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 2017  febbraio 09 Giovedì calendario

Avanti consumatori alla riscossa. Una mostra sul geniale grafico Albe Steiner

Furono talmente uniti nell’amore, nella creatività, nella passione delle idee che diventarono un unico nome. «Licalbe». Romantica crasi che ha segnato la storia della comunicazione italiana. A quella coppia geniale, Lica e Albe Steiner, Reggio Emilia dedica la ricca mostra «Grafici partigiani» (curata dalla figlia Anna nella Sinagoga, da sabato fino al 16 aprile, catalogo Corraini): un migliaio di pezzi tra manifesti, bozzetti, packaging, fotografie, oggetti intrecciati con la storia dell’imprenditoria e della politica nell’Italia moderna.
Figlio di un industriale nato nell’Austria-Ungheria, Albe Steiner era nipote di Giacomo Matteotti. L’11 giugno 1924, alla festa della sua prima comunione, l’atteso zio non si presentò perché era sparito nel nulla. Dopo un paio di mesi fu ritrovato cadavere. Da allora l’undicenne Albe diventò fervente antifascista. Disegnò il faccione del Duce con scritto «Abbasso Mussolini, gran capo degli assassini» e lo appese nell’atrio di casa attirandosi i rimbrotti del portinaio. Cresciuto, si avvicinò al partito comunista clandestino, fece il partigiano nella brigata Valdossola (per la quale ideò il simbolo), e perse il fratello Mino a Mauthausen. Sposò l’amata Lica nel ’38 e con lei aprì uno studio di grafica a Milano che nell’Italia autarchica teneva presente la lezione del Bauhaus e dei costruttivisti russi.
Il padre di tutte le Coop
Finita la guerra, Albe lavorò con le grandi imprese, dalla mitica Olivetti alla Pirelli, alla Rinascente, dove fu direttore artistico dal ’50 al ’54. In un’Italia fibrillante, affamata di benessere per tutti. O per lo meno per tanti. Per questo nella prima vetrina della Rinascente appena riaperta non collocò manichini, bensì sagome fotografiche di persone che camminano in strada, come se le merci fossero umane, normali, per gente comune. Ma non per questo dozzinali o scadenti. Anzi, come designer s’impegnò a imprimere un valore estetico agli oggetti d’uso quotidiano.
A Reggio Emilia, nel 1963, curò l’apertura del primo «magazzino a libero servizio». Il padre di tutte le Coop, simbolo baldanzoso del grande movimento cooperativo emiliano. E ne disegnò il marchio: quattro lettere legate tra loro in una cooperazione elegante, sobria, ottimista. Il suo credo era quello di soddisfare i bisogni, piuttosto che forzare i consumi. E coerentemente studiò l’intera organizzazione del supermercato in funzione del pubblico. Dalla qualità dei prodotti alla comunicazione friendly. Dato che gli analfabeti erano ancora il 58%, puntò più sulle immagini che sulle parole: per indicare il reparto carni, ad esempio, ricorse al muso di una mucca; per i casalinghi, alla foto di due sposi novelli affacciati al balcone.
Albe possedeva un genio polimorfo. Lavorava sui prodotti più svariati. Saponette, cerotti, cosmetici, veneziane, penne. Curava ogni aspetto, dal packaging al marchio, convinto che quest’ultimo fosse il primo elemento della comunicazione visiva che, se possibile, doveva anche essere «utile». Per la Pierrel disegnò una bella P stilizzata. Quando un pediatra gli spiegò che il farmaco Paxin somministrato in piccole dosi era più assimilabile, insistette per imprimere il marchio sulla compressa dimodoché fosse più facile spezzarla seguendo le linee del logo.
Art director alla Feltrinelli
Amava la pubblicità, ma non la fuffa. E ribadiva cose non del tutto scontate tipo «Il grafico non è un venditore di fumo». Credeva nel mercato, nella comunicazione, nel profitto, senza dimenticare l’impegno ideale e politico, che per lui coincideva con la sinistra. Al «suo» Pci offrì una matita militante, affettuosa, vivace, dalle feste dell’Unità ai bigliettini d’auguri natalizi, ai manifesti, alle riviste.
Fondamentale anche il contributo all’editoria. La prima zampata fu per il Politecnico voluto da Vittorini per riaprire la cultura italiana al mondo dopo il ventennio fascista. Albe lo disegnò nella casa-ufficio di Einaudi tra suoni jazz, in allegria, ispirato dalla presenza di Lica «bella elegante con il tocco di una gran signora, i toni bassi, apparentemente non evidenti» (ricordo di Cerati). Grafica semplice, con bande rosse e nere, pagine asimmetriche, fotografie funzionali, che servirà da modello per altre testate da lui concepite, come Oggi, Milano Sera, o la Rinascita fondata da Togliatti.
Disegnò la nuova Einaudi, Zanichelli, e soprattutto Feltrinelli di cui fu art director fin dalla creazione (nel ’55). Concepì copertine celeberrime, come quelle per Il Gattopardo o il Dottor Zivago. Nel 1960 scrisse, in collaborazione con Piero Caleffi, Pensaci, uomo!, primo libro fotografico italiano sui campi di sterminio, per scuotere, con l’orrore delle immagini, «gli indifferenti, gli apatici, gli apolitici». In copertina scelse la fotografia di un piccolo ebreo con le mani alzate, il cappottino sulle gambette nude, gli occhi neri di paura, sotto il mitra di una SS nel ghetto di Varsavia. Divenne un’icona della Shoah.
Da Marx a Mirx
Quando morì, nel 1974, l’amico Calvino scrisse nel necrologio che il segreto di Albe era la contentezza. Non quella dello sprovveduto che non scorge gli orrori dell’umanità. Anzi. Li vedeva eccome. Ma credeva che questo pianeta si potesse aggiustare, persino cambiare.
Dopo la guerra si trovò in un mondo diviso tra il roboante benessere dell’ingiusto capitalismo e i tristi scaffali vuoti dell’Est egualitario. Con il suo genio colorato Albe li mise d’accordo, disegnando un’utopia felice in cui lavoro e gioco, uguaglianza e abbondanza, non sarebbero più stati termini antitetici. Più o meno ciò che teorizzava Marx per una società libera dall’alienazione. Albe aveva apprezzato fin da giovane quel filosofo, e durante il fascismo aveva disegnato la copertina di un volumetto clandestino di sue Pagine scelte, chiamandolo «Mirx» per fregare gli ottusi censori. Aveva capito che la rivoluzione del barbuto comunista, annunciata in tanti scritti mai capiti davvero a fondo, è quella che trasforma il mondo con la cultura, la bellezza, la letizia, non con la rabbiosa lotta di classe.