La Stampa, 9 febbraio 2017
Mafia, il giudice ritarda le motivazioni di un anno. Scarcerati i condannati
I commercianti che avevano accusato gli esattori del racket, rompendo il muro di omertà e trovando il coraggio di denunciare, tra qualche giorno li rivedranno in libertà, passeggiare davanti ai negozi e alle aziende taglieggiate: il ritardo nel deposito delle motivazioni di una sentenza di mafia, nel processo denominato «Reset», provoca una serie di scarcerazioni, decise dal tribunale del riesame di Palermo. Perché sono scaduti i termini di custodia cautelare e 14 imputati dovranno uscire di prigione entro domenica 19. Per impedirlo era stata decisa una proroga in extremis, dopo che i termini per il deposito della decisione del Gup Sergio Ziino erano scaduti già da dieci mesi. Ma è stato tutto inutile: il provvedimento del primo presidente del tribunale, Salvatore Di Vitale, che in novembre aveva tentato di allungare i tempi, è stato ritenuto illegittimo.
Lasceranno le celle così tutti coloro che hanno avuto pene fino a 10 anni, 14 persone: per le condanne superiori, che sono 9, il termine è più lungo di sei mesi, scadrà il 19 agosto e per quella data la decisione di secondo grado dovrebbe essere pronunciata. Fra coloro che non usciranno, perlomeno subito, ci sono anche Michele Modica ed Emanuele Cecala, condannati rispettivamente all’ergastolo e a 30 anni per un delitto del 2005. Mentre vengono liberati, fra gli altri, il presunto capomafia di Villabate, Francesco Terranova, che aveva avuto 6 anni e 8 mesi, Francesco Speciale (8 anni e 9 mesi), Giovan Battista Rizzo (8 anni), Giovanni Di Salvo (7 anni e 2 mesi), Francesco Pretesti e Giovanni La Rosa (6 anni e 10 mesi a testa), Giovanni Salvatore Romano (6 anni e 4 mesi), Francesco Raspanti (6 anni), Carlo Guttadauro (5 anni e 4 mesi), fratello di due boss, uno dei quali, Filippo Guttadauro, è cognato del superlatitante Matteo Messina Denaro.
«Reset» è un nome simbolico, scelto dai carabinieri per rappresentare in maniera plastica l’operazione di sistemazione di un territorio che fu il luogo di latitanza preferito da Bernardo Provenzano. Oltre che a Bagheria il «reset» si era esteso ai paesi vicini, Villabate, Ficarazzi, Altavilla Milicia, Casteldaccia e alla borgata palermitana di Porta Nuova. Negli anni ’80 Altavilla e Casteldaccia, proprio assieme a Bagheria, erano stati i vertici del triangolo della morte, in cui la guerra di mafia fu particolarmente cruenta. La nuova Cosa nostra invece oggi punta sui delitti di sangue solo in casi estremi: preferisce imporre il pizzo.
Una faticosissima opera di persuasione da parte degli inquirenti e delle associazioni come «Addiopizzo» e «Libero futuro», ispirate alle denunce di Libero Grassi, aveva portato a una sorta di «primavera»: denunce su denunce e testimonianze. Anche per questo, paradossalmente, la stesura della sentenza, da parte del Gup Ziino, è risultata complessa: per l’alto numero, 46, di parti civili; e 24 sono vittime del racket e parenti di Antonio Canu, ucciso nel 2005. Fin dal primo momento però il processo, celebrato col rito abbreviato (le pene sono cioè scontate di un terzo), non aveva preso la piega giusta: il termine di custodia in primo grado sarebbe scaduto il 20 novembre 2015 e il Gup Ziino era uscito dalla camera di consiglio il 19 novembre, alle 23. Per il deposito della sentenza, poi, il giudice aveva a disposizione tre mesi, fino al 19 febbraio dell’anno scorso. Il termine è però decorso invano: le motivazioni non erano pronte, né fu chiesta una proroga. Quando ci si è resi conto del rischio delle scarcerazioni era già troppo tardi: il prolungamento dei tempi (tre mesi in più rispetto al termine massimo, previsto per il 19 febbraio prossimo) è stato deciso ex post, ed è stato ritenuto illegittimo dal tribunale del riesame, al quale si sono rivolti i difensori degli imputati. Inutile il deposito della motivazione, avvenuto il 22 dicembre. Tra qualche giorno sarà il liberi tutti.