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 2017  febbraio 10 Venerdì calendario

La resistenza del Carnevale

«Nostro babbo, Pietro, ha lavorato nei cantieri del carnevale fino a ottant’anni. Una volta l’hanno premiato come maestro carrista più anziano. L’avevano chiamato a lavorare persino alla Metro-Goldwyn-Mayer. Ma la sua passione erano i carri. L’ultimo che ha firmato? Dev’essere stato un Pinocchio – racconta Fabiola Pacassoni – Lui si era vestito da Geppetto, con i capelli bianchi naturali. E i bambini non volevano più andare a casa. Parecchi anni fa, i cantieri erano in centro. Quando li spostarono per farci un parcheggio, gli è quasi venuto un colpo. L’abbiamo dovuto stendere a letto. Perché il Carnevale, non solo a Fano, è una cosa seria».
Seria e antica. La città marchigiana vanta una traccia filante che risale al 1347, con documenti che attestano spese per attività «carnevalesche». Nel Quattrocento «il duca Federico, nella vicina Urbino, ordinava la costruzione di Carri Allegorici che hanno fatto da sfondo a dipinti di Piero della Francesca». E, secoli più tardi, alle invenzioni di Dario Fo, che nel 2004 fu direttore artistico del Carnevale di Fano. Il Nobel per la Letteratura immaginò marchingegni mitologici che venivano dal mare. E ideò una maschera, il Putto, in cima al campanile: mentre in piazza la gente celebrava il tempo che precede la quaresima con le sue privazioni della carne (carnevale deriva dal latino carnem levare ), il Putto di Fo irrorava dall’alto i festaioli con la sua «pipì».
Tranquilli: se ci andate nelle prossime settimane, non troverete ad accogliervi l’angioletto piscione ma i carri fantasmagorici di «El Vulon», la maschera tipica del posto: più in sintonia con i vitelloni della riviera e con l’estetica di Federico Fellini che con i ritmi irresistibili di Rovazzi. Cosa c’entra Rovazzi con il carnevale? C’entra, perché tra i coriandoli e le sfilate di Cento, in Emilia Romagna, accanto alla classica maschera del Tasi è annunciata anche la presenza del cantante di «Andiamo a comandare». Proprio lui, in baffi e ossa.
Meglio El Vulon (che quest’anno prende le fattezze di un maniaco del cellulare: El Selfi). O Burlamacco, che vi aspetta a Viareggio. O l’Abbatazzu di Acireale. Ogni carnevale, si sa, ha le sue maschere, le sue tradizioni/innovazioni più o meno spente, dalla Battaglia delle Arance di Ivrea (oltre 100 feriti felici ogni anno) ai Mamuthones di Mamoiada. È una vita che annunciano la scomparsa di questa (forzata) festa popolare, l’estinzione di questa fetta (misconosciuta) di patrimonio culturale che ha diviso anche gli intellettuali, incontrando il favore di Massimo Cacciari e il pollice verso di Umberto Eco. È una vita che il caro estinto risorge. E per fortuna la sua rianimazione non è affidata (soltanto) ai Rovazzi di turno. O ai gemellaggi (senza tanga)con le ninfe del Sambodromo di Rio.
Ognuno ha i suoi tarli. A Fano, in tempi di vacche magre e bambini obesi, il tradizionale (e anche costoso) lancio di quintali di dolciumi sulla folla rischiava di soffocare, se non snaturare, «il carnevale più dolce d’Italia». «C’era il pericolo di diventare la sagra dei cioccolatini», dice Alfredo Pacassoni, pedagogista fuori dagli schemi e negli anni Novanta e grande carrista per passione accanto al padre Pietro e al fratello Giorgio. Va bene che il celebrato «Getto» dei dolci, come ricorda la sorella Fabiola che dirige il Centro Diurno Margherita per persone con Alzheimer, è qualcosa che ripropone in formato leggero il rito «pesante» della semina: «Non un gettare al vento, uno spreco. Semmai un dono, un segno di rinascita». E d’accordo che la crisi ha fatto un po’ venir meno anche la collaborazione con i giganti dell’industria dolciaria. Ma i giganti che più contano, e sembra un paradosso nel mondo digital di oggi, sono i vecchi golem di cartapesta, polistirolo e gommapiuma. Al limite, come concessione massima alla modernità, di vetroresina.
Nell’edizione 2017, con le prossime tre domeniche in grande spolvero, Fano torna a puntare forte sulla cultura dei maestri carristi, sulle loro creazioni semoventi. E insieme con Viareggio, «il gemello» oltre Appennino, tira la volata a tutti i «carnevali storici» italiani, quelli che hanno dato vita a un’unica associazione (Carnevalia) che vuole rilanciare la magia e la concretezza di «un saper fare italiano» che meriterebbe di essere protetto e promosso accanto al cibo e alla moda, come ha proposto con un disegno di legge in parlamento la deputata Lara Ricciatti.
Il racconto della magia, per molti versi oggi così anacronistica, dei carri allegorici è contagioso. L’arte si è evoluta. Si è affinata. «Le prime strutture, prima del periodo bellico – racconta Alfredo Pacassoni – viste dall’interno erano piene di carrucole, corde, tiranti. Non è un caso che a realizzarle fossero proprio gli artigiani che costruivano le barche». Nei primi anni Cinquanta El Vulon di cartapesta veniva trainato per il centro cittadino da impassibili buoi bianchi. Presto le costruzioni si sono complicate diventando «teatri con le ruote»: per reggere 10 o 15 metri di sculture, occorrevano imponenti ma leggere strutture in legno, meccanismi perfetti.
C’è stato un tempo non lontano in cui le sfilate di Viareggio venivano «seguite» dalla redazione politica dei giornali, perché erano un palcoscenico (più o meno nazionalpopolare) della satira (chi ha presente una spaventosa Angela Merkel a petto nudo, berretto nazista e reggicalze?). Certo anche oggi rimane la componente dello sfottò, della caricatura. A Fano sfilerà, per esempio, un Trump (ancorché) minore. Però la sfida artigiana dei grandi carristi italiani, da un angolo all’altro della penisola, si è fatta più difficile. E in un certo senso più profonda.
È la sfida «educativa» della creatività, in cui i Pacassoni e i loro amici dell’Ente Carnevalesco credono molto. Soprattutto in tempi di crisi come questi. Crisi vuol dire anche terremoto. E non è un caso se oltre duecento tra bambini e familiari, provenienti dalle zone delle Marche dove il sisma ha buttato giù le case, saranno gli invitati più attesi del carnevale 2017. «Ogni domenica mattina El Vulon li farà entrare, con gli altri bambini, dentro la magia dei carri. Vedranno, divertendosi, cosa vuole dire costruire, ricreare, inventare». Se puoi innalzare un gigante di cartapesta, puoi ricostruire un paese intero.