Corriere della Sera, 9 febbraio 2017
Lolita Chammah: «Che fatica essere figlia di Isabelle Huppert»
Lolita Chammah ha i capelli rossi, la pelle diafana, è minuta. «Sì lo so cosa sta per dire, fisicamente somiglio a mia madre. Col passare del tempo le somiglio sempre di più».
La madre è Isabelle Huppert. La voglia di costruirsi la propria strada, il peso di una madre che è una delle più grandi attrici del nostro tempo... Non dev’essere facile. «Non lo è», dice sua figlia. Ha 33 anni e alla Berlinale ha due film nella sezione Forum. Drôles d’oiseaux (Strani Uccelli) di Elise Girard e Barrage (Sbarramento) di Laura Schroeder, in cui recita con Isabelle. «Ma si tratta di appena due scene». Nel film siete madre e figlia. «Non so se lo faremo ancora, non penso». Lolita interpreta una donna «che ha abbandonato la figlia per fragilità, e dopo dieci anni vuole ritrovarla. Non aveva forza per la responsabilità di una bambina, cresciuta con sua nonna, cioè mia madre».
Isabelle ha detto di averla lasciata libera di rendersi conto degli aspetti positivi e negativi di questo lavoro. «Ha detto questo? È un problema vasto. In realtà non si protegge nessuno da niente. Ci sono cose meravigliose e dolorose. Come in ogni mestiere, e forse anche di più: c’è un aspetto di violenza. Sento il privilegio, siamo persone che vogliono essere guardate. Ma esistono grandi vuoti. Viviamo nel desiderio del prossimo, io vorrei controllare tutto e non posso. Alla Berlinale non sono mai stata, sarà una gioia immensa. Un Festival politicizzato, ma io non credo che i film debbano lanciare messaggi politici. Certo vivere nella Francia di Marine Le Pen è degradante». Lolita... «Non è un nome d’arte anche se lo sembra. È il mio vero nome. A me piace, è raro e rimanda a un’idea di freschezza che si rinnova. Certo i miei genitori (il padre è il produttore Ronald Chammah, ndr ) volevano rendere un piccolo omaggio a Nabokov e Kubrick». Parla un perfetto italiano («ho studiato alla scuola italiana a Parigi»), vorrebbe lavorare nel nostro Paese: «Adoro Crialese, Bellocchio, Golino, Alice e Alba Rohrwacher, Valeria Bruni Tedeschi che è mia amica, abbiamo fatto teatro insieme, c’è un senso di mistero in lei, è come sospesa. Siamo simili».
Lolita ha cominciato a 15 anni recitando in La vie moderne : «Ero adolescente, il liceo era la mia vita. Mamma era in quel film, la regista Laurence Barbosa mi diede il ruolo. Avevo l’impressione che non fosse stata una mia scelta. Poi ho fatto corsi di teatro. In seguito mi presero a una grande scuola di recitazione a Strasburgo, che lasciai prima del tempo. Lo so che è malvisto interrompere una cosa a metà, ma lavoravo già, non me la sentivo di tornare a studiare». Ci sono due parole che ricorrono in lei: fragilità e violenza. «Recito spesso la solitudine, sono donne che sembrano di epoche lontane, come in Drôles d’oiseaux, l’altro film che ho a Berlino». La storia di un amore impossibile con un uomo (Jean Sorel) di 30 anni più grande. «Ma qualcosa succede, anche se non si baciano mai. Lui è misantropo, imprevedibile, elusivo». Lei è mai fuggita? «Beh, fa parte del mestiere dell’attore: è una droga da cui a volte si vuole fuggire». Torna l’ombra di Isabelle, sua madre. «Mia madre è famosa: per me è una libertà e una prigione enorme. Cerco di prendere il lato positivo. Sono un po’ paranoica, ma in Francia la gente ti lascia tranquilla».
In effetti, vedendola recitare il confronto con la madre viene spontaneo. Poi si impone lei, Lolita. «È un complimento importante». Isabelle è candidata all’Oscar per Elle. «Non l’ho visto». Cosa vorrebbe avere, o pensa di avere, del talento di sua madre? «Non lo so, se mi facessi questa domanda lascerei questo lavoro».