Corriere della Sera, 10 febbraio 2017
L’Europa non spinge sulle sanzioni. La variabile (decisiva) del voto
BRUXELLES È una strategia del guinzaglio corto quella che la Commissione europea ha deciso di adottare nei confronti dell’Italia ed emergerà con chiarezza lunedì con le sue previsioni economiche più aggiornate. Niente escalation verso una procedura formale per deficit eccessivo, almeno non per ora. Ma niente via libera, né una volta per tutte né solo per più di poche settimane. Al contrario, dopo l’impegno del governo a una piccola manovra correttiva (da 3,4 miliardi di euro), la risposta di Bruxelles è studiata apposta per mantenere l’Italia sotto una pressione costante e assicurarsi dai contraccolpi dell’incertezza politica a Roma.
Nelle previsioni, la Commissione europea non terrà conto di nessun vero miglioramento del deficit pubblico italiano, rispetto alle due stime precedenti. In autunno scorso indicava che il disavanzo “strutturale” (al netto dei fattori transitori e della congiuntura) sarebbe balzato fino al 2,2% del reddito nazionale quest’anno (dall’1,6% del 2016), mentre il deficit generale sarebbe stato al 2,4%. E malgrado gli impegni pubblici e dettagliati alla correzione dei conti presentati dal governo, queste valutazioni o cifre molto simili a esse resteranno.
A Bruxelles, insomma, non si dà per scontato alcun miglioramento, rispetto a una situazione che giustificherebbe il lancio di una procedura formale per deficit eccessivo. Tuttavia nel testo sull’Italia si darà atto che il governo ha preso impegni abbastanza formali e dettagliati per disinnescare quella procedura, riducendo il deficit dello 0,2%. Dunque, per ora, non ci sarà nessuna accelerazione nel sanzionare il Paese. La Commissione europea, in realtà, ha deciso di restare alla finestra per qualche altra settimana, mentre prepara quello che i tecnici chiamano il “rapporto 126,3”: il testo nel quale ogni anno valuta se un Paese meriti di essere sottoposto a una procedura correttiva sui conti. Quel rapporto arriverà in primavera, anche se la data non è pubblica perché si tratta di un’informazione politicamente sensibile. Per allora a Bruxelles si vorrebbero vedere gli impegni del governo sulla manovra trasformati in fatti, o almeno concreti passi avanti. C’è infatti una sorta di sotto-testo implicito, in questa scelta maturata nella Commissione Ue di mantenere la pressione politico-istituzionale sull’Italia: se al momento in cui da Bruxelles arriverà il “rapporto 126,3” in Italia saranno già state sciolte le Camere e convocate le elezioni, inevitabilmente la situazione sarà più difficile.
L’impegno di un governo dimissionario a correggere i conti sarebbe considerato molto meno credibile, quindi una procedura europea per deficit eccessivo diventerebbe molto più probabile. L’Italia andrebbe al voto sullo sfondo di questa tensione con Bruxelles e il nuovo governo emerso da eventuali elezioni a giugno non avrebbe neppure un giorno di luna di miele: partirebbe subito con un serio problema in più da risolvere.
Così del resto la Commissione Ue cerca di garantirsi il rispetto degli impegni da parte dell’Italia, malgrado l’incertezza del quadro politico. Del resto questa è una vicenda che si trascina ormai da quasi un anno. A maggio scorso il governo di Matteo Renzi aveva ottenuto di poter lasciar correre al 2,3% del reddito nazionale il disavanzo del 2016 – sopra l’1,8% annunciato in precedenza – solo grazie all’impegno a portare il rosso nell’esercizio di bilancio proprio all’1,8% quest’anno. In autunno poi, in piena campagna referendaria, a Bruxelles si era capito che il governo Renzi avrebbe fatto salire ancora il deficit al 2,4% del Pil nel 2017 e al 2,5% l’anno prossimo.
Di qui i difficili colloqui dell’autunno scorso, nel quale un uomo in particolare aveva avuto un ruolo decisivo nel mediare fra Renzi e il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker: Martin Schulz, allora presidente del Parlamento europeo. Oggi Schulz è rientrato in Germania e come candidato socialdemocratico alla cancelleria, in certi sondaggi viaggia davanti ai conservatori di Angela Merkel. Ma né Juncker né il governo italiano hanno smesso di contare su di lui. Nelle settimane scorse ha discusso con i protagonisti i termini di un’intesa fra il presidente della Commissione Ue e il premier Paolo Gentiloni. Quando era ancora a Bruxelles, Schulz era diventato così prezioso per Juncker che a quest’ultimo una volta è scappato detto: «Se potessi, metterei il suo ufficio accanto al mio». Oggi però Schulz lavora per trasferirsi in quello di Angela Merkel alla cancelleria.