Corriere della Sera, 10 febbraio 2017
Cuba veramente
Va a llegar el frente frio, «sta per arrivare il fronte freddo». Emilio e Marta, la coppia che mi ospita in una bella casa particular sul Paseo all’Avana, parla del maltempo con l’eccitazione che ha la isla grande per ogni notizia proveniente dall’esterno. Nel meraviglioso inverno cubano (cielo limpido, brezza costante, una temperatura appena al di sotto dei 30 gradi) dagli Stati Uniti può giungere una zampata che non è quella di un Trump pronto a rivedere le misure distensive promesse da Obama e non ancora approvate dal Congresso. La mucha lluvia, la grande pioggia prevista, non giunge ma il forte vento ingrossa a dismisura l’oceano che si infrange sul Malecòn, il lungomare-icona della capitale, lo scavalca e invade i primi quattro isolati della città. Turisti superattivi nell’immortalare con macchine fotografiche o smartphone le onde spettacolari; hotel, ristoranti e abitazioni evacuati per l’inondazione. Non c’è caos, i bomberos, i pompieri si mettono in azione con le idrovore, il traffico viene deviato senza isterie. In attesa che il mare dell’Avana torni a essere quello seducente della nostalgia, del sogno. Forse di libertà.
Accade dopo un giorno e mezzo, e i danni si contano; siamo nella routine (ben altra cosa se in autunno passa l’uragano) ma è una piccola botta che si aggiunge all’erosione, al logoramento della città. Gran parte degli edifici antichi e molte costruzioni moderne sono accomunati da un disfacimento strutturale inquietante, facciate mangiate dalla salsedine e ferri in vista che affiorano dal cemento armato. Spesso basta un fregio a rivelare un passato glorioso (ma è meglio fantasticare lontani dai balconi).
Splendore e decadenza è il binomio che da sempre attira nella culla del socialismo caraibico, rafforzato dalla simpatia verso un popolo socievole, fiero e resistente da 55 anni al bloqueo, all’embargo statunitense che coinvolge anche le relazioni commerciali con gli altri Paesi. E nel 2016, l’anno che, prima della morte di Fidel, ha visto all’Avana la visita di Obama, ma anche la sfilata di Chanel/Lagerfeld e il concerto dei Rolling Stones, i visitatori sono cresciuti del 13 per cento, toccando i 4 milioni e portando nelle casse dello stato 2,8 miliardi di dollari.
«Andiamoci ora prima che cambi tutto», è il refrain dei viaggiatori, dall’Australia alla Norvegia, dall’Argentina all’Italia cui si sono aggiunti da un paio di anni gli americani. E ormai fanno parte del paesaggio le sagome imponenti delle navi da crociera che sovrastano le forme secentesche della chiesa di san Francesco all’Habana Vieja in un (ahimè) familiare «effetto Venezia».
Ma sta per cambiare tutto a Cuba? Passeggiando per Calle 23, spina dorsale del quartiere di Vedado, la sensazione è quella di un grande fermento dal basso. Il governo ha favorito l’iniziativa dei privati. Che hanno così in mano il prezioso Cuc, la moneta per stranieri in sostanza equivalente (per decisione «dall’alto»), al dollaro e l’euro. Ecco così il proliferare delle case particular, un tempo accettate dallo Stato solo in modo informale: quasi sempre pulite e accoglienti, sono un’occasione per assaporare il calore domestico dei cubani. La stanza con bagno costa in media 35 Cuc, la colazione 5: un’ottima alternativa ad alberghi di 4 o 5 stelle: dove ora che è alta stagione non si scende sotto i 300 Cuc. Il glorioso Hotel Nacional, approdo dei boss mafiosi degli anni 50 e palcoscenico della crisi dei missili Urss-Usa nella prima età castrista, sfiora i 500. Ma spesso queste strutture non mantengono nel servizio le promesse di pedigree storici e architetture sontuose.
L’epopea della Rivoluzione è limitata a qualche immagine del Che e allo slogan Yo soy Fidel nei manifesti affissi in alcuni luoghi pubblici. Il business gira per la città su spettacolari Packard e Chevrolet decappottabili degli anni 50, rimesse a nuovo (ma vanno a nafta, il gasolio dopo il crollo economico del Paese amico Venezuela costa troppo) che scorrazzano per i viali con autista in stile (30 Cuc). «Amigo, taxi?» è la domanda che ti viene fatta a ogni angolo, dove una volta ti chiedevano magliette o saponette. A fianco delle auto scintillanti, e alle vetture professionali, gli scassati e inquinanti almendron (i mandorloni, così vengono chiamati i taxi collettivi) sono il mezzo più conveniente (mezzo Cuc a testa) per spostarsi sulle direttive principali.
Si affina l’offerta dei ristoranti: Cuba non era certo rinomata per la cucina, oggi con i locali privati (i paladar ) sta diventando una nuova meta culinaria (prezzo medio intorno ai 25 Cuc); e il ricco scenario di musica caraibica vede, accanto ai gruppi in stile «Buena Vista Social Club», agguerrite band femminili con provocanti look alla Beyoncé. Anche in campo culturale le proposte diventano più sofisticate: da non perdere il tour del centro storico che mostra accanto al recupero dei palazzi antichi, le attività sociali (scuole, centri per anziani, laboratori artigianali) salvate con l’utilizzo dei proventi turistici. «È il circolo virtuoso creato oltre 30 anni fa da Eusebio Leal, il nostro historiador – spiega con orgoglio la guida Erasmo —, non vogliamo che Habana Vieja diventi un quartiere da turisti ma che porti benefici anche ai suoi centomila abitanti». Per ora splendidi restauri convivono con macerie e spazzatura dietro l’angolo. Se si esclude la località balneare di Varadero, fuori dall’Avana le due mete più gettonate sono Trinidad e Viñales. Come spostarsi? Affittare l’auto (ben 60 Cuc al giorno per una Lada fine anni 80) vuol dire guidare su autostrade attraversate da pedoni e carretti trainati da buoi o su altre arterie piene di buche; la linea Viazùl che collega per i turisti le principali città ha spesso i bus al completo. Ecco riapparire il fiorente mercato dei taxi collettivi.
Trinidad è la città-museo per eccellenza, chiese e case della santeria, osterie in cui il maiale rosola sul fuoco per intero e ristoranti sofisticati che tirano fuori tutte le antiche suppellettili di un passato coloniale e schiavista; si balla la salsa e il merengue ogni sera sulla scalinata di Plaza Mayor ma ci sono anche i club di hard rock; il mojito e il daiquiri se la vedono con la locale cachanchera, bevanda a base di miele. La gita in bici verso le splendide spiagge (15 chilometri) è una tentazione. Viñales con il suo parco nazionale dominato dai campi di tabacco e dai mogotes, curiose colline calcaree piene di vegetazione tropicale, è diventato il regno dei viaggiatori «eco». La stragrande maggioranza degli abitanti ha adattato le abitazioni per ospitare, giovani guide con un inglese fluente ti accompagnano alle fattorie dove si fanno «senza additivi chimici» i sigari più famosi al mondo. E abbondano i cavalli per le escursioni.
È una Cuba ai blocchi di partenza: non più a buon mercato (tutti i viaggiatori incontrati ammettono di aver sforato il budget) ma sempre gioviale e sicura. E più intraprendente. Dove una buona parte della popolazione ha ora qualche soldo da spendere ma trova a fatica beni di consumo. La crisi economica morde, ma i giovani si mettono in fila per una tessera wi-fi che permette un’ora di navigazione (3 Cuc). La vita è sempre dolcemente complicata sull’isla grande ma il Malecòn promette qualcosa di più di struggenti tramonti. I cubani ci credono.