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 2017  febbraio 09 Giovedì calendario

Nel business delle fiction Rai un tesoro conteso da 200 milioni

Ogni anno la Rai investe circa 200-220 milioni di euro nella produzione di fiction e tv movie. Un tesoro conteso da tutti i più importanti produttori, dai giganti mondiali dei format (Endemol, Fremantle, Banijay Entertainment) a tanti nomi storici delle produzioni tv, da Bernabei a Bixio, ai produttori emergenti (Lorenzo Mieli).
Nel secondo semestre del 2016 in base all’elenco degli «atti e contratti aziendali sottoscritti dal direttore generale», una quarantina in tutto su un totale di 170 delibere, la spesa complessiva della Rai superano abbondantemente i 90 milioni di euro. Ci sono due puntate in più di «Braccialetti rossi» e la seconda serie del «Paradiso delle signore», «Provaci ancora prof 7» e il bis de «La mafia uccide solo d’estate», tanti cartoni destinati a Rai Yoyo e Rai Gulp ed 10-15 di novità editoriali per i quali viene attivato il progetto con un primo stanziamento di 100-200mila euro.
Tutti le produzioni sono inserite nelle linee di sviluppo di Raifiction a suo tempo discusse ed approvate dal cda. Al dg Antonio Campo Dall’Orto spetta poi firmare i vari contratti o le loro modifiche per un importo che non può superare i 10 milioni di euro.
Rosario Rinaldo, il produttore della fiction «Rocco Schiavone», uno dei successi della passata stagione di Rai2 batte tutti e mette in cassa 10 milioni e 300 mila euro con la sua Cross Production: 7,89 milioni per la fiction «Sirene» destinata a Rai1, 1,82 milioni per «I due soldati» e 420mila euro per l’avvio della produzione de «Il cacciatore di mafiosi» (Rai2). Endemol Shine arriva a 9 milioni e 300 mila euro soprattutto grazie all’acquisto della settima serie di «Provaci ancora prof» (8,87 milioni) che su Raiuno la passata stagione in otto serate ha raccolto in media 5.163.00 spettatori (21,2%) di share. Più 450 mila euro per l’attivazione di «Mentre ero via» destinato a Rai1. Ricco anche il portafoglio ordini di Lorenzo Mieli: 8 milioni di euro attraverso Fremantle media (per la seconda serie di «Non uccidere», che su Rai 3 in 12 serate ha raccolto il 4,3% medio), più 84mila euro per avviare il progetto «Un posto al sole memories» (sempre per Rai3). A cui si aggiungono poi 2 milioni di euro attraverso la società Wildside (565mila euro per attivare la seconda serie de «La mafia uccide solo d’estate», più 1,5 milioni per la cooproduzione de «La linea verticale», Rai3). Aurora Tv, braccio operativo italiano del gruppo Banijay Entertainment, incassa 600 mila euro per la docufction «Io sono libero» e 1 milione 94mila euro per avviare la produzione della seconda serie de «Il Paradiso delle signore». Contratto che per effetto di un adeguamento dei compensi vale in tutto 10 milioni di euro con l’idea di ripetere il successo della prima serie, che in 10 serate ha raccolto una media di 5,4 milioni di spettatori ed uno share del 21,3 per cento.
E i produttori dei «blockbuster» di mamma Rai? La Luxvide della famiglia Bernabei, dopo i successi dei «Medici» e di «Don Matteo», e «Che dio ci aiuti» col preacquisto di «Sottocopertura 2 La cattura di Zagaria» incassa 8 milioni di euro scarsi, più 650 mila euro per l’attivazione di «Non è mai troppo presto», poi ridenominata «Complimenti per la connessione» e andata in onda la scorsa estate su Rai1. Paypermoon Italia arriva a 7,3 milioni con il seguito di «Questo nostro amore 80» reduce da un 20,4 di share ed un ascolto medio di oltre 5 milioni di spettatori. La Palomar, la casa di produzione di Montalbano, incassa 1 milione e 280mila euro per due puntate in più di «Braccialetti rossi» e 5,3 milioni per il preacquisto de «Il capitano Maria».
