Corriere della Sera, 9 febbraio 2017
La rivista che costruisce ponti festeggia il numero 4 mila
CITTÀ DEL VATICANO Il primo numero uscì mentre Dickens finiva di scrivere David Copperfield, Verdi componeva il Rigoletto e il giovane Vittorio Emanuele II era da un anno re di Sardegna. Il 6 aprile 1850, a Napoli, in una tipografia di via San Sebastiano, veniva stampato il primo numero de La Civiltà Cattolica, la rivista culturale della Compagnia di Gesù che è la più antica d’Italia ed arriva sabato al numero 4000. Undici anni prima dell’unità, il padre gesuita Carlo Maria Curci aveva voluto non fosse scritta nel latino dei «giornali ecclesiastici» ma in italiano, la lingua che «affratellava» gli abitanti della penisola. L’attuale direttore, padre Antonio Spadaro, ricorda nell’editoriale la parabola del fondatore: in piena temperie risorgimentale, «da antiliberale e difensore strenuo del potere temporale del Papa», dopo Porta Pia e l’inizio della questione romana «imparò a vedere nello Stato unitario una autorità civile irreversibile, impegnandosi per superare l’intransigenza di alcune correnti cattoliche». Padre Curci pagò con l’espulsione e la sospensione a divinis e fu costretto a ritrattare. Ma oggi, scrive il direttore, «sarebbe utile riscoprire la sua figura di precursore di una religiosità inscindibile dall’apertura alla libertà e alla tolleranza». Perché nel nostro tempo «la tentazione forte è di serrare le file e opporre al caos percepito la risposta di un cattolicesimo intransigente e identitario», considera: non una «civiltà cattolica» ma «una bolla chiusa in se stessa» che guarda il mondo dietro «una cortina di rancore», come fosse abbandonato da Dio. Ecco il pericolo: «La tentazione identitaria è la necrosi del cristianesimo». Nel messaggio autografo in copertina, Francesco augura alla Civiltà Cattolica di «continuare ad essere una rivista ponte, di frontiera e di discernimento». La dimensione sempre più internazionale e le nuove edizioni in inglese, francese, spagnolo, coreano; la presenza sul digitale, in Rete e nei social network. Il quindicinale guarda al futuro radicandosi nell’intuizione originaria: «Il primo scopo è quello di “costruire ponti”, di dialogare con la cultura contemporanea, con l’uomo d’oggi», scrive padre Spadaro. Ma non basta. Il direttore ricorda ciò che per il numero 3000 la rivista scrisse nel ’75, sotto Paolo VI: «L’assoluta fedeltà al Papa come un impegno» di fronte «ad attacchi sempre più violenti alla persona ed all’insegnamento del Papa, anche da parte di taluni cattolici». Parole, fa notare, «che risuonano oggi di grande – e a tratti inquietante – attualità».