Corriere della Sera, 10 febbraio 2017
Le visioni dei Guggenheim, collezionisti universali
NEW YORK Da sempre quel magico contenitore, una sorta di Torre di Babele rovesciata realizzata nel 1959 da Frank Lloyd Wright sulla Fifth Avenue proprio davanti a Central Park, sembra voler ulteriormente celebrare il suo contenuto eccellente: la collezione d’arte (Pissarro, Picasso, Cézanne, Chagall, Klee, Léger, Mondrian, Pollock, van Gogh) messa insieme a partire dagli anni Trenta da Solomon Robert Guggenheim (1861-1949), ricchissimo magnate dell’industria mineraria «born in Philadelphia» ma anche filantropo con la passione della modernità. Un grande visionario al pari di altri collezionisti ammalati della «nuova arte» come Justin K. Thannhauser, Karl Nierendorf, Katherine S. Dreier, Hilla Rebay e come la stessa nipote di Solomon, quella Peggy Guggenheim che amava definirsi «arte-dipendente» (la sua ricetta di vita? «Comprare un’opera d’arte al giorno» e considerato che ha vissuto fino a 81 anni si può dire che la ricetta abbia funzionato) e che nel 1951 avrebbe a sua volta creato un suo museo a Venezia, con tanto di vista e giardino sul Canal Grande.
Da oggi al 6 settembre 170 opere del Solomon R. («R» appunto come Robert) Guggenheim di New York e della Peggy Guggenheim di Venezia (confluita nella «casa madre» nel 1976 alla morte di Peggy) sono in mostra a New York, tra la Rotunda e la Torre dell’edificio affacciato su Central Park voluto e finanziato proprio da Solomon, per festeggiare gli ottanta anni della Guggenheim Foundation, nata nel 1937. Visionaries: creating a modern Guggenheim il titolo della esposizione organizzata da Megan Fontanella, curator del museo, con il supporto di Ylinka Barotto. Un percorso che inizia con il rosso delle ninfee volanti di Alexander Calder ( Red Lily Pads il titolo della scultura appena restaurata), che prosegue con un «primo cerchio» tutto dedicato a Kandinsky e che si chiude con i Max Ernst e i Delvaux di Peggy. E dove solo due sono le presenze italiane, Amedeo Modigliani (con un Nudo del 1917 e con un Ritratto di Jeanne in giallo del 1918-19) e Gino Severini (con il suo Train de la Croix Rouge traversant un village del 1915). Un percorso che privilegia la pittura rispetto alla scultura, pur con alcuni picchi eccellenti come la Little French Girl di Constantin Brancusi.
«Un’opportunità per guardarsi indietro e per celebrare la visione di Salomon R. Guggenheim nel collezionare ed esporre arte che fosse nuova e radicale – come la definisce al “Corriere” Richard Armstrong, direttore del museo newyorkese e della Fondazione —. Quello spirito pionieristico e la ferma convinzione nel potenziale che ha l’arte di aprire gli occhi e la mente della gente rimangono elementi vitali nella missione del Guggenheim». Che, anche stavolta (dopo le mostre sul Futurismo italiano del 2014, su Alberto Burri nel 2015, su Moholy-Nagy nel 2016), è stata resa possibile grazie al contributo di Lavazza: «Un coinvolgimento attivo e non una semplice sponsorizzazione – chiarisce sempre Armstrong – visto che Francesca Lavazza fa parte anche del Board of Trustees della Guggenheim Foundation». Un impegno, quello dell’azienda torinese, che si è concretizzato di recente anche nella realizzazione della mostra su Mariano Fortuny esportata (fino al 12 marzo) dai Musei civici di Venezia fino all’Ermitage di San Pietroburgo e nell’annuncio dì una nuova partnership con il Peggy Guggenheim di Venezia che porterà, tra l’altro, ad un ampliamento di ristorante e caffetteria. «Per me la parola visionario rappresenta coraggio e capacità di mettersi in gioco – ha detto ieri Francesca Lavazza nel corso della conferenza stampa —, ma significa anche credere fortemente nel futuro. Oltretutto l’idea che queste collezioni siano nate tra le due guerre, in un momento di crisi come il nostro, può essere di stimolo a guardare avanti, a essere anche noi in qualche modo dei visionari».
Il futuro, raccontato e anticipato dagli artisti, fa dunque da filo conduttore di questa mostra che, dice la curatrice Megan Fontanella, «ripercorre le innovazioni dell’avanguardia dal tardo Ottocento fino alla seconda metà del Novecento», mettendole a confronto appunto con le «visioni» di quei collezionisti illuminati come i due Guggenheim (25 i tesori di Peggy qui esposti tra cui Alchimia di Pollock e Il bacio di Max Ernst) o come Thannhauser, Nierendorf, Dreier o Hilla Rebay, i cui tesori sarebbero poi entrati a far parte (donati o acquisiti) dell’universo Guggenheim. Dalla Donna con pappagallo di Renoir a Haere Mai di Gauguin (dalla collezione Thannhauser); da Merzz 53 di Kurt Schwitters al Senza titolo di Oskar Fishinger (da quella di Hilla Rebay che di Guggenheim sarebbe stata grande consigliera); dalla Natura morta con giornale e piatto di frutta di Juan Gris a Dark Light di Matta (dalla Dreier); dal Cavaliere Errante di Kokoshka al Personaggio di Miró (dalla Nierendorf).
La mostra di New York gioca felicemente a contaminare le scelte dei singoli collezionisti nel segno di una concezione universale del collezionismo. Dunque non solo la celebrazione del talento del magnate dell’industria mineraria che aveva voluto e comprato la Komposition 8 di Kandinsky o Paris dans la fenêtre di Chagall, ma anche di un certo modo di essere mecenati che sapeva guardare lontano. Un mecenatismo che sapeva, insomma, essere visionario.