All’ex dg Agostino Saccà (Pepito produzioni) 1,685 milioni per il preacquisto di «Mia moglie, mia figlia e due bebè», la Pico Media di Roberto Sessa 5,55 milioni tra «I fantasmi di Porto Palo» e il tv movie «La musica del silenzio». Alla Publispei della famiglia Bixio 2,3 milioni di euro per la produzione della seconda serie di «È arrivata la felicità», che su Rai1 è reduce da un ascolto medio di 4.151.000 spettatori (16,7%). Poi c’è la Compagnia Leone cinematografica che farà il seguito della fiction «Una pallottola nel cuore», 3,57 milioni di appalto, interprete principale Gigi Proietti e 5,7 milioni di media di ascolto (23.1%).
La Casanova multimedia di Barbareschi incassa invece 1,75 milioni (coproduzione del tv movie «In punta di piedi» per 1,6 milioni e attivazione del progetto «È così lieve il tuo bacio sulla fronte», 150 mila euro). A Cattleya viene versato un milione e 260 mila euro per l’attivazione della fiction «Tutto può succedere» destinata a Rai1, sempre in conto a Rai1 a Bibi film tv vanno 3,8 milioni per la miniserie «Principe libero». E poi ci sono i cartoni per i canali ragazzi Rai Yoyo e Rai Gulp. La casa di produzione delle Winx, la Raimbow porta invece a casa 4.36 milioni per la produzione delle serie «Mia&Mev3», «Maggie&Bianca fashion» e la cooproduzione di «Winx Wow the world of Winx». Alla 3Zero2Tv va invece 1 milione e 250 mila euro per il preacquisto della terza stagione di «Alex e co». A Cyber group studios 850mila euro per produrre «Tom Sawyer».
Ma non ci sono solo incassi, capita infatti che su qualche produttore si abbatta un taglio. È il caso della «11 marzo film» che deve rinunciare a due dei 10 episodi della serie «Il nome della rosa» perdendo così 1 milione di euro su un progetto che inizialmente ne valeva 10,8.
Paolo Baroni e Paolo Festuccia

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Scontro politico sui maxi compensi
Il giorno dopo la pubblicazione dei compensi di molte star della tv, dai rinnovi milionari di Antonella Clerici e Flavio Insinna, ai conguagli per gli extra di Vespa, Guardì, Frizzi e Giletti, la Rai presenta un esposto alla Procura della Repubblica di Roma perché siano accertate «con urgenza» i responsabili della diffusione e pubblicazione dei documenti. Secondo viale Mazzini, che peraltro non smentisce il contenuto degli articoli pubblicati ieri da La Stampa, si tratta infatti di «documenti riservati contenenti informazioni sensibili sulla gestione aziendale, ad uso interno e del cda». E l’aver fatto filtrare quelle notizie sui compensi, secondo la Rai, equivale ad «azioni che procurano un danno significativo all’azienda chiamata ad operare in un mercato concorrenziale, dando un’immediata posizione di vantaggio agli altri operatori del mercato», in quanto sanno quanto percepisce questo o quell’altro personaggio televisivo. Per questa ragione, «Rai si impegna a tutelare in ogni sede e con ogni mezzo il proprio patrimonio aziendale e la propria reputazione».
Quello dei compensi, troppo alti rispetto ai tetti imposti a tutta la pubblica amministrazione (240 mila euro), e da sempre coperti dal segreto aziendale, è un tema delicato. Ne ha riparlato ancora una volta il cda di viale Mazzini, proprio martedì sera senza approdare a nulla, e ne hanno parlato ieri tanti politici, di maggioranza e di opposizione. «La Rai temporeggia ancora sul tetto con una ennesima lettera a Mef e Mise», protesta Michele Anzaldi, deputato Pd e segretario della Commissioni di vigilanza Rai. «Se il cda vuole ancora perdere tempo, con la lettera ai ministeri alleghi la lista dei compensi pubblicata da La Stampa, vero schiaffo a i cittadini!». Il presidente della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (Pd), parla di «Rai fuori controllo» e chiede che «venga reso noto l’elenco integrale dei costi di tutte del società esterne e i compensi che arrivano ai singoli». Il presidente dei deputati di Forza Italia Renato Brunetta ha invece presentato una interrogazione al presidente della Vigilanza Roberto Fico per far applicare «in maniera integrale il principio della trasparenza». Mentre Maurizio Gasparri (Fi) punta il dito contro «i comunisti col triplo Rolex, Michele Santoro e Lucia Annunziata», ed i loro compensi giudicati «eccessivi» rispetto a ruolo svolto e risultati d’ascolto.
Da registrare poi due precisazioni da Bruno Vespa e Massimo Giletti. Il conduttore di Porta a Porta (il testo integrale è nella pagina delle lettere) ci tiene a precisare che il suo «contratto base del triennio 2014-2017 è di un milione e 300 mila euro» e non di un milione 800 mila euro che invece è il «tetto massimo», mentre i compensi per una prima serata speciale è di 30mila euro, per una seconda di 11.700 euro anziché 89.200 come riportato ieri. A sua volta Massimo Giletti, che preannuncia querela, spiega che «i 313 mila euro indicati come compensi extra non si riferiscono al 2016 ma rappresentano gli arretrati dei tre anni precedenti». E comunque il suo minimo garantito «non è di 500 mila euro l’anno, ma è molto più basso». Naturalmente è bene anche distinguere tra i cosiddetti stipendi e i costi di produzione. Da questo punto di vista i 2milioni 700mila euro versati alla «Zerostudio’s spa» di Michele Santoro a fronte di una serie di programmi non sono il compenso del giornalista televisivo ma il budget che la Rai mette a disposizione della produzione per realizzare una serie di puntate «chiavi in ma no».
[P. BAR – P. FES.]


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I top manager nel mirino. Fatture false per evadere l’Iva
Ci sono anche i «top manager» della Rai nell’elenco dei personaggi finiti sott’inchiesta per le fatture fasulle legate alla pubblicità. Il tutto, per evadere 110 milioni di Iva in dieci anni. Non sono ancora finite le perquisizioni della Guardia di Finanza (su ordine della procura di Torino), che l’altro giorno hanno già bussato alla porta degli ex presidenti del consiglio d’amministrazione Lorenza Lei e Roberto Sergio, dell’ex amministratore delegato di «Rai pubblicità» Fabrizio Salvatore Piscopo, ma anche degli ex amministratori di «Sipra» Aldo Reali, Mario Antonio Bianchi e Maurizio Braccialarghe, già assessore alla Cultura del Comune di Torino con la giunta guidata da Piero Fassino.
La tempesta giudiziaria segue di un paio d’anni l’inchiesta romana sulle presunte tangenti pagate dall’imprenditore David Biancifiori per ottenere appalti di fornitura di telecamere e altre apparecchiature elettroniche. Questa volta, nel mirino degli inquirenti ci sono le fatture pubblicitarie dal 2006 al 2016. All’origine dell’inchiesta torinese ci sono due elementi: un accertamento dell’Agenzia dell’Entrate torinese (dove hanno sede gli uffici amministrativi della Rai) e un’indagine della procura di Milano, poi trasferita per competenza ai piedi della Mole. Entrambe hanno in comune la «Tome Advertising Sl», società con il portafogli in Spagna e il cuore (e la mente) in Italia. A guidarla era Daniele Gilardi, ex dipendente Sipra, poi passato al settore privato. Ma sempre alimentato da soldi pubblici.
Quando Agenzia delle Entrate e procura milanese hanno messo il naso negli affari della «Tome», Gilardi aveva torato in ballo altre società. Per prima la «Hi Acquisitions Ltd», che ha anche amministrato per qualche tempo. Poi, è toccato alla «New Millenium Market Sl» e alla «Best Option Media srl», gestite anche da altri personaggi finiti come lui sott’inchiesta.
Il meccanismo era semplice: le società con sede (formale) all’estero acquistavano spazi pubblicitari dall’azienda di viale Mazzini e li rivendevano ad altre società italiane, «dimenticando» di pagare l’Iva nel Paese dove hanno sede. Un paravento, secondo Agenzia delle Entrate e finanzieri, che hanno ottenuto dal pm Ciro Santoriello un decreto di perquisizione per undici abitazioni e due sedi societarie. Cercavano documenti legati ai contratti e alle fatture false. Ma soprattutto, cercavano tracce dei soldi sottratti al Fisco. Sotto il naso dei «top manager».
Claudio Laugeri