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 2017  febbraio 09 Giovedì calendario

«Sono apparsa su Playboy per cambiare la percezione dei musulmani americani»

Il problema non è solo il cosiddetto «Muslim Ban» di Trump. Alla base, c’è il modo in cui i musulmani vengono percepiti nell’immaginario collettivo americano, spiega Noor Tagouri al Corriere. È la ragione per cui questa ventiduenne libica-americana, che collabora con il sito Newsy e sogna di diventare la prima conduttrice tv in hijab, lo scorso settembre intanto è stata la prima donna velata a posare per Playboy dopo che la rivista ha rinunciato ai nudi.
Ha criticato Hillary Clinton perché parlava dei musulmani americani solo come risorse nella lotta al terrorismo anziché come cittadini come tutti gli altri...
«Sì, i musulmani americani sono sempre definiti “in prima linea contro l’estremismo”, anziché come gente normale che vuole un buon lavoro e l’assistenza sanitaria, in prima linea pure nelle scienze, nei diritti civili, nello sport».
Come ha vissuto l’ordine esecutivo di Trump? La Libia, da cui vengono i suoi genitori, è tra i 7 Paesi i cui cittadini sono stati banditi.
«È una mossa immotivata. Non ci sono mai stati attentati commessi in America da immigrati di quei sette Paesi. Mia cugina, che studia qui, non è potuta tornare, l’hanno fermata in Turchia. Solo lo scorso weekend, quando il bando è stato temporaneamente bloccato, finalmente è rientrata a casa».
La sua scelta di posare per «Playboy» ha provocato ammirazione e insulti. La blogger velata Nishaat Ismail le ha contestato la scelta di apparire in una rivista che tratta le donne come oggetti. Perché l’ha fatto?
«Non mi piace dire di aver “posato” per Playboy. Ho fatto un’intervista per la sezione “Rinnegati” (persone che influenzano il modo in cui vestiamo e pensiamo, ndr). Le reazioni, positive e negative, hanno aperto un dibattito necessario, come ho spiegato nel mio blog. Quando mi hanno contattata, ero incerta. Ne ho parlato con i mei, ho pregato, ho letto del nuovo impegno della rivista per la giustizia sociale. Alla fine ho accettato. Per me questa ribellione è una forma di onestà. Ho indossato e detto quel che volevo e l’ho fatto per le donne, i musulmani e tutti coloro che vengono rappresentati per ciò che non sono».
Quali cambiamenti vede nella percezione dei musulmani in America?
«Sono cresciuta in Maryland, in una cittadina di bianchi conservatori. Ero insicura per il mio aspetto, diversa. Io e mia sorella eravamo le uniche musulmane a scuola, sentivo commenti ignoranti sul velo di mia madre. Io ho cominciato a portarlo a 15 anni. Oggi credo che gli americani stiano imparando che è una libera scelta. L’industria della moda legata alle donne velate è diventata multimiliardaria. E i marchi più importanti se ne sono accorti».