il venerdì, 27 gennaio 2017
Jackie e la leggenda di Camelot
Fu una sera di dicembre nella casa al mare di Hyannis Port, dieci giorni dopo l’assassinio del marito, che Jackie Kennedy prese nelle mani la cronaca e la trasformò in mito. «Prima di andare a dormire Jack suonava sempre dei dischi» riportò fedelmente le sue parole su Life l’inviato presidenziale e premio Pulitzer Theodore White. «E la canzone che amava di più era alla fine di uno di questi dischi. Una frase gli piaceva sentire: non dimenticate che ci fu un luogo che per un breve splendente momento fu chiamato Camelot». La canzone la cantava Richard Burton, Re Artù nel finale di un musical di Broadway. Lei ci aveva pensato bene. Aveva personalmente scelto Life e un giornalista “amico” per l’esclusiva di quella che sarebbe stata una delle pochissime interviste concesse come ex First Lady.
Il giornale, quella settimana, ritardò molto la sua chiusura abituale per uscire con due pagine a fronte intitolate Un epilogo, il 6 dicembre 1963. Fortissime, benché scritte da White in poco più di tre quarti d’ora e dettate dal telefono della cucina di casa Kennedy. Almeno sette milioni di lettori videro la pazzesca copertina a colori con Jackie in nero e i suoi bambini Caroline e John jr. vestiti di azzurro, inquadrati di sbieco sullo sfondo dei marmi bianchi del Campidoglio, la folla scura che aspettava passasse il funerale (la tv in diretta, all’epoca, era soltanto in bianco e nero). Lessero le parole dell’ex First Lady che White aveva trasformato con mestiere in un lungo monologo indiretto, ritmato dalle ripetizioni del pronome «Lei» e senza didascalie di sorta: «Lei ricorda quanto fosse caldo il sole a Dallas» era l’attacco del pezzo. Poco più avanti: «Il sole era accecante (...) E lei non poteva mettere gli occhiali da sole perché doveva salutare la folla».
È abbastanza così. Diversi anni fa Noah Oppenheim, un giovane autore tv e divulgatore storico, aveva avuto l’idea di costruire un film su Jacqueline Kennedy usando come filo conduttore proprio quell’intervista e i suoi retroscena. Per mettere in scena la memoria febbricitante, l’enorme solitudine, ma anche l’incredibile determinazione di questa donna di 34 anni nei giorni successivi all’assassinio, fino al grande funerale pubblico a Washington grazie al quale, proprio come accade per Abraham Lincoln, lei traghettò suo marito nella Storia. E dove finisce quello che gli anglosassoni chiamano «spin»? Da dove nasce la mitologia popolare? Qual è il posto dell’ossessione personale, del senso dello spettacolo, della cultura popolare, nella formazione della Memoria Collettiva?
Grande idea. All’ultimo festival di Venezia, Oppenheim è stato premiato per la sua sceneggiatura. Di una delle prime stesure Steven Spielberg era stato in lizza per girarla come miniserie tv, già sei anni fa. Darren Aronofsky era pronto a girare poco prima della separazione con la sua fidanzata Rachel Weisz, che doveva fare Jackie. Noah Oppeheim nel frattempo ha cambiato tre lavori, si è licenziato dalla Nbc dove curava il programma del mattino Today, è tornato alla Nbc, ha scritto libri di divulgazione per il New York Times, ora sviluppa format per reality in una società televisiva. Dopo sei anni di attesa il suo progetto è andato in porto infine nelle mani del regista cileno Pablo Larraín e di Natalie Portman (nelle sale dal 16 febbraio). Quest’ultima ora attende di sapere se il suo lavoro di reinterpretazione di una delle grandi icone dei Sixties americani (accento, voce, parrucco e tailleur) le varrà almeno un Oscar.
Jackie era ossessionata dal controllo sulla propria immagine. Ma prima di tutto era laureata in letteratura francese, aveva avuto prime esperienze di giornalismo all’università, a Vogue e al Washington Times-Herald. Per sua volontà le memorie della vita da First Lady, come le registrazioni integrali di conversazioni con gli storici Arthur Schlesinger e William Manchester, furono rese pubbliche soltanto dopo la sua morte nel 1994. Anche per questo c’è voluto tempo per valutare il suo ruolo nella costruzione del mito kennediano, a cominciare dall’idea della canzone.
Camelot era un musical scritto da Alan Jay Lerner, paroliere e casuale compagno di università di JFK ad Harvard. Con le musiche di Frederick Loewe (la stessa coppia di My Fair Lady) andava in scena da tre anni a Broadway. Dopo l’uscita del pezzo di Life, la prevista tournée del musical, che secondo l’uso si muoveva da Broadway per girare l’America con un cast differente, si trasformò in omaggio al presidente assassinato. Raccontano che durante l’esecuzione del finale di Camelot («Camelot! Camelot! Dillo con gioia e con orgoglio!») la gente in sala si alzasse in piedi ad applaudire, senza riuscire a trattenere le lacrime.
«Inavvertitamente fui il suo strumento nella costruzione del mito» aveva scritto il giornalista Thomas White nelle sue memorie. Ma, forse per estremo orgoglio professionale, aveva ridotto quel che accadde a un atto di gentilezza nei confronti di una «vedova disperata». «Camelot» aggiunse «non è mai esistito». I suoi appunti, resi noti molto tempo dopo, dimostravano però che Jackie – muovendosi in quelle condizioni con una forza d’animo sovrumana – era perfettamente cosciente del peso che i suoi gesti e i suoi ricordi avrebbero avuto nella narrazione americana. Negli appunti c’è un momento crudelissimo, ma rivelatore, delle ore successive all’assassinio: «Mi sono guardata allo specchio e avevo la faccia piena di schizzi di sangue. Li ho tolti con un Kleenex (...) Un secondo dopo ho pensato: perché? (...) avrei dovuto lasciarlo. Far vedere cos’avevano fatto». Il giornalista non riferì nessuna di queste parole. Curiosamente, al loro posto, fece ripetere a Jackie la sua “ossessione”: il ritornello di Camelot, in corsivo.
Lei tenne addosso per tutto il viaggio di ritorno a Washington il suo tailleur sporco di sangue, come mostra il film di Larraín e Oppenheim, nel quale la scena dello specchio e del Kleenex ritorna al suo posto. Che Jackie sapesse di essere sul palcoscenico del mondo, dentro il gran teatro della Storia quasi come un’eroina shakespeariana (però in formato musical), è una cosa che affascina particolarmente il regista cileno. Larraín ha fatto ricostruire l’interno della Casa Bianca in uno studio a Parigi e ha ri-girato inquadratura per inquadratura il programma tv A tour of the White House with Ms Kennedy trasmesso in bianco e nero dalla tv americana nel 1962. In quell’occasione Jackie indossava un tailleur rosso, dominava con fatica l’emozione e l’imbarazzo della telecamera, mostrava le grandi sale, i quadri, i mobili della casa di tutti gli americani. Era la prima volta di una First Lady.
Larraín, autore di film come Neruda e No, che smontavano momenti passati della storia cilena, è un regista straordinariamente affascinante per il contrasto tra la pignoleria tecnica delle sue messeinscena (formati, luci, macchine da presa) e la libertà che si prende nelle ricostruzioni storiche. Perfetto per un film nel quale i colori dei tailleur pseudo-Chanel di Jackie Kennedy (la storia dice che per motivi di decenza nazionale Chanel forniva i materiali a una ditta americana, che li cuciva) sono sparati fuori dallo schermo come se fossero in 3d.
Ottimamente aiutato dalla colonna sonora iperreale e malinconica per archi e pianoforte sparso della compositrice contemporanea Mica Levi, capace di cogliere le emozioni profonde che guidano la costruzione di questo musical involontario. Curioso che il musical torni quest’anno in due film diversissimi ed entrambi concorrenti all’Oscar, La La Land e Jackie, che forse non per caso in era trumpiana affrontano con nostalgia e realismo i pezzi del Sogno Americano che fu.
Jackie fuma una sigaretta dopo l’altra durante la lunga conversazione con il giornalista, interpretato da Billy Crudup. Passa finalmente a dire qualcosa sulla leggendaria infedeltà di suo marito: «A volte andava nel deserto da solo, per farsi tentare dal diavolo. Ma poi tornava dalla sua amata famiglia. E io non fumo».