
Era la sera del 29 settembre 1994. Una macchina di rapinatori affiancò la piccola auto dei Green lungo la Salerno-Reggio Calabria. Pensavano di rapinare un gioielliere ed erano convinti che si sarebbe fermato alla sola minaccia delle armi. Invece i coniugi Green non si fermarono, forse perché terrorizzati, forse perché increduli che la Calabria potesse essere un pezzo di Far West. Scapparono. E i due rapinatori a inseguirli sparando all’impazzata. Finì che colpirono il piccolo Nicholas, morto all’ospedale di Messina.
Fin qui, il male. Ma di colpo la vicenda di Nicholas Green prese una direzione diversa, opposta, spiazzante. I genitori decisero di donare gli organi del bambino. Era il loro modo di amare ancora Nicholas, attraverso la vita di tre sconosciuti italiani. Uno dei beneficiati si chiamava Andrea Mongiardo, aveva 15 anni, e non sarebbe sopravvissuto a lungo senza un trapianto. Il gesto dei Green gli ha donato 22 anni di vita. Ma ora è morto anche Andrea, per un linfoma, e ai suoi funerali ieri c’era una chiesa stracolma di gente.
Il dono di Nicholas – si intitolava così anche una fiction che ricostruiva i fatti, trasmessa in Italia da Mediaset e negli Stati Uniti dalla Cbs – è servito, insomma a far vivere alcune persone, a diffondere la cultura del trapianto di organi, ma soprattutto a far riflettere gli italiani su sé stessi.
Torniamo per un attimo al 1994. Si era ai primordi della Seconda Repubblica. L’Italia appariva ancora ipnotizzata dai disvelamenti di Tangentopoli e vedeva intanto un’Italia criminale fuori controllo: la Sicilia piangeva ancora la morte di Falcone e Borsellino, del 1992; seguirono le bombe di Milano, Firenze e Roma. Se anche le autostrade fossero diventate luoghi a rischio, l’Italia sarebbe stata definitivamente squalificata dal consesso civile. Altro che Europa.
La grande dignità del signor Reginald, però, fece enorme impressione agli italiani. Non si contano le piazze dedicate a Nicholas. O gli incontri in sua memoria. «Mille volte – diceva il padre – l’Italia ha ricambiato l’amore che Nicholas aveva per l’Italia, ogni settore della popolazione ci ha dimostrato in mille occasioni la capacità d’amore di questo Paese».
Da un punto di vista penale, la storia finisce presto. Vengono condannati i responsabili dell’agguato, Francesco Mesiano e Michele Iannello, affiliati al clan Mancuso, che diventano l’emblema del male. Forse non meraviglia che il padre di Mesiano, Giuseppe, fornaio a Mileto, nel Vibonese, sia ucciso da un sicario. Oppure che Iannello, reo confesso di 4 omicidi, abbia denunciato il fratello come il vero assassino del bambino.
Di contro, c’è un Andrea Mongiardo che diventa emblema del bene. Grazie al trapianto torna a scuola, si diploma perito elettronico, lavora in un call center. «Ero in ospedale per fare una flebo – raccontava – e mi hanno detto che c’era un cuore per me. Dal telegiornale avevo sentito la vicenda di Nicholas e mi ha fatto un effetto strano sapere che il suo cuore sarebbe diventato il mio». Ecco, non c’era volta che il signor Reginald venisse in Italia e non incontrasse Andrea. Si abbracciavano e piangevano.