Corriere della Sera, 9 febbraio 2017
Il lungo addio di Doria. La rossa Genova diventa contendibile
Genova non si meritava questo lunghissimo addio. E forse neppure lui, Marco Doria, il sindaco civico, il professore universitario che nel 2012 sull’onda del movimento arancione vinse a sorpresa le primarie del centrosinistra approfittando del cupio dissolvi di un Pd capace di schierare due candidate espressione di fazioni rivali. Era ormai molto tempo che non aveva più i voti per governare. Immemore dei suoi disastri, il Pd cittadino, azionista di maggioranza della sua giunta, lo ha sempre considerato un intruso.
La colpa di Doria è invece anche il suo peccato originale. È giunto a Palazzo Tursi sulle spalle di una coalizione che assemblava pezzi di sinistra e di associazionismo disgustati dal Pd ma non omogenei e talvolta neppure compatibili, tenuti insieme da un civismo così radicale da risultare utopico. Alla fine è stato anche il fuoco amico a decretare la fine. Con la rinuncia alla candidatura annunciata ieri fallisce l’ultimo esperimento di una breve stagione.
Ma i fallimenti non hanno mai un solo padre, anzi. Anche nel giorno in cui la sua avventura giunge al termine, Doria ha dato prova della serietà ormai desueta con cui ha interpretato il proprio ruolo. Poteva e voleva dimettersi, dopo il voto contrario sulla fusione tra Amiu, l’azienda municipalizzata che si occupa della raccolta dei rifiuti, e la multiservizi Iren. Ci aveva lavorato per mesi. Era tutto in chiaro. All’improvviso è crollata una ulteriore fetta della sua maggioranza. Il clima da fine impero e anche questo assurdo stillicidio di fiducie negate e defezioni che si trascina da quasi due anni, avrebbero giustificato l’addio. Ha scelto di restare, seppure esautorato. Per trovare una soluzione alla vertenza, per un senso di responsabilità che invece manca del tutto intorno a lui.
Genova è una città sempre più vecchia e invecchiata, prigioniera di uno stallo perenne, testimoniato dall’immobilismo ai vertici di alcune associazioni di categoria. La rivoluzione arancione di Doria si è infranta sui propri limiti. Con una lista dove dominano i No a tutto si vince ma non si governa. L’ormai ex sindaco ha provato a farlo. Ha litigato con i sindacati, ha scontentato l’establishment di area democratica che da subito gli ha messo addosso l’etichetta dell’onesto ma incapace di amministrare. Per indole personale e fiducia mal riposta nella dialettica e nella buona fede altrui, non ha mai ribaltato il tavolo denunciando il tradimento dei chierici. E così è stato cotto a fuoco lento. Il Pd genovese si era ben presto convinto che con lui alle prossime amministrative avrebbe perso. Ma è anche consapevole della forte probabilità di una sconfitta a prescindere da chi supererà l’ordalia interna. I Cinque stelle sono più divisi dei democratici, impresa ai confini dell’umano. Giovanni Toti, che già conquistò la Regione per grazia ricevuta dal Pd, ride. Gli basterà resistere alla tentazione di piazzare qualche fedelissimo e scegliere un usato sicuro come l’ex presidente regionale Sandro Biasotti per ottenere un’altra vittoria storica. Cinque anni trascorsi a demolire il proprio sindaco senza costruire uno straccio di alternativa. Questo è il bilancio del centrosinistra genovese.
Resta un rimpianto. La politica continua a essere impermeabile per uomini come Doria, non importa di quale colore e appartenenza. Quando era sotto attacco perché tollerava i mercatini abusivi e l’immigrazione, all’intervistatore che gli faceva notare come la Lega nord fosse ormai al 20% in città rispose che come essere umano l’unico messaggio che si sentiva di dare era quello dell’accoglienza e della sensibilità verso il prossimo. I suoi pregi sono stati anche i suoi difetti. Lui non ha cambiato la politica e la politica non ha cambiato lui. Una magra consolazione.