Corriere della Sera, 9 febbraio 2017
L’ex comunista amato dalla base scherzava sugli addii. «Sarò il prossimo?»
Difficile che piaccia a Paolo Berdini ciò che di lui ha scritto su Facebook, dopo che la bufera era già scoppiata, Vittorio Di Battista, papà del più noto «Dibba» grillino in perenne lite con i congiuntivi: «È uno di quei compagni che, malgrado siano compagni, li considero camerati». Un bel pezzo del popolo a cinque stelle è ferocemente contrario allo stadio della Roma e Berdini è il suo profeta. Ma definirlo «camerata», per l’assessore all’urbanistica azzoppato ieri da un’intervista a dir poco sorprendente, beh, sarebbe davvero troppo. Basta dare un’occhiata alla sua storia. Paolo Berdini ha 68 anni ed è stato comunista a quattro ruote motrici, ovviamente quando c’era il Partito comunista. E non è un rinnegato.
C’era una volta il Pci
All’inizio degli anni Ottanta era uno dei giovani pilastri della commissione urbanistica del Pci, insieme a personaggi come Vezio De Lucia e Walter Tocci. Erano i tempi per loro dolorosi delle giunte di sinistra travolte dalla rimonta andreottian sbardelliana, e intorno a quel gruppo, con Italo Insolera, si tentava di ricostruire con il sogno della nuova città la riscossa della sinistra. Fino alla vittoria di Rutelli. Man mano però che il centro si mangiava la sinistra, il Nostro si scopriva sempre più allergico a certe scelte urbanistiche.
Fra i suoi compagni dell’epoca passata c’è chi oggi considera naturale l’approdo sulle sponde del radicalismo grillino. Naturale, forse. Facile, per nulla. Sbarcato dalla goletta del centrosinistra, Berdini trova interlocutori nel mondo variegato di antagonisti al consumo indiscriminato del suolo, e con Paolo Maddalena diventa il punto di riferimento dei grillini che in Parlamento su quel fronte sono scatenati: da Federica Daga a Claudia Mannino. Sono loro che fanno il suo nome a Virginia Raggi.
Lui è un corpo estraneo. In casi come questi, però, l’estraneità può essere anche un punto di forza. Il vantaggio di Berdini, per esempio, è di aver sempre parlato chiaro. Per capire che lui quel milione di metri cubi per lo stadio della Roma (che non dispiacciono proprio a tutti, nel Movimento) non li avrebbe mai concessi bastava leggere i suoi saggi, come Le città fallite o Breve storia dell’abuso edilizio in Italia. Dove si racconta come il paesaggio dell’agro romano «che circondava la città e per secoli ha lasciato sbalorditi i tanti viaggiatori (...) deroga dopo deroga sia oggi ridotto a pochi lacerti spesso abbandonati e circondati da una inesauribile pressione edificatoria». Un manifesto contro le varianti come quella che servirebbe per il progetto della Roma e del costruttore Parnasi. Con il paradosso di dover difendere proprio quel piano regolatore che da urbanista aveva duramente contestato.
Il prossimo epurato
Questa la sua forza. Nella base grillina che vede il cemento come il cancro: basta leggere i commenti sui social. Duri e puri loro, duro e puro anche lui, fino a diventare per qualcuno «il camerata Berdini». E il suo essere corpo estraneo gli ha permesso anche di proclamare eresie che ad altri sarebbero costate lo scalpo, come quando si è schierato per il «Sì» alle Olimpiadi, ma «dei tram e non del cemento». Come pure di passare indenne dall’alleanza con l’assessore al bilancio defenestrato, Marcelo Minenna. Rideva, in quei giorni della prima grande epurazione, Berdini: «Stai a vedere se il prossimo non sarò io». Rideva, mentre lo ripeteva, facendo notare però quanto la squadra di Virginia Raggi fosse fragile e inesperta. Ma anche vittima, sospettava, di un patto elettorale inconfessabile stretto con la destra: da cui la stella di Raffaele Marra. E rideva anche dopo, quando sulla battaglia dello stadio sembrava sconfitto dall’ex potente vicesindaco Daniele Frongia e invece assicurava: «La maggioranza del consiglio è con me». Garantendo, non più tardi di martedì scorso, che se Virginia avesse «sbragato» promettendo soltanto un metro cubo in più, avrebbe salutato tutti: «Me ne vado, sullo stadio ci ho messo la faccia». Sarebbe stato onorevole. Ma il rischio di andarsene così. Per quell’intervista, che brutta sorpresa...