Corriere della Sera, 10 febbraio 2017
Astronaut.io: il limbo dei video senza nome
Un ragazzo, abbastanza mingherlino a dire il vero, che si avvicina al bilanciere. Un neonato intento ad arrampicarsi su una poltrona. Tre adolescenti che fanno un esperimento (un tentativo di mischiare l’olio con l’acqua) a favor di telecamera. E ancora, un dito immerso in una sostanza alimentare gommosa, per nulla invitante, o l’inizio di una partita di basket.
Il sito Astronaut.io è ipnotico. Ti cattura: cliccare per credere. Ti libera, quantomeno per la mezzora successiva alla scoperta, dall’ossessione da mail, notifiche e contenuti di qualità concepiti, girati e condivisi per diventare virali. È, come si legge nella descrizione della pagina prima di premere «Go» ed essere scaraventati nella carrellata senza fine, un portale pensato per farti guardare la terra come se fossi un astronauta.
Lo zoom dalla nostra immaginaria navicella è sui video provenienti da YouTube che sono stati caricati nell’ultima settimana e hanno titoli come Dsc 123 o Img 4321. Non sono, in sostanza, stati nominati. Nessuno li ha editati e hanno al massimo due o tre visualizzazioni. Chi ci si sofferma è il primo o uno dei pochissimi, e unici, e imbattercisi. Sono l’antitesi di Internet per come ci stiamo abituando a viverla e popolarla. YouTube è ormai «ostaggio» dei vari Sofia Viscardi o Michele Bravi, per citare uno dei giovani cantanti in gara a Sanremo (anche) grazie alla capacità di presidiare il portale di user generated content di proprietà di Google.
Con Astronaut.io i suoi «genitori» di San Francisco, Andrew Wong e James Thompson, tornano sui passi compiuti dal sito The End of Google, che dà la possibilità di trovare per ogni chiave di ricerca gli ultimi risultati selezionati da Big G, o da Forgotify, pensato per dare voce ai brani che non sono mai stati ascolti su Spotify. Una selezione algoritmica degli ultimi, dei (contenuti) nascosti, mentre i colossi fanno di tutto per spingerci a suon di formule matematiche in quello che sta diventando sempre più simile a un palinsesto televisivo. Già, perché in Internet la parola chiave è, ormai, «video».
Lo scorso giugno la vice-presidente di Facebook per Europa, Medio Oriente e Africa Nicola Mendelsohn ha lanciato una provocazione: «Tra cinque anni su Facebook non ci saranno più testi, pubblicheremo e consumeremo solo video». All’epoca – sono passati solo sei mesi, ma nell’era dell’innovazione digitale sono un’eternità – era sembrata un’affermazione eccessiva. Adesso ci si chiede più che altro di che tipo di filmati si tratterà. Se, ovviamente, il testo non è destinato a sparire del tutto, appare chiaro che il codice di comunicazione destinato ad andare per la maggiore online sia fra singoli utenti sia tra utenti e piattaforme sarà quello di sequenze di immagini e suoni. Lo ha compreso prima di tutti You Tube e lo hanno confermato Snapchat e Facebook. Il primo macina qualcosa come 10 miliardi di video visti al giorno dai suoi 158 milioni di utenti attivi quotidianamente. Il secondo viaggia sui 100 milioni di ore viste al giorno, anche grazie all’investimento economico di 50 milioni di dollari per spingere i creatori di contenuti a sperimentare la trasmissione live lanciata lo scorso anno. È arrivati a questo punto che si capisce quanto Astronaut.io faccia parte di un limbo destinato a scomparire.
Sia i video in diretta, che Menlo Park raccoglie all’indirizzo www.facebook.com/livemap (altro contesto in cui si possono ancora scorgere frammenti di quotidiano noiosamente esilaranti), sia quelli canonici saranno sempre più elaborati. In termini di qualità del contenuto e anche tecnologici, con la già cominciata rivoluzione dei 360° e la realtà virtuale che scalpita per far parte della nostra dieta social e di intrattenimento.
Notizia delle ultime ore, ad esempio, è l’assunzione da parte di Facebook dell’ex vice presidente di Mtv Mina Lefevre. La missione è chiara : creare contenuti originali. La sfida a Netflix o ad Amazon Prime Video non sembra (più) un’idea così remota, mentre gli editori tradizionali si organizzano e per popolare le community di materiale di alto livello capace di raggiungere un numero sempre maggiore di persone.
Gli algoritmi e le visualizzazioni premiano il loro sforzo e gli utenti stessi sono portati ad alzare il livello per (provare) a emergere in un contesto sempre più competitivo. Intanto qualcuno suona il pianoforte, guida in un bosco con l’obiettivo dello smartphone montato sullo specchietto, o fa girare in tondo un gruppo di bambini, all’asilo presumibilmente. Lontano dalle strategie commerciali. In un limbo, visibile solo agli «astronauti